WHITE E PORK

Francesco Tatò

14 ottobre 2005, data importante, giornata di sciopero nazionale dei lavoratori dello spettacolo, molti set cinematografici, tournè teatrali, multisala, si fermano, in nome di esigenze e necessità a molti note, ad altri meno.
Quello che tutti sanno è che si sciopera contro i tagli della finanziaria, che metteranno in ginocchio un settore che già prima di questi tagli era molto malato.
A me interessa raccogliere un po’ di dati e cercare di cavarne una sintesi: dal 2002, anno in cui sono stati prodotti 132 film italiani, si è passati nel 2004 a 98, e nell’anno in corso non si arriverà alla soglia degli 80, e non c’è bisogno di fare rilievi percentuali sulla caduta libera della quale siamo testimoni.
Nel raccogliere questi dati chi mi è stato più d’aiuto sono stati gli enti, i siti e le associazioni legate al teatro, che come avremo modo di verificare, sono i più colpiti dalla crisi.
Cinema, opera, prosa, musica e danza, già ampiamente sottofinanziati rispetto alle necessità e rispetto a tutti i principali Paesi europei, con questo ulteriore taglio pesantissimo, vedono messe a rischio non solo le attività, ma soprattutto i posti lavoro, per effetto diretto (minore livello di sostegno alle imprese) e indiretto (inevitabile consistente contrazione del mercato). E tutto ciò senza aver ancora potuto verificare l’impatto negativo sul settore conseguente ai tagli operati verso le Regioni in questa finanziaria. Alcune cifre: i fondi per lo spettacolo vengono finanziati attraverso il FUS (fondo unico per lo spettacolo) e il Lotto, per una somma nel 2004 di 580 milioni di euro. La proposta descritta dal Governo prevede un intervento complessivo di 472 milioni di euro, con una perdita di oltre 100 milioni di euro sul 2004, ma una riduzione addirittura del 60% rispetto al 1985, anno di istituzione del FUS (l’Italia è l’unico grande Paese europeo a non raggiungere per la cultura nemmeno l’1% del PIL in termini di investimenti e contributi, considerata la soglia di adeguatezza).

Il Governo, se dovesse mantenere questo taglio, si assumerebbe la responsabilità di dare un colpo mortale a un settore che nel suo complesso rappresenta una delle immagini, forse la più forte e significativa, dell’Italia. Se poi dovessimo immaginare quali saranno i primi tagli che il Ministero competente opererà, quanto avvenuto nel 2004 rappresenta l’evidente anticipazione: taglio indiscriminato alle piccole produzioni, soprattutto legate all’innovazione teatrale, smentendo una delle dichiarate volontà del Governo di sostenere, nel sistema italiano, innovazione e ricerca.
Di contro c’è chi accusa lo Stato di erogare miliardi al cinema senza incassare. Lo Stato non deve incassare, altrimenti sarebbe un produttore fra i tanti. Finanzia i progetti in funzione del loro valore culturale. Ad ogni modo, il ruolo che gli compete è un altro. Dovrebbe piuttosto farsi promotore del nostro cinema. Da molto tempo alcuni autori italiani invocano norme adeguate a favore di un effettivo sviluppo del settore. Come la legge sulla defiscalizzazione per gli investimenti in campo culturale, che indurrebbe gli industriali a devolvere al cinema parte dei loro redditi. Con un’attitudine produttiva e un marketing efficace, adesso pressoché assente.
Un altro problema è quello della frammentazione degli investimenti. Sarebbe meglio condensarli su un minor numero di film che possano rappresentare la nostra cinematografia in tutto il mondo. Gli interventi statali, invece, rispondono alla logica del “devo accontentare tutti”. Così non risolvono il problema alla radice.
Credo che sia superfluo commentare oltre dei dati che parlano da soli, che però ci permettono di spiegare e giustificare, almeno a livello teorico, la grossa adesione che c’è stata alla manifestazione che ha avuto luogo al Centro Congressi Capranica di Roma, e che ha visto sfilare attori e registi, operatori ed elettricisti, la maggior parte dei quali non è potuta entrare all’interno del Centro per evidenti ragioni di mancanza di spazio.
Prima di proseguire mi sembra doveroso ricordare che i lavoratori dello spettacolo, categoria alla quale appartengo anch’io, sono sicuramente “privilegiati”, per motivi che vanno dall’esiguo numero di persone che la compongono, alle retribuzioni, che, escluso l’ambito teatrale, garantiscono cifre di tutto riguardo anche ai livelli più bassi.
Questo rende ancora più significativo il successo di partecipazione che lo sciopero e la manifestazione hanno ottenuto, peccato che questo successo non si sia tramutato in un reale interesse a capire ed affrontare gli evidenti problemi di cui sopra.

A livello pratico, quella che sembra essere una verità fattuale scricchiola in maniera lampante: un’inspiegabile errore nell’organizzazione e nella logistica dell’evento, come già accennato in precedenza, ha fatto sì che solo pochi privilegiati abbiano potuto partecipare al dibattito che si è svolto al Capranica, mentre tutti gli altri erano fuori in piazza a cercare lavoro, impossibilitati all’ascolto e soprattutto interessati a parlare con possibili datori di lavoro, in quello che definirei il festival delle pubbliche relazioni e dei sorrisi da passaporto, e per niente scossi dai turbamenti che li hanno portati in piazza.
Quella che doveva essere una manifestazione di protesta costruttiva è diventata presto una goliardica passeggiata da piazza Capranica fino a Montecitorio, con risate e battute a dare il tempo.
Ebbene, tutto auspichiamo, tranne un atteggiamento serioso di fronte a problemi e difficoltà, ma credo che l’immagine che abbiamo dato a chi del nostro mondo non fa parte, non è particolarmente brillante, e men che mai educativa.
Non siamo qui per emettere sentenze, per lo più essendo parte attiva della classe lavoratrice di cui si parla, ma per dar voce a dubbi relativi al reale senso che uno sciopero debba e possa avere, e quali siano gli elementi dai quali far nascere una riflessione concreta sul futuro dell’ideazione e della realizzazione di film, spettacoli e concerti.
La questione relativa ai privilegi mette in evidenza che la mancanza di un’azione comune di tutte le forze, le associazioni e i sindacati che tutelano i lavoratori penalizzano soprattutto il teatro e le piccole produzioni indipendenti, perché, purtroppo, lo stato reale, del cinema italiano, fatto di bilanci e investimenti viene per così dire annebbiato dal proliferare di produzioni televisive che tamponano la già citata crisi, impedendo probabilmente un lucido sguardo sul presente e sul futuro.
Ha scritto Stendhal in Il rosso e il nero: “...un romanzo (per noi la Tv) è uno specchio che uno porta lungo una strada. Ora riflette l’azzurro dei cieli, ora il fango dei pantani. E voi accuserete d’immoralità l’uomo che porta lo specchio nella sua gerla? Il suo specchio mostra il fango e voi accusate lo specchio! Accusate piuttosto il pantano, e più ancora l’ispettore stradale che lascia stagnare l’acqua e formarsi il pantano.”
E’ giusto e produttivo prendersela con lo specchio? Non sarebbe meglio agitarsi e lottare non tanto per cambiare l’ispettore stradale , ma per rendere calpestabile il terreno sotto ai nostri piedi? Come sceneggiatori, registi, produttori non varrebbe la pena di lavorare per tenere lo specchio pulito, evitare che si deformi e girarlo verso angoli non ancora riflessi?
Ci lasciamo con questo amletico dubbio...