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Leandro Pisano

Sawako

Svaniscono i rumori, la presenza umana si affievolisce in lontananza, le forme della natura prendono corpo nel paesaggio circostante. Non si avverte più la presenza di una corporeità reale e concreta, ma solo di entità indeterminate, come emanazioni liquide che si fondono con la vitalità dell’ambiente in cui sono immerse. Nulla è più come prima. Nulla vi è di reale, nulla di plausibilmente realistico. I sensi si protendono verso vibrazioni insondabili, apparizioni retrattili, inafferrabili gradienti di sogno. Quadretti sfocati, abitati da una forza primigenia e cosmica, fatti di immagini pastello e dei colori delle farfalle. Sono i versi del silenzio e della purezza: suoni inascoltati che rifioriscono d’incanto dall’oblio, per sussurrare della vita di oggetti impolverati, di attimi già trascorsi e dimenticati per sempre. Sawako Kato è la poetessa della mimesi, della rapsodia tenue, del crepuscolarismo digitale. Sa dipingere paesaggi sonori pulviscolari, minimi, fatti di barbaglii e riflessi, di fugaci allitterazioni rumoristiche e nitidi frammenti ambientali, di brevi respiri e di una forza segreta, intensa, che testimonia di un processo creativo incessante, nel quale il sublime scaturisce come per inerzia dalla dimensione più semplice e prosaica della vita quotidiana. Il fraseggio spezzato di un pianoforte, il canto degli uccelli, poche voci confuse di un angolo di strada, piccoli segnali pulsanti dall’etere radiofonico: l’accento più singolare di questo lavorìo di fine tessitura sta proprio nell’inscindibile legame che esso istituisce tra lirico e prosaico, tra simbolico e concreto, tra organico e psichedelico. Il libro sonoro di Sawako è di purezza cristallina: una mappa invisibile di forme cangianti, artificiali e mimetiche, una fluttuazione ininterrotta dal corporeo all’immateriale, la creazione di una dimensione acustica fantastica ed appartata, introspettiva e surreale, in bilico tra controllo e incidentalità. Sawako, scultrice post-romantica del suono. Sawako, figlia della mutazione e del bug.

Cominciamo accennando brevemente agli anni della tua formazione artistica…

Quando ero all’università, nel 1999, volevo dedicarmi ai video. Ma, sfortunatamente, il mio insegnante passò ai seminari di Christopher Penrose (che ha sviluppato i software PVNation e FFTease), cosa che feci anch’io. In quel momento, frequentavano i seminari artisti molto interessanti come alcuni della Mille Plateaux, Jane Dowe e I.D., che ha molti amici nell’ambiente della Mego. Inoltre, la scena laptop era assolutamente in crescita, così era facile trovarsi coinvolti. Non ho mai pensato di voler essere specificamente una musicista, ma molta gente pensava che lo fossi, così mi sono stati offerti diversi progetti in tal senso. Poi le mailing list ed internet mi hanno aiutata dandomi molte opportunità, informazioni ed amici.

C’è chi ha definito la tua musica come post-romantica. Sei d’accordo con questo genere di definizione?

Beh, sì, sono d’accordo. In generale, però, la mia musica è un grande enigma al quale non posso rispondere. Se la mia definizione dovesse porre dei limiti alle persone che ascoltano liberamente la mia musica, non voglio darne una. Penso che la definizione o la categorizzazione della musica da parte degli artisti stessi sia ridicola, dal momento che la musica stessa parla più delle parole, anche se mi rendo conto che il mercato o i negozi di dischi o i giornalisti hanno bisogno di categorizzare la musica per indirizzare il suono alle persone appropriate.

Nonostante le poche uscite su cd, il tuo lavoro è ben conosciuto da una cospicua schiera di appassionati ed addetti ai lavori. Che ruolo pensi abbia avuto in relazione alla diffusione della tua musica la strategia “di nicchia” ma capillare da te perseguita (uso prevalente di cd-r autoprodotti, artwork curatissimi, partecipazioni a compilation mp3)?

Non tutti questi aspetti sono stati decisi solo da me. Come puoi immaginare, le uscite sono il risultato di un lavoro di collaborazione tra artista, proprietario dell’etichetta, distributore, ascoltatori e media allo stesso tempo.

Pensi che esistano dei confini ben definiti all’interno del tuo modo di lavorare e di intendere l’arte?

Mi piacerebbe estendere il confine degli ascoltatori. Per esempio, i microsuoni hanno una specifica schiera di ascoltatori, ma io voglio portare il mio suono anche ai non ascoltatori dei microsuoni. Fare musica sperimentale per la scena sperimentale non è sperimentale. Ciò che è davvero sperimentale è qualcosa che non è mai accaduto prima: è un esempio stupido, ma è come se Madonna diventasse all’improvviso John Cage e viceversa. Certamente, allo stesso tempo, faccio musica per il mio pubblico e questo mi diverte.
L’università che ho frequentato (SFC, Keio University) così come il master (ITP, New York University), sono entrambe comunità interdisciplinari. Per esempio nell’ITP, il dipartimento che si occupa di nuovi media, ci sono più di 100 studenti che hanno background assolutamente diversi: artisti, musicisti, ingegneri, dottori, impiegati, attori, da più di 40 nazioni diverse. Le idee degli studenti sono spesso lontane dal contesto artistico perché non si conosce la storia, la tradizione, la società e la politica. Sento che i confini tra arte e non arte diventano sempre più indistinti. Questa è la mia vita e la mia realtà quotidiana. Immagino che tutto ciò sia una specie di frustrazione per le persone che vogliono definire cos’è l’arte.
Credo tuttavia che il ruolo dell’artista oggi sia quello di dare una nuova prospettiva alle persone e di prevedere una possibilità di ripensare il sistema quotidiano. La risposta dipende da chi sei e da chi vuoi essere. In altre parole, quello che fai per contribuire al mondo dell’arte come artista, è importante e contribuisce alla definizione.

Come prendono forma le tue composizioni e qual è il tuo pensiero in relazione agli ambienti sonori della vita quotidiana e della dimensione performativa?

Gran parte della musica che produco nasce da piccoli incidenti o scoperte nella mia vita. Potrebbe trattarsi di una scoperta sonora o della memoria tenue della mia vita quotidiana, o ancora di un nuovo software o della parola di un amico. E’ come qualcosa che si conficca, come una lisca in gola: da quel momento in poi sento che posso procedere. Quanto alla questione della dimensione sonora, preferisco piccoli spazi artistici senza palco piuttosto che grandi location con palchi alti che segnano un grande distacco tra musicista e spettatori. Penso che lo spazio o l’ambiente stesso siano strumenti musicali, e cerco di collaborare con essi.
Ricordo che durante una mia performance all’Offsite, un piccolo spazio artistico a Tokyo, un gatto pianse al di fuori di questo spazio, ma molta gente pensò che il suono fosse una parte di un campione preregistrato. Mi piace molto questa specie di mix tra suoni ambientali e suoni delle mie performance.

Sei solita parlare di te come di una “digital mutation girl”. In effetti sei coinvolta in diversi campi, in relazione ai nuovi media: suoni, video, software. Qual è il tuo pensiero su questa “mutazione” ed in generale sull’interazione tra le differenti forme di arte e tecnologia?

Per me, non ci sono grandi differenze tra quelli che tu hai descritto come campi diversi. Per esempio, pur non essendo io un’assidua utente del software Max/Msp, con Max/Msp/Jitter puoi lavorare con le immagini, con i suoni, costruirti il software, fare presentazioni tipo Power Point e mandare email. Se sei un programmatore, sai che solo poche righe cambiate possono trasformare la tua composizione musicale in una immagine video renderizzata. Non ci sono discussioni sul fatto che qualcuno faccia musica con Microsoft Excel o Adobe Premiere. Per me, la differenza tra suonare il pianoforte ed un laptop è molto più grande.
Ho usato la parola “mutation” per descrivermi perché io sono stata creata dal bug, e non so dove sto andando. Certamente non importa che ciò che sto facendo sia totalmente casuale e che io viva solo con fortuna. Forse questo è spiegabile con una nuova specie di modo di pensare non lineare. E’ come fare surf su onde al tempo stesso prevedibili ed imprevedibili. Molta gente tende a scegliere solo le onde prevedibili, io le scelgo entrambe. Tuttavia è una cosa che non riesco a descrivere molto bene con le parole.

Due-parole-due sull’ambiente musicale in Giappone.

Amo il Giappone. Tokyo possiede il più maniaco assortimento di negozi di dischi al mondo. Molta musica raffinata è nata lì.

Ricordi un episodio che ha prodotto un’influenza particolare su di te, sulle tue scelte?

Sì, un discorso di Brad Garton mi ha influenzata. Mi piace ascoltare discorsi di gente che ha iniziato la propria carriera di musicista per computer prima che la musica da laptop si fosse sviluppata completamente ed affermata (non è passato però molto tempo…forse solo 10 anni…).

Al di là della musica, cosa ti appassiona di più?

Mi piacciono i film di Jean-Pierre Jeunet. Mi piace Jean Cocteau e la “Bella e la bestia” di Henri Alekan. Mi piacciono le illuminazioni di Henri Alekan. Mi piace DiaBeacon (http://www.diabeacon.org/). Mi piace camminare per strade conosciute e sconosciute. Mi piace bere un tè in un locale e guardare la gente. La mia più grande novità è che…ho capito che il telefono cellulare è molto più speciale del Macintosh SE.

A cosa ti stai dedicando attualmente?

Per il mio lavoro scolastico: un tool VJ di scan synthesis renderizzata 5D con Jitter/MXJ, un lavoro algoritmico di composizione/performance su un network wireless. Per il mio lavoro musicale: una compilation per And/Oar, una canzoncina carina con il chitarrista Hayato Aoki, il mio terzo album, tante compilation alle quali collaborerò in futuro.

(01/3)