In an exploration of some of the possible relations between words and images, writers are asked to react to photos whose origins are obscure to them. The only guideline is that the text be somehow related to the images

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Words by Francesco Pacifico – Images by Jerzy Lewczyński

Un giorno della fine degli anni Novanta un amico studente del conservatorio ascoltando non so chi, Dvorak, forse, non so, disse a un altro amico, studente di filosofia: “Senti? Qui sta facendo la parodia del barocco.” Io e lo studente di filosofia capivamo quando Damon Albarn faceva la parodia di Bowie (“He thought of cars,” “Strange news from another star”), ma delle ironie e dei travestimenti della classica non sapevamo nulla. Il che spinse il mio amico, durante la tesi di dottorato, a pormi il seguente problema: “Sai quando i filosofi usano Wagner per spiegare i problemi estetici? Secondo te posso usare gli Specials?”

Jerzy Lewczyński, Untitled, 1958; courtesy Galeria Asymetria, Warsaw
Questo è il disagio culturale, e ha molte incarnazioni, e io ne ho vissute molte. Come trovo insopportabile che non si noti universalmente quanto è raffazzonato lo stile e il mondo e ogni paragrafo di Trilogia della città di K. (ho le prove, devo solo metterle per iscritto), invertendo i ruoli trovo insopportabile andare a una mostra di fotografia e non capire se devo abbandonarmi al sentimento e dichiarare a me stesso di essere coinvolto da ciò che vedo, o se devo invece direttamente chiedere all’amico critico di fotografia se ha senso investire i miei sentimenti nell’operazione.
Si diventa frigidi. Si perde la capacità di amare.
L’ultima volta che mi sono esaltato a una mostra di fotografia è stato per delle Porsche parcheggiate fuori dalle case bianche di Belgravia, fotografate la notte, le scocche tanto luminose, per l’esposizione, che si vedevano granelli di polvere e graffietti (così ricordo, per lo meno). Mi sono abbandonato alle Porsche e ai solitari marciapiedi di Belgravia perché mi ricordavano quando alle elementari disegnavo profili di automobili, e l’ho potuto fare perché l’amico critico mi autorizzava a farlo, mi spiegava cosa c’era di non ovvio, di non paraculo, nelle foto che stavo guardando. Aggrappato all’amico esperto, mi permettevo di essere sentimentale. (Un momento davvero difficile fu la mostra romana di Crewdson: quelle macchine abbandonate, quei toni viola, blu, bordeaux, quel gelo, quelle scene penose in tinello, quegli incroci desolati – mi lasciai andare, ma aspettavo da un momento all’altro che una persona più accorta venisse a picchiarmi per il mio amore dell’ovvio).


Ora l’amico esperto è in Australia e io ho di fronte del filo spinato, un lampione arrugginito, delle ciminiere; un pollo spennato appeso a testa in giù, una vecchia col foulard; dei fiori-insetti appoggiati al bordo di un bicchiere d’acqua, una bottiglia; delle mani o dei guanti; la schiena di un pigiama a righe da ospedale, da ospedale dell’est, da ospedale di metà novecento, da ospedale pericoloso, e i riquadri della finestra riflessi sulla stoffa.

Jerzy Lewczyński, Korea, 1956; courtesy Galeria Asymetria, Warsaw
La mia prima reazione è frigida: c’è troppo sentimento per regalargli anche il mio: pigiama e letti di ospedale; bottiglia di vetro, scura, con dietro un telo; il pollo e la vecchia, e di nuovo un riferimento all’orrore: il caratteristico filo spinato. La sensazione è di poter parlare solo in presenza del mio avvocato, di non voler prendere posizione.

Jerzy Lewczyński, Auschwitz, 1959; courtesy Galeria Asymetria, Warsaw
La seconda reazione me la procura la luce sopra i quattro guanti. I guanti in sé non li commento: non mi aprono a niente, riesco solo a pensare che la punta di ogni dito è un seno, e qualunque sforzo di dare valore simbolico alla loro posa tonta e al tempo stesso blasé mi farebbe sentire in malafede, e connivente. La luce, invece, mi colpisce perché ricorda molto la maniera in cui Ferriss disegna il cielo di New York la notte, l’aura, che copre le stelle, della luce artificiale che evapora nell’oscurità senza disperdersi. Ferriss era esperto nel disegno dei grattacieli all’inizio del Novecento, quando Manhattan diventò un progetto astratto di urbanizzazione verticale e cominciò a slanciarsi verso il cielo. Ferriss disegna i volumi dei grattacieli a carboncino ed è bravo a far sognare l’enormità dello spazio interno sospeso nel vuoto, e la quantità di cose che vi possono succedere. Il resto, ciò che non avviene all’interno, è tre cose: il traffico in fondo ai canyon delle Avenue; la luce che tiene separati i palazzi come filo interdentale di energia; la luce che si condensa sopra la città. La luce disegnata è simile a quella che aleggia sopra i guanti-grattacieli. E questo è l’unico contatto che la mia memoria e la mia capacità formale creano con queste cinque fotografie.

Jerzy Lewczyński, To my beloved wife, 1956; courtesy Galeria Asymetria, Warsaw
Il resto è scandalo: perché il filo spinato?, e cosa vuol dire quel rosa che anima appena appena il cielo sopra i comignoli? E soprattutto perché il pollo spennato? E perché all’improvviso l’uomo in pigiama stringe le spalliere del letto creando la prima e unica sensazione di contatto di tutto l’insieme? Perché ogni foto sembra un diverso esercizio con i colori, perché solo la terza e la quarta sembrano dello stesso autore? Perché la luce nella quinta, la foto dell’uomo in pigiama, non c’entra niente con le altre?
E poi, ora che allargando le fotografie sullo schermo del computer noto che sono scansionate, che la carta sugli angoli è rovinata, scopro di non essermi ancora chiesto, nella mia disperata incompetenza, di quando siano queste foto. Avevo dato per scontato che fossero contemporanee. E se non lo fossero? Se fossero foto di un’epoca in cui pollo, donna, bottiglia, fiore piegato, guanto, pigiama, letto ospedaliero valevano ancora qualcosa?

Francesco Pacifico (1997) è nato a Roma, dove vive. Ha pubblicato i romanzi Il caso Vittorio (2003) e Storia della mia purezza (2010). Ha tradotto in italiano, tra gli altri, Kurt Vonnegut, Will Eisner, Dave Eggers, Rick Moody, Henry Miller. Scrive su diverse testate tra cui Repubblica, Rolling Stone, Studio.