A CLOCK THAT RUNS ON MUD

curated by jennifer teets

ADAPTATION

I know it sounds like a sardonic play on words, but I am not kidding. The first time I saw such a thing was at the Cass Technical High School in Detroit in the 1980's. I found it in a "petrified" classroom. Imagine Kabakov's 'School No. 6' in Texas, but this place was clearly real. In the sense that it was a simulacrum of itself, though it still had functions. You see, a hellish thunder had swept that town leaving its bearings all out of order. Its universe had slowly swapped positions to reveal another agency of thought and mechanics of time. Time working off its own muck. What they called 'muddy time'. And unlike Kabakov's mummy classroom, this place didn't exist to show itself as art. Instead, it classified itself as a realist venture under the conditions of true realist art. Thinking and existing art. And everything I saw there was strangely usurped by its own seemingly well-organized logic.

There was one object in that classroom that frequently caught my attention. It would stand there and blatantly stare at me for literally hours. Like an oozing, discharging creature who was sluggish-like. Its parts didn't exactly tick you could say. And it kept its matters at heart somewhere close to four o'clock. But from what I could tell, it waged the war of time at all times. And its hour, minute, and second hands began to share lives with every hour, minute, and second. I'd gaze at it imagining how Dali would have re-conceived his "Persistence of Memory" had he seen it. Certainly, he'd get his rocks off seeing this freshly birthed piece of Camembert cheese melting in the sun. If we were to name this creature, it'd be classified somewhere between a clock and a sundial – a futurist apparatus made by the offspring of 12th century Mesopotamian scientist al-Jazari. Yet, its engineering reminded me of how gardened-manicured clocks behave more as sculptures than as clocks. While on paper "grass clocks" as they call them, should tick and follow time coherently, but in reality there is a nature-time dualism that doesn't seem resolved in the making of oscillatory engineered devices underneath the earth's soil. Clocks fueled by lemons or flies, on the other hand, always carried a clearer logic for me.

My question is what were to occur if the world could host massive bowl-shaped cavities where silt and gunk would produce energy for time? How would these apparatuses work? How would time change? Would the world be dopey and torpid? Rapid? Or on the contrary, would time and energy undergo an unearthly metamorphosis that could grant us another world close to an eighth climate? How could one interpret imagination in this state?

The following exhibition "A clock that runs on mud" is an attempt to unravel such a quandary in the form of theories, propositions, works and writings on the concept of 'muddy time'. Your presence on July 15th is certainly welcome.


Jennifer Teets (1978) is a curator and writer living in Paris. In addition to organizing exhibitions and events for public and private institutions, she is a contributing writer for Frieze, Spike, Mousse and Novembre.

You can visit the show at: http://www.neromagazine.it/a_clock_that_runs_on_mud





Adaptation è un progetto in progress che si muove tra il formato cartaceo e quello di internet, rigirando il comune ruolo dei due media. Su ogni numero invitiamo un artista o un curatore a concepire una mostra online e a pubblicare sul magazine il relativo testo. Presentiamo qui il comunicato stampa di A clock that runs on mud, la mostra curata per nero da Jennifer Teets. La mostra sarà presentata online (all’indirizzo www.neromagazine.it/acrm.html) il 15 Luglio 2011 e, come al solito, l'inaugurazione sarà alle ore 19.

So che potrebbe sembrare un gioco di parole sarcastico, ma non vi sto prendendo in giro. La prima volta che vidi una cosa del genere fu negli anni ‘80, al liceo Cass Technical di Detroit. Lo vidi in una classe “pietrificata”. Pensate alla School No.6 di Kabakov in Texas, ma in versione del tutto reale. Nel senso che quel luogo, anche se ancora manteneva le sue funzioni, era un simulacro di se stesso. Dovete sapere che un tuono infernale spazzò via quella cittadina, lasciando tutte le infrastrutture fuori uso. Il suo universo ha cambiato varie posizioni, per rivelare infine un altro sistema di pensiero e altri meccanismi temporali. Un tempo che lavora grazie alla sua stessa melma. Quello che chiamano “tempo fangoso”. E a differenza della classe-mummia di Kabakov, questo posto non era lì per darsi come opera d’arte. Al contrario, si classificava come esperimento realista, nelle condizioni di una vera e propria arte realista. Arte pensante ed esistente. E tutto ciò che vedevo era stranamente usurpato dalla sua logica apparentemente ben organizzata.

In quella classe era presente un oggetto che spesso attirava la mia attenzione. Poteva stare fermo lì a fissarmi in maniera spudorata per ore. Come una creatura fangosa, lenta e smoccolante. Non direi che le sue parti facevano esattamente un ticchettio. E teneva tutte le cose che aveva a cuore da qualche parte, vicino alle ore 4. Ma da quello che posso dire, era come se dichiarasse guerra al tempo in ogni istante. E le sue lancette delle ore, dei minuti e dei secondi cominciarono a condividere le loro vite con ogni ora, minuto e secondo che incontravano. Lo fissavo, immaginando come Dalì avrebbe ripensato il suo Persistence of Memory, se l’avesse visto anche lui. Certamente vedendo questo pezzo di Camembert appena partorito sciogliersi al sole, avrebbe tolto le rocce. Se dovessimo dare un nome a questa creatura, la si potrebbe classificare come un incrocio tra un orologio e una meridiana – un apparato futurista realizzato dai discendenti dello scienziato mesopotamico del XII secolo Al-Jazari. Tuttavia, la sua meccanica mi ricordava del fatto che gli orologi dei giardini-curati agiscono più come sculture che come orologi. Sulla carta “gli orologi da prato”, come di solito vengono chiamati, devono fare il ticchettio e seguire il tempo in modo coerente, ma nella realtà esiste un dualismo di natura-tempo che non sembra risolversi nella realizzazione di meccanismi oscillatòri sotto il suolo. Gli orologi alimentati dai limoni o dalle mosche, d’altra parte, hanno a mio parere una logica più chiara.

La mia domanda è: cosa succederebbe se il mondo ospitasse delle gigantesche cavità a forma di ciotola, nelle quali il limo e altre sostanze vischiose producessero energia per il tempo? Come funzionerebbero questi dispositivi? Come cambierebbe il tempo? Il mondo sarebbe stonato e torpido? Rapido? O, al contrario, il tempo e l’energia subirebbero una strana metamorfosi che potrebbe garantirci un altro mondo vicino ad un ottavo clima? In questo stato, come si potrebbe interpretare l’immaginazione?

La mostra A Clock That Runs On Mud è un tentativo di svelare questo dilemma per mezzo di teorie, proposizioni, lavori e scritti sul concetto di “tempo melmoso”. La vostra presenza, il 15 luglio, è certamente benvenuta.


Jennifer Teets (1978) è curatrice e scrittrice con base a Parigi. Oltre ad aver curato mostre per istituzioni pubbliche e private, collabora con Frieze, Spike, Mousse e Novembre.