PROGRESS BAR

words and images by Carola Bonfili

On the street, like most of humanity, I look at store windows, which, because I’m a person of habit, are always the same ones. By now I know the cracks in the glass off by heart, as well as the inclinations of the sidewalk and the poles, the ruined paint on the unhooked telephones, the folds of the clothes on display, the faces of the guys who work in the Chinese restaurants, whose thoughts I’ve never been able to fathom, the forgotten stickers, the wires that don’t lead anywhere, the drawings composed of various objects which are, for some reason, perfect. Basically, all those useless things that everyone’s gaze falls on because they happen to lie on the right trajectory.
Once in a while I go into the stores just to look, if there’s something I like but I can’t buy I take a photo of it. Sometimes it’s not about the single object but the whole layout. In some cases it works by subtraction, you think the object that interests you will be even nicer without the surroundings, other times instead it’s beautiful because it works with what’s around it even if what’s around it isn’t interesting. You’d have to buy entire shelves. But seeing as that’s impossible, you can always photograph.
Usually, all this happens in the morning, when the simplest interaction with a person can be inconvenient, even just asking the price of an object. The more these morning conversations are basic the more uncomfortable they make me. When we reach the next level, where you can’t talk about the weather anymore, I feel obliged to ask questions. But I don’t really listen to the answers, because they’re never the right questions. And that’s the real problem. It doesn’t matter where you come from or what you do, because I can’t ask you what you dreamt yesterday or what your favorite movie is. That’s what really interests me, about everyone, but then if you ask they think you’re making a move, or that you're going to soon.






Per la strada, come fa gran parte dell’umanità, guardo le vetrine dei negozi, che essendo abitudinaria sono sempre le stesse. Ormai conosco a memoria le incrinature sui vetri e anche le inclinazioni dei marciapiedi e quelle dei pali, la vernice rovinata sui telefoni sganciati, le pieghe dei vestiti esposti, le facce dei ragazzi che lavorano nei ristoranti cinesi di cui non sono mai riuscita ad intuire il pensiero, gli adesivi dimenticati, i cavi che non vanno da nessuna parte, i disegni composti da oggetti diversi che per qualche ragione sono perfetti. Insomma tutte quelle cose inutili su cui a tutti cade lo sguardo perché sono nella giusta traiettoria.
Ogni tanto entro nei negozi solo per guardare, se c’è qualcosa che mi piace ma che non posso comprare la fotografo. A volte non si tratta del singolo oggetto ma di tutta la disposizione, in alcuni casi funziona per sottrazione, pensi che l’oggetto che t’interessa sarà ancora più bello senza il contorno, ogni tanto invece è bello perché funziona assieme a quello che ha intorno anche se di poco interesse. Andrebbero comprate le intere mensole. Ma visto che non è possibile si può sempre fotografare.
Tutto questo succede di mattina, di solito, quando anche la semplice interazione con una persona può essere sconveniente, anche solo chiedere il prezzo di un oggetto. Le conversazioni mattutine, più sono basiche più mi mettono in difficoltà. Quando poi si passa al livello successivo, in cui non si può più parlare del tempo, mi sento obbligata a fare delle domande. Ma non ascolto veramente le risposte, perché non sono mai le domande giuste. È questo il problema in realtà, non importa da dove vieni o che lavoro fai, perché non ti posso chiedere che cosa hai sognato ieri o qual’è il tuo film preferito. Questo mi interessa veramente, di tutti, ma poi se lo chiedi pensano che ci stai provando, o che lo farai presto.



(01/3)