SPINOZA INCULA HEGEL

Francesco de Figueiredo

1979, Spinoza Incula Hegel.
Jean-Bernard Pouy, uomo della gauche, oltranzista e militante, che a vent’anni ha cavalcato il fuoco del ‘68, ora impegnato ad insegnare in una scuola superiore di Parigi. La sua mansione specifica è quella di animatore culturale (ruolo assai improbabile nel nostro sistema scolastico/corporativo), e sempre più spesso si ritrova a narrare alle anime perdute dell’istituto le gesta belliche e molotoviste del caldo maggio che fu, i suoi paradossi e le contraddizioni che ne seguirono. Se il suo impiego richiede qualifiche minime da intrattenitore, Pouy deve avere fantasia da vendere per riuscire a trascinare.  Così per rendere più succosi i suoi racconti decide di operare una traslazione, comincia a disegnare un nuovo contesto più appetibile, per colorare nuovamente le gesta della Francia rovente e in lotta, una sorta di libera rielaborazione semiotica pro-apprendimento.
Il clima di quegli anni era influenzato delle minacciose e pavoneggianti movenze nucleari delle due super potenze, profondamente condizionato dal gioco a vincita zero di una guerra fredda che sembrava consigliare il terrore di un futuro oscuro, potenzialmente desolato. Il fenomeno della letteratura Cyberpunk fu il genere letterario che più rappresentò nel decennio successivo questa tensione, e visse proprio in quegli anni una adolescenza esplosiva, per poi maturare grazie all’innovazione tecnologico-popolare degli anni successivi. Così l’immaginario più nero per un anarchico come Pouy non poteva essere altro che quello di una Francia post-atomica, rovesciata, sovvertita, delegittimata fino alle viscere, fino alla sua forma di stato, potere, costituzione, economia. Un bel botto, di quelli grossi, che non lascia anelito di speranza a tutto ciò che fu. Si riparte, e a ognuno il suo.

BUUM!!!… 

“Io, Julius, una vita fa, due anni e mezzo circa, ho visto, insieme all’intera popolazione francese, la mia vita cambiare in poche ore, un 6 novembre. Storicamente, e al punto in cui siamo, mi sembra superfluo parlare di queste stronzate. Che dire? Il cielo rosa? La pioggia di fuoco? I morti dappertutto? La razzia? L’esodo?” 

In questa futuribile terra arida e desolata bande di Crasher lottano una guerra intestina al caos, disordine contro disordine. Nella Francia senza potere  imperversano gang di guerriglieri filosofici in una lotta disperata, è il primo vagito di un’era già destinata a crepare su se stessa. Situazionisti froci, leninisti, socialisti fuorierani stakanovisti, bandiere ideologiche che  si scannano senza controllo in una guerra tra fratelli. Il potere dell’ordine sociale precedente si era fottuto da solo, ora la stessa sorte toccava ai dissidenti di un tempo. Ultra-Mattick, Hiro-Shisma, Ordine 9, Sadi Kanale, Kapital King Kong, Idolo Macchina, Sangue Nero di Bakunin, e poi loro, la Frazione Armata Spinozista. 

“Io, Julius Puech, chi sono al momento? Ebbene, io sono la testa pesante e il nervo della guerra dalla Fas. Io regno, grottesco e pericoloso su dieci individui di sesso maschile altrettanto incazzati e suicidi. Animati dalla somma intelligenza di coloro i quali avanzano verso il burrone grigio della morte eventuale, noi filosofiamo con la gloria effimera, in accordo con il mondo che ci circonda.”

Apologia del pensiero, etica impazzita al fulmicotone. Gli undici membri della Frazione si muovono. E nel muoversi cercano i carburanti del progresso, benzina e droghe, disprezzando senza mai manifestare il perché (oramai inutile), intrisi di un odio che non viene mai chiarito fino in fondo, ma che è vissuto in ogni suo atto e verbo. In branco con a capo un uomo narciso e presuntuoso: Julius Puech, o Julius Spinoza se in battaglia, non-eroe a cavallo fra passato sessantottino e futuro annichilito, che ha giurato morte e disprezzo a Carlo Ponti e ai suoi giovani Hegeliani, banda putrescente di intelletualoidi della High Society parigina, leccati e incravattati.

“Io, Julius / Comandante / del gruppo crash più odiato / dal popolo ripugnante degli / Hegeliani, / non ho che nemici. / E al mio peggior nemico, / auguro la peggior sorte. / Morale perchè prevedibile. / Quando lui sarà faccia a faccia / con la mia P38, / premerò il grilletto. / I miei stivali di lucertola viola / si inzupperanno di sangue estetico. / Normale perché Spinozista”

L’etica, la filosofia e le utopie hanno preso contatto con una nuova realtà, de-generata dal sistema che le aveva negate fino ad allora, forse sbagliando. Quindi il pensiero ora può essere reattivo ed estremista, vorace, può declinare i codici passati ed esplodere in fondamentalismo intellettuale, rendendo conto delle azioni che ne derivano unicamente a se stesso. E così - giustificando ogni atto proprio perchè ultimo saccheggio alla terra suicida - ognuno colpisce gli obiettivi in cui crede.  Spinoza vuole inculare Hegel. Hegel vuole inculare Spinoza. Oramai è da quattro mesi che è così, e fino a quando non si sarà consumato lo scontro l’assemblea generale dei Crasher vieta che se ne consumino altri parallelamente, quindi bisogna darsi da fare, e in fretta, perché il mondo del lavoro salariato già sta raccogliendo le prime adesioni, e la repressione o la fine di tutto sono alle porte.

“C’erano un migliaio di persone circa dentro il capannone. I travestimenti erano dei più espressionisti, la commedia era d’obbligo. Il Grullo al mio fianco era sbalordito dall’alto tenore di strass che c’era in giro. Le spille erano tornate di moda ai baveri delle giacche. Il trucco accendeva gli occhi, i gioielli deformavano le orecchie e le armi brillavano nella penombra. P38 Rock’n’Roll”

Le rappresentazioni in segni estetici della sottocultura incedono (perché gli anni ottanta sono alle porte). Le azioni diventano segno, ogni evento che intercorre tra gli Spinoziani e gli Hegeliani è puro atto simbolico, quasi svilito perché non più motivato dalle posizioni teoriche che lo sostenevano, brucia il parlamento e la basilica del Sacro Cuore. Il percorso che porterà Julius e i suoi allo scontro finale è un perpetuo confronto con personaggi reclusi all’interno delle loro posizioni, un’orgia di segni e d’annichilimento del loro senso. E finalmente lo scontro con quei materialisti degli Hegeliani arriva, e la Frazione Armata Spinozista giace a terra, tutta, tranne Julius.

“Pronto! Pronto! Pronto! Gruppi della Giusta Immagine e dell’Immagine Giusta! La Rqi vi riempie la testa di suoni e di furore! I giovani Hegeliani e la Frazione Armata Spinozista hanno raggiunto mutualmente l’eternità con un grande effetto ultravioletto! Morte chiama morte! Il sangue riflette l’anima. E il campo coperto di morti sembra la tavola dell’indicibile! Due gruppi in meno, venti gruppi in più! Tra cui Reattore Sovietico, un gruppo di duri, di mosci, di lampi tetri!”

Radio Quinta Internazionale, ogni movimento ha una sua radio. Si è consumato l’eccidio, i conti sono stati regolati, Julius, orfano del suo branco, ha chiuso i conti con un atto infame, gli Hegeliani sono morti per mezzo di una soffiata alla polizia. Il fine supera l’etichetta dell’onore, Spinoza tradisce i principi fondamentali per colpire il nemico, e con quest’atto l’ultimo barlume di senso è stracciato dal sapore pornografico di una vendetta ad ogni costo. Spinoza ha inculato Hegel.

“Il mondo al momento era un garage. Meccanici specializzati mettevano tutto a posto. Proprio tutto. L’idiozia, l’avidità, il lavoro, la violenza dei forti, l’Estetica, Dio, Marx o Baudrillard. Tutte stronzate. Stronzate che ci condurranno sull’orlo del precipizio. Per guardare gli imbecilli che avranno già toccato il fondo. Ho vissuto una frattura e sono contento di averne approfittato fino alla fine. Senza giochi di parole.”

E qui si perde il senso ultimo dell’attrito e della lotta, si è consumato il risentimento personale e ad esso segue il vuoto, come se poi la bandiera Spinoziana fosse stata la scusa per sfogare un impeto che in fondo a poco a che fare con i pensieri ‘alti’. Dopo questa eiaculazione sodomita non rimane davvero più nulla, niente più che la stasi, l’atto politico come animalità sessuale e meccanica. Ora Spinoza è un cane sciolto, ritorna nell’ultimo posto dove aveva consumato un atto d’amore con un suo compagno. Poi vaga da solo per la Francia desolata, sputando disprezzo nei confronti di tutto, e senza vendetta non ha più nulla a che spartire con nessuno.

“Ed è con la testa mezza schiacciata dalle chiappe di una donna che ho fatto il viaggio. Strani giorni. Le fanciulle che non vedevo da tanto tempo, ora mi si sedevano addosso. Iconoclastia insopportabile. I miei incontri con il genere umano e con il corpo femminile non erano affatto come mi aspettavo. Mi hanno scaricato in una fattoria fortificata vecchio stile. C’erano altre cinque o sei donne e si sono raggruppate attorno alla macchina. Mino gli ha detto dal finestrino abbassato: «Siamo state al mercato. Abbiamo portato un pollo...»”
Spinoza è ferito e catturato da una gang di sole donne. Sarà legato e reso schiavo, umiliato e sfruttato come atto di un’ennesima rivendicazione politica. Passerà le ultime pagine del libro a spaccare legna, cucinare, cucire, lavare. Sottomesso si sente nuovamente vivo, perché ora può provare disprezzo, e soprattutto nutrirsi di una fresca e giovane voglia di vendetta. Nella marcia funebre si affianca anche la morte del senso del femminismo. Le donne sono sparite, si sono raccolte in gruppi armati e violenti, e gli uomini consumano un’omosessualità contorta. L’ennesima “Cortina di Ferro”.
Gli appunti cominciano a circolare fra i suoi amici, che entusiasti della satira nera e tagliente consigliano a Pouy di spedirli ad una casa editrice, e così nel 1983 fra varie vicissitudini che non sto ad elencarvi “Spinoza Incula Hegel” diventa vero e proprio libro, presto cult indiscusso dell’intellighenzia francese. L’anno scorso la Castelvecchi ha deciso di editarlo anche in Italia, e così mi è capitato sotto mano. Questo libricino di appena 103 pagine è un vero e proprio contenitore di segni. Un’orgia semantica di reminescenze del passato decontestualizzate, rielaborate all’interno di un immaginario che non aveva ancora compiuto in modo definitivo il passo verso la relazione uomo-macchina più perversa, il cyborg. Una mia amica che lo ha letto mi chiede: «Te lo ricordi Mad Max? Il primo? Quello Australiano?» «Si, me lo ricordo». Anche il film di George Miller (uscito nello stesso anno) sembra diagnosticare un futuro post atomico privo di sostanziali evoluzioni tecnologiche. La cultura pop che seguì fu segnata da una tecnologia per tutti, allargata e sempre più invadente: walkman, stereo portatili, videoregistratori, batterie elettroniche, personal computer e infine la ‘democratizzazione’ della chirurgia estetica. E’ lecito quindi ipotizzare che furono proprio gli anni ottanta a completare l’immaginario del Cyberpunk. Mad Max e il romanzo di Pouy sono privi quindi di questo complemento, ma allo stesso tempo raccolgono tutta la tensione accumulata negli anni settanta. Puoy vuole raccontare il ’68 proiettandolo in un futuro non troppo lontano, ma comincia a farlo con i suoi alunni dopo più di dieci anni, in un periodo in cui lo scollamento delle ideologie dal tessuto sociale è massimo, alla conclusione di quelli che in Italia furono gli anni di piombo, gli anni dei Nar e delle Brigate Rosse. La Francia fu il paese che in quel periodo accolse molti rifugiati politici e ne negò l’estradizione. Probabilmente visse come tutti i paesi questo profondo declino delle ideologie che erano state capaci di compiere una rivoluzione culturale fondamentale. “Spinoza Incula Hegel”, nel suo essere dissacrante e tagliente, traccia un percorso che si ripiega su se stesso, il 68’ sul piombo dei settanta, e poi ancora quello dei settanta verso un ipotetico futuro prossimo e desolato, Nel leggere il libro quello che mi ha colpito di più è stata una sensazione di destabilizzazione, un profondo contrasto. Da una parte la fascinazione per i modelli di lotta eversiva mi tenevano incollato al racconto, dall’altra avevo l’impressione che il racconto stesso fosse una sorta di rappresentazione di un suicidio in diretta, l’ultimo colpo in testa, puro delirio ideologico. E’ la saturazione l’elemento fondamentale del romanzo, quella di Julius e del mondo marcio che lo circonda, ma anche di tutte le ideologie, incapaci oramai di sostenere il peso del quotidiano rifiuto da parte del sistema, oramai autoreferenziali e quindi in un certo modo instupidite. E se questo romanzo per molti è diventato un cult, proprio perché autocelebrativo in un modo assolutamente lucido e disincantato, per me è l’ennesimo segno di una necessità di cambiamento, non ancora manifestata in modo totale all’interno di una sottocultura che è chiamata volgarmente antagonista. Uno strumento per comprendere il perché della mia disaffezione progressiva ai modelli teorici e politici che tuttora imperversano nelle manifestazioni, assemblee universitarie, collettivi, luoghi d’incontro, e di scontro…