NO - OLD NEWS - GOOD- OLD NEWS

Francesco Farabecoli

La musica degli anni ’60, che “non è invecchiata di un giorno” è come papà che si vanta di avere ancora i capelli in testa, mentre i suoi compagni di classe delle elementari non ce li hanno più. Andarsene in giro a dichiarare che lo spirito del ’77 e del ‘68 non è ancora morto è, grossomodo, accanimento terapeutico.
Riguardo al rock, è da un po’ di tempo che abbiamo dovuto fare i conti con musica che ha iniziato a portare date piuttosto pesanti da dichiarare in pubblico. La storiografia del rock è diventata da diverso tempo una categoria dello spirito dell’appassionato di questo genere di musica: racconta dell’uomo che si innamora della radice originaria di un suono e può persino arrivare a tradirne le più recenti manifestazioni (o a dichiarare che le più recenti manifestazioni della musica sono un tradimento di quelle più antiche). Tendenzialmente gli appassionati di classico e contemporaneo non hanno punti di contatto rilevanti, o comunque meno delle apparenze. Per entrambi le categorie del rock si piegano ad un preciso modus operandi e ad esso vengono soggiogate, per dare un peso teorico alle valutazioni critiche del singolo disco o del singolo artista.
Uno dei migliori criteri valutati per la vecchia musica è proprio il modo in cui invecchia: Nel corso degli anni questo lavoro non è invecchiato per nulla, o Questo disco poteva essere forte quando è uscito ma ora è musica invecchiata male. Le premesse non si riferiscono a questioni-base del vivere, al fatto che, ad esempio, alcuni dischi invecchino (eh, sì) meglio o peggio di altri, per ragioni che nulla hanno a che fare con la programmaticità degli intenti del realizzatore; così come è assurdo pensare che un “capolavoro” sia tale solo se di tale disco si parlerà anche tra dieci anni. Come se permettere di essere macinati dall’oblio sia condizione sufficiente per farsi classificare vitanaturaldurante tra i contapalle del rock, gente che te l’ha raccontata per un annetto e poi è sparita nel nulla. Nota a margine: SPARIRE NEL NULLA è una delle poche cose oneste che si possano fare in questo lavoro, ammettere la caducità del proprio contributo in un flusso (più o meno) inarrestabile e cercare di brillare più intensamente possibile nel poco tempo a noi concesso, per poi spegnersi in un lampo. E lasciare che i propri lavori invecchino per conto loro, giacchè-volenti o nolenti- essi hanno una vita propria appena licenziati sul mercato.

Ad esempio gli Stones non lo fanno. Piuttosto che lasciare invecchiare la propria discografia limitandosi a vedersi tributare gli onori del caso, continuano ad agitarsi su un palco come la versione ipertrofica dei loro epigoni; con l’evidente risultato che Mick Jagger 2005 sembra Jack White stracarico di Viagra e con un disco orribile in promozione – ma almeno faranno il tour, almeno tu che non li hai mai visti puoi supplire a questa lacuna fondamentale nella tua storia di rockettaro – e che hanno ragione lo dimostra il fatto che con biglietti oltre i cento euro riempiono gli stadi. Non è nemmeno una recita, non è la Grande Truffa: è puro delay dello zeitgeist, non a caso la gente li ha presi talmente sul serio che dopo il 2000 anche i critici più “attenti” hanno preso il cuore in mano e hanno raccontato di una “nuova rock revolution”. E chi ci tocca in eredità? Un personaggio fuori luogo come Pete Doherty, uno che tolto da un contesto di fama&fortuna sarebbe solo patetico (e ognuno può fare la propria lista, eh). Per Baudrillard sarebbe un incubo: avanti e indietro si mischiano, perché non solo il vecchio cerca di “fare” il giovane, di indossare i suoi vestiti, ma pure il giovane si accontenta di fare cose da vecchio, la realtà e la rappresentazione giocano a scambiarsi i ruoli così da rendere impossibile individuare non solo il simulacro ma anche l’originale. A tutt’oggi quello che abbiamo davanti è una versione in scala del rock’n’roll.

Qualcuno riesce a giocare con lo stereotipo di eterna giovinezza, elevarlo ad un preciso stato dell’arte, oppure si accontenta di non essere più giovane come un tempo ed accoglie il proprio progressivo invecchiamento, una presa di coscienza che può determinare, in pochissimo tempo, il sorgere di una nuova poetica. Costoro hanno in mano un cifrario per comprendere nel dettaglio i meccanismi che regolano lo stardom e lo usano per criticarlo o per recitare la propria parte all’interno con fare da giganti. Henry Rollins sale su un palco accompagnato da un gruppo discutibile e continua a pestare i piedi nudo e incazzato come fosse ancora nei Black Flag, decontestualizzando l’insieme, raccontando il proprio progressivo declino con la graduale immedesimazione nel personaggio di culturista/acculturato che, ogni giorno che passa, aumenta la propria schizofrenia come un campanello d’allarme. Dall’altra parte della barricata Mike Ness scrive canzoni sull’essere invecchiato e sul non poter tornare indietro, si confronta con la lingua dei propri padri ed inventa il proprio blues in un contesto di decadenza che esalta e si fa ascoltare: solo chi si è reso conto di aver fatto il proprio tempo continua a farlo.

La musica che “vince” in ogni caso è un’altra, una sorta di aberrazione del mito del rock’n’roll. Non saprei dire chi è stato il primo storico del rock, ma dopo qualche tempo i filologi non si contavano: il risultato è che oggi il rock cita se stesso, parandosi il culo in una maniera decisamente geniale (geniale quanto possa esserlo il più bieco populismo che ti possa dare un mestiere delle armi spuntate come quello che avviene nel raccontare se stessi a partire da artisti che facevano il loro tempo quarant’anni fa, cioè ammettendo che l’unica persona che può realmente capirti è tua nonna) e riportando in auge l’estetica di decenni prima come vintage; il problema non è nel retrò in se stesso, quanto nel fatto che la filologia del rock tende ad essere univoca e mortalmente esclusiva, ad ammettere un solo scenario possibile e a non prevedere una evoluzione del concetto nemmeno dopo cinquant’anni e passa dalla sua nascita. Il danno era stato fatto, ma ha esaltato un sacco di tipi e ora ciucciatevela pure quanto volete.
Rendere attuale il vecchio funziona in due sensi: per prima cosa significa continuare a usare il defibrillatore su un mostro ormai privo di vita, leggere alla voce reunion, in seconda istanza significa negare la propria appartenenza generazionale (ammesso che la cosa abbia una qualche importanza) rendendola semplicemente lo specchio di un’idea tanto “geniale” da potersi ripercuotere su generazioni successive cui mancano sia il contesto di appartenenza che le possibilità di svilupparne le premesse (perché se non ricordo male qualcuno aveva tirato fuori l’idea del Live Fast Die Young, probabilmente coloro che cantavano in gruppi che oggi si riformano per la sesta volta).

Rendere attuale significa impossibilitare l’attualizzazione in tal maniera che il vintage diventi il reparto rianimazione del rock’n’roll; o una camera del tempo, come nelle storie di Dylan Dog in cui l’immortalità passa attraverso il rivivere lo stesso giorno per il resto degli anni con un solo progressivo disfacimento del corpo, la zombificazione. Il vintage riporta in vita i Grandi Classici della Musica, alla stregua delle raccolte da edicola, come se fosse un merito succhiare il rantolo di morte di un gruppo e poi alitartelo in faccia per fartene sentire la puzza. E non avrebbe senso se qualcuno di noi chiedesse altro, perché un’alternativa esiste e viene sistematicamente relegata ai margini.

Non c’è niente come la decadenza. Non c’è niente come rendersi conto che quasi tutti i dischi registrati negli anni ’70 suonano ESATTAMENTE come se fossero stati registrati negli anni ’70 (alcuni suonano più vecchi), e i dischi registrati negli anni ’90 con tecniche anni ’70 sono immondizia o vintage, e ai fini del discorso sono quasi sinonimi. Non c’è nulla come rispondere al trombone (e molti di loro hanno 19 anni) che ti urla all’orecchio che… ok il cantautorato, ma nessuno suonerà mai più come Bob Dylan; fargli notare che è assolutamente vero e che anche Bob Dylan SI GUARDA BENE dal suonare come il se stesso di quarant’anni fa. I dischi registrati quindici anni fa, hanno una cosa in comune: sono vecchi di quindici anni. Alcuni cercano di non dichiarare la propria età, forse è una questione di spiritus mundi o forse cercano di farla franca in prospettiva. Ma tanto, dice John Maynard Keynes, nel lungo periodo saremo tutti morti.

(01/2)