TIGER LICKING GIRL'S BUTT

Ilaria Gianni

Era un po' che cercavo un artista che mi scuotesse ed ecco imbattermi in Nathalie Djurberg (Lysekil, Svezia, 1978). Finalmente un artista che diverte, fa riflettere, spaventare e rabbrividire allo stesso tempo. Nathalie con le sue animazioni ci trasporta in un universo che potrebbe sembrare da fiaba: foreste, città colorate, interni stranianti. L’artista lavora con l’animazione costruendo un affascinante e caratteristico mondo popolato di figure di plastilina. Temi quali la guerra, la violenza, la sessualità, il sadismo vengono affrontati con una graffiante ironia e una verve comica, in un’atmosfera grottesca. Tigri che importunano il sederino di bambine maliziose, arti amputati con naturalezza e furore, cerimonie del tè surreali, bimbe possedute che si innamorano di lupi, diventano protagonisti di un mondo stralunato che racconta le inquietudini della nostra epoca.

Potremmo cominciare parlando delle tue prime esperienze di artista. Cosa ti ha spinto a diventare artista? Non posso risalire ad un vero e proprio inizio, ho sempre sperimentato e lavorato in questo senso. Mi sono trasferita a Gothenburg all’età di sedici anni per frequentare la scuola di arte. Credo di essere stata un “outsider” ma troppo giovane e ingenua per capirlo allora. Dopo tre anni sono stata accettata al Accademia di Arte di Malmö che ho frequentato per cinque anni. La prima mostra che considero tale, è quella che ho fatto quando mi sono diplomata. Mi ricordo il mio ex patrigno che urlava scandalizzato perché diceva che facevo ciò che lui chiamava pornografia! Più che pornografia, credo, tu rivoluzioni i clichè morali delle nostre origini cristiane. I tuoi personaggi sembrano esorcizzati, possedute dal desiderio, liberi da qualsiasi tipo di stereotipo come in Tiger licking girls butt (2004) o in Florentin (2004), o in There ain’t no pill (2004). La tua osservazione mi rende felice in quanto “metti la testa su una spina” - un’espressione svedese per dire che hai colto nel segno. Non credo siano liberi da qualsiasi stereotipo, anche se mi piacerebbe fosse così. Forse ricalcano alcuni stereotipi che sono posti però in situazioni e contesti differenti. Sei un’artista molto giovane e hai trovato la tecnica per affrontare questioni difficili come la violenza, le condizioni esistenziali della nostra epoca, le credenze popolari in un modo originale e forte. Sembra che tu gioca con le condizioni politiche e morali della nostra era, rendendo contenuti apparentemente scioccanti attraverso un linguaggio semplice o addirittura naif con le tue animazioni. Le mie opere danno l’impressione di essere sicure e forti perché lavoro in una condizione di intimità, da sola nel mio studio, tentando sempre di tirar fuori i miei pensieri, le mie aspettative; al contempo tenendo sempre ben presente ciò che faccio, ricordandomi che lo farei anche se nessuno guardasse le mie opere. I clichè politici e morali mi interessano molto nella loro connotazione più globale riproposti sullo schermo, ma mi interessa anche vederli minimizzati in me stessa. Affronto situazioni difficili, noiose, scoccianti ribaltandole, cercando di immetterci un lato comico, rendendole quindi meno difficili da vivere, cercando di smorzarne il bordo. Sono molto affascinata dai protagonisti dei tuoi lavori. Hanno una forte parvenza di realtà, portatori al contempo di una straniante inquietudine. Ognuno di loro possiede una storia? Rifletto molto sui singoli personaggi, soprattutto se uno di essi ha una personalità forte, ma alla fine sono sempre io a recitare i ruoli dei miei personaggi visto che sono io ad animarli. Ciò significa che sono sia la vittima che il carnefice e devo avere la capacità di sentire entrambi. Vittima e carnefice: ma nella nostra società chi ricopre il ruolo di vittima e chi di carnefice e soprattutto dove individui gli abusi? Cerchi di lottare contro ciò che non ti piace della nostra società attraverso le tue animazioni? In un certo modo credo di si, ma credo che il mio sia un ragionamento un po’ più egoista. Lavoro con questioni che mi interessano, mi spaventano, mi fanno arrabbiare o con argomenti che non riesco a lasciare andare, ma lo faccio solo per me stessa. Come combattere qualcosa di così grande e globale? Non so, credo ci sia bisogno di minimizzare questi argomenti, posizionarli ad un livello più personale, trasformandoli in eventi più isolati e intimi. Con il mio lavoro non credo di dare risposte, piuttosto pongo domande o forse comunico qualche affermazione personale. Compare spesso una bambina nelle tue animazioni. Ti identifichi con lei? Rappresenta il simbolo di una condizione? Credo di potermi identificare spesso con lei (forse sempre), ma credo che molte persone potrebbero compiere questa identificazione: come se lei avesse delle caratteristiche universali. Devo sempre sentirmi vicina a coloro con cui lavoro (ovvero i personaggi del film), altrimenti perdo interesse. Credo comunque le bambine abbiano anche un significato simbolico. Le bambine sembrano ribellarsi alla loro normale condizione di piccole, dolci, belle fanciulle. Tu stravolgi e deformi la concezione che comunemente si ha delle bambine. Cosa vuoi comunicare attraverso le loro azioni? A non fidarsi di nulla senza aver messo in discussione (forse). Hai detto che ricopri il ruolo di tutti i tuoi personaggi allo stesso tempo. Come ti relazioni alle situazioni che essi vivono? In There ain’t no pill (2004), se non erro, la bambina sembra posseduta e innamorata del lupo, che vede fuori dalla finestra e il padre, che cerca di tenerla calma, per quanto stereotipo del signore borghese, ha un atteggiamento che sembra altrettanto, sebbene differentemente, “malato”. Se la bambina è alla ricerca di un libertà unica e primordiale, il padre si impone di mantenere una situazione di calma apparente ottenuta attraverso le pillole che ingoia. Padre e figlia rappresentano due condizioni opposte e al contempo simili in quanto la natura dell’essere umano sembra essere quella di seguire il proprio istinto: l’infanzia alla ricerca della propria innata libertà; la società che impone di seguire valori e comportamenti artificialmente ottenuti. Cosa volevi rappresentare? Mi piace sentire le interpretazioni che danno le persone alle mie opere ed è per questo che non risponderò alla domanda. Spiegare cosa esattamente rappresenti un’opera per me, o quale fosse il mio pensiero al momento dell’esecuzione del lavoro, escluderebbe ogni altra interpretazione che lo spettatore potrebbe avere davanti all’opera. Sei sempre stata sicura della strada intrapresa? In realtà non mi sarei mai aspettata che il mio lavoro potesse essere apprezzato da un pubblico. Per molto tempo sono stata incerta se fosse davvero una forma d’arte o se fossi io a volere che lo fosse (ad un certo punto ho pensato addirittura di smettere di fare l’artista e devolvere la mia vita alla boxe). Non avevo mai visto nulla che si avvicinasse alle mie opere; le cose più simili mi sembravano i lavori di Paul McCarthy, Chris Burden, Rodney Graham; o Tom of Finland che scoprii durante un seminario, quando avevo sedici anni e che mi spaventò moltissimo. Anche Bataille, che ho visto al primo seminario all’Accademia di Malmö mi ha molto cambiato, forse, anche in questo caso, facendomi paura. Sei stata quindi stimolata da un’emozione: la paura. A mio parere le due emozioni che più caratterizzano la nostra epoca sono la paura e la rabbia. Siamo intimoriti dalla società che ci circonda, dalla verità della nostra era e allo stesso tempo ci fa rabbia la condizione in cui siamo intrappolati, la nostra impotenza. I personaggi dei tuoi lavori hanno paura di qualcosa o di qualcuno? Innanzitutto concordo assolutamente con te quando dici che le due emozioni che caratterizzano il mondo in cui viviamo sono la paura e la rabbia; ed è la seconda che segue sempre la prima, quasi mai il contrario. Non direi invece che i miei personaggi sono impauriti, piuttosto sono io ad esserlo, soprattutto da una società dove tutto sembra chiaramente non lasciare spazio alla discussione. Tuttavia, visto che sono io ad animare i personaggi, è naturale che possano sembrare spaventati. Penso comunque che essi stiano anche al di là di quell’emozione, come se si chiedessero: “cosa succederebbe se la paura non mi trattenesse?”. L’arte lavora sempre più con il video, gli artisti diventano registri di veri e propri film cimentandosi con tecniche relative al bagaglio tradizionalmente cinematografico. Tu perché hai deciso di utilizzare la tecnica cinematografica della stop-motion? In realtà mi sarebbe molto piaciuto dipingere, ma la verità è che non sono molto brava, fondamentalmente perché cerco di mettere troppe cose in ogni dipinto. La mia prima animazione è stata un tramonto dipinto: il sole sorgeva e poi tramontava e i colori cambiavano in continuazione. E’ stato un percorso che mi ha portato dalla pittura alla stop-motion. L’animazione è solitamente considerata un linguaggio che comunica immaginazione e fantasia. Tu invece usi l’animazione per narrare questioni difficili, forti e sottilmente inquietanti. L’animazione è l’unica tecnica che riesco ad utilizzare per illustrare le mie idee. È un mezzo per mettere in discussione e per rendere più coscienti: un veicolo per comunicare dei contenuti da cui la gente rifuggirebbe se fossero comunicati attraverso altri media. Ogni tua opera racconta una storia. Come nascono le tue narrazioni? Solitamente l’idea prende avvio da un pensiero di cui non riesco a liberarmi. Posso risalire ad un’idea che mi ha perseguitato per mesi, a un pensiero che mi è venuto anni prima, a un piccolo dettaglio, a un comportamento coercitivo che mi ha tormentata, ad un sogno ad occhi aperti che ha cambiato protagonista. Tutto comunque evolve e cambia nella mia testa col passare del tempo. Neanche le mie idee sono una costante, cambiano a seconda del mio umore. Mi piace il fatto che stravolgendo qualcosa di orribile, di problematico, di violento, si riesca a rendere meno dura e quasi più incantevole la realtà. Le storie possono fare questo. C’è sempre una sceneggiatura nei tuoi film, o gli eventi sorgono spontanei? A volte ho già in mente alcune delle cose che accadranno, altre volte ho solo la sensazione del film o della situazione che voglio creare; altre volte ancora ho già pensato a tutto: dalla trama al montaggio, ma cambia sempre qualcosa durante il processo di animazione. Nell’animazione, la tua testa è sempre un passo davanti al movimento che stai per animare. È questo processo ad interessarmi moltissimo, in quanto riesco a vedere così tante possibilità che, meno so quello che succederà nel film a cui sto lavorando, più scelte ho mentre lavoro. In Italia molte persone hanno difficoltà di approccio rispetto all’arte contemporanea. È molto forte il pensiero che l’arte sia elitaria e poco democratica. Cosa ne pensi? È sicuramente la stessa cosa in Svezia e in Germania. L’arte sembra non essere più per gente comune. Tutti sono liberi di andare ad una mostra, ma credo che la paura di non capire quello che si sta vedendo, trattenga le persona. E poi perché si dovrebbe andare a vedere una mostra visto che non è puro intrattenimento? Perché non andare più semplicemente a vedere un film che non richiede alcuno sforzo di pensiero? Credo tuttavia che esistano artisti e opere interessanti e quando l’arte è forte può farti scoppiare la testa! Forse l’arte si avvicina un po’ al divino, cercando di risvegliare la capacità di riflessione della gente. Si sta creando, se non addirittura rafforzando, uno star-system dell’arte oramai. Cosa pensi di questa ricerca del trendy e del fashion nel sistema dell’arte odierno? Credo che il rischio sia che tutto cominci ad essere fatto per la fama piuttosto che per l’arte; per questo bisogna rimanere concentrati, continuare a portare avanti ricerche e ricordare perché si sta facendo arte, altrimenti si rischia di vendersi e perdersi. Non è possibile fare arte con il solo desiderio di diventare famosi. L’arte è sicuramente un riflesso della società, ma mi piace pure pensare che abbia una funzione utopica. Grazie Nathalie.

Ringrazio la Galleria Giò Marconi.