MECCANICHE FUTURE

Emiliano Barbieri

Pierre Bastien costruisce i suoi robot, li cura e li osserva amorevolmente mentre suonano i piccoli strumenti presenti sul suo tavolino. Atterrato come un alieno qui, alla fiera di Roma, per accompagnare il circo fantasmagorico della serata Rephlex con Aphex Twin – Afx se vogliamo essere precisi con le numerose ragioni sociali che caratterizzano l’azienda Richard D. James – sembra troppo piccolo e delicato per le fauci di cinquemila persone, stipate in un locale che ne potrebbe contenere il doppio ed impazienti come un ultrà prima di un match chiave. L’eccentricità del suo set è tutta in questi piccoli prodigi meccanici e nelle loro suite semi-automatiche, dal vago sapore dada. Sebbene lontano da qualsivoglia aiuto digitale, Pierre Bastien è un altro di quei musicisti in bilico tra l’umano e l’artificiale, tra il sogno e la cruda realtà. Come un balletto modernista fuori tempo massimo, piccoli Robot, costruiti con il Meccano, suonano musica da camera dell’era industriale, ricordandoci che il futuro è appena dietro le nostre spalle.
Indubbiamente forte è il richiamo al filone minimalista dei vari Reich e Riley, anche se il suono di Bastien ci ricorda come quell’esperienza derivi da tradizioni più antiche della nostra cultura occidentale contemporanea - valga su tutto la musica tradizionale africana. Ora mi rendo conto che l’avere una personale idea di suono futur, più vicina alle visioni del buon Russolo che alle trite ciarle canevaccico-abruzzesi sul postmoderno finanziato dagli enti locali, lo rende aprioristicamente simpatico; tuttavia ciò non intacca, neppure di una virgola, lo stupore che si prova nel vedere ed ascoltare questi piccoli aggeggi automatici costruire ritmiche meccaniche, degne del buon Tom Waits, su cui poggiano arie orchestrale dall’irresistibile sapore retrò.
In un’era in cui anche chi ha imparato a tenere a malapena in mano un mouse conferenzia circa l’ultimo Ableton Live piuttosto che Reaktor, la musica di Bastien fuoriesce direttamente da quei Tempi Moderni che furbescamente vogliono farci dimenticare, in onore di un nuovo mito di progresso – quello digitale – che non cancella un intero secolo di ingegno, umorismo e sensibilità del quale, questa musica, è l’ideale marcia funebre.


Come hai avuto l’idea di usare pezzi del Meccano per suonare strumenti reali? E’ stata una sorta di folgorazione o semplicemente la tua esperienza di musicista?
A quei tempi io suonavo il doppio basso all’interno di gruppi musicali (tra cui spicca quello capitanato da Pascal Comelade) e certamente non potevo usarlo per eseguire dei solo. La prima macchina che ho costruito era pensata per permettermi di duettare con qualcuno, pur restando da solo...il Meccano mi sembrò perfetto; consente di costruire degli oggetti complessi senza dover partire dal nulla, usando strutture fisse da montare assieme. Così ho iniziato ad usare questa scatola proveniente direttamente dalla mia infanzia. Un’altra fonte d’ispirazione sono stati alcuni scrittori. Raymond Roussel in particolare scrisse uno strano libro riguardo dei musicisti meccanici che successivamente ha ispirato artisti come Duchamp, Foucault o Rebecca Horn. Quando ho letto della sua idea di un’orchestra termodinamica mi è venuto in mente di costruire qualcosa di simile.

L’utilizzo di un gioco per l’infanzia come il Meccano può essere messa in relazione con le atmosfere malinconiche che caratterizzano la tua ricerca melodico-armonica?
Non credo, sono cose profondamente diverse. L’utilizzo del Meccano deriva dal suo essere un mezzo che conosco molto bene. Vedi, io non sono un virtuoso del mio strumento. In compenso conosco molto bene come lavorare col Meccano. La conseguenza è che posso far eseguire a lui quelle cose per le quali non sono sufficientemente allenato come musicista. Ci sono violinisti che suonano da quando hanno 4 anni, mentre io è da quell’età che gioco con il Meccano, quindi capisci da solo il nocciolo della questione...
Per quello che riguarda la malinconia, è legata al mio carattere che fuoriesce naturalmente nella mia produzione artistica, ma non credo sia influenzato dai mezzi che utilizzo.

Sono curioso di sapere come è iniziata la tua collaborazione con la Rephlex.
In realtà non ho deciso nulla personalmente...Richard (Richard D. James aka Aphex Twin) deve aver ascoltato qualche mio lavoro e mi ha chiamato per registrare un disco con la sua etichetta. Per un anno circa mi sono dedicato completamente a questo progetto, terminato con l’uscita di Mechanoid. Non ho mai mandato un demo né fatto nulla perchè ciò accadesse. Tutto nasce dal fatto che Richard è una persona molto aperta alle novità, che ascolta un sacco di musica diversa e che dispone di una cultura musicale pressochè infinita.

Certamente è un musicista interessato alle novità ed ha un’enorme passione per la musica d’avanguardia...
E’ una persona aperta intellettualmente, cosi come Grant (Grant Wilson, l’altro fondatore della Rephlex) lo è, ed in generale tutti quelli che lavorano per la Rephlex lo sono. Il problema di serate come queste è che i suoi fans forse non sono così ben disposti verso le novità e – se ci penso bene - neanche i distributori hanno lo stesso approccio dell’etichetta. Questo mi crea dei problemi quando suono in situazioni come questa, dove il pubblico non conosce il mio lavoro sia per una sua volontà, sia per un’oggettiva difficoltà nel reperire il mio materiale.

Un sacco di persone sono venute qua stasera con un’attitudine da party, forse sono qui unicamente per ballare...
Questa cosa mi rende molto geloso e invidioso, perchè mi piacerebbe far ballare il pubblico ma, onestamente, non credo d’esserci mai riuscito!

Osservando una delle tue ultime installazioni, costituita da otto giradischi che suonano lo stesso loop ad infinitum, mi è venuto spontaneo pensare ad una sorta di parodia della cultura del Djing e del campionamento oggi così in voga.
No, è più un tributo alle nuove forme di composizione musicale, non volevo essere ironico a riguardo. Penso solo che alcune tecniche del Djing non necessitano dell’intervento dell’uomo, sono totalmente automatizzabili. Così ho modificato i piatti in modo che alcuni insistano sullo stesso groove, mentre altri effettuino scratch e trucchi simili. Ho anche costruito un programma meccanico che sostituisce il Dj, in modo che i piatti non suonino per tutto il tempo e sia possibile inserire delle parti orchestrali composte da un duo, un trio o un quartetto d’archi per esempio. La mia idea è che il Dj possa essere sostituito da un Robot e che il tutto possa essere automatizzato attraverso il Meccano. Personalmente vorrei che tutto fosse una macchina -anche perchè, se ci pensi, il giradischi è una macchina, i cd player sono una macchina, e molti altri oggetti da cui siamo circondati lo sono. Allora perchè non far dirigere il tutto da un altra macchina? La mia idea è che tutto sia automatizzabile. Mi piacerebbe realizzare una lunga installazione che non si ripeta mai uguale...sarebbe una cosa possibile, a patto di riuscire a catturare l’attenzione del pubblico, che dovrebbe iniziare a guardare i Robot come guarderebbe una band in carne ed ossa. Per adesso solo in Giappone mi è capitato di vedere la gente applaudire le macchine come farebbe con degli artisti veri e propri. I giapponesi sono forse le uniche persone al mondo capaci di apprezzare indifferentemente una macchina come un essere umano.

Quali sono i tuoi artisti preferiti al momento? Hai ascoltato ultimante qualcosa che ti ha affascinato?
Ascolto musica unicamente quando faccio delle performance dal vivo; questo è uno dei motivi che mi ha spinto qui stasera. Indubbiamente è un rischio, ma solo così posso scoprire modi di fare musica che magari ignoravo precedentemente. Non ascolto molti dischi, semplicemente perchè non ho molto tempo libero. Nella mia carriera ho costruito più o meno duecento Robot ed alcuni di questi sono stati venduti, anche se la maggior parte sono tutt’ora presenti nel mio studio; necessitano di attenzioni e manutenzioni continue per essere sempre pronti per installazioni, mostre o live performance. Così ascolto quasi solo musica eseguita dal vivo. Aphex Twin, Squarepusher, Scanner sono alcuni artisti di cui ho ascoltato e apprezzato anche i dischi.

Hai notato qualche link tra la loro musica e il tuo modo di interpretare questa forma d’arte?
Quando sono a casa e posso decidere io se alzare o abbassare il volume, direi che ci sono molti collegamenti. In una situazione tipo stasera non vedo nulla di collegabile con il mio lavoro purtroppo.

Hai parlato dei tuoi Robot con un affetto paterno. Quanto sei legato a queste tue creature?
Moltissimo. Quando spedisco ai musei o alle gallerie alcune mie creazioni, non vedo l’ora che ritornino a casa sane e salve. Alcuni cose le ho costruite vent’anni fa e vi sono legato come a dei vecchi amici con i quali ho suonato assieme per numerosi anni. Ogni tanto riscopro queste macchine dopo anni ed è bellissimo riascoltare la loro voce.

Progetti per il futuro?
Di solito sono molto concentrato sul presente, dimenticando in fretta le cose passate. Ovviamente ho dei programmi per il futuro riguardo mie esibizioni o progetti legati alle mie macchine. Mi piace molto la magia legata all’arte ed ho un idea illusionistica del prodotto artistico; è l’aspetto che proverò a far risaltare maggiormente nei miei prossimi lavori.

(01/2)