The number of available pages is the only indication given to a curator, who is asked to autonomously present a project conceived and designed in collaboration with an artist

CONFLICTED PHONEMES
by Mihnea Mircan and Lawrence Abu Hamdan

Nel settembre 2012, un gruppo composto da linguisti, graphic designer, artisti, ricercatori, attivisti e profughi somali in cerca di asilo politico – le cui domande erano state rifiutate dall’Ufficio Immigrazione olandese in base all’analisi di lingua, dialetto o accento –, si è incontrato per discutere del controverso utilizzo dell’analisi linguistica per determinare la provenienza di chi richiede asilo politico.

La raccolta di mappe presentata in queste pagine, realizzata in collaborazione con Janna Ullrich, è un estratto dei grafici prodotti nel corso di questa intensiva due giorni di dibattito.

Dal 2001, gli Uffici Immigrazione di Australia, Belgio, Germania, Olanda, Nuova Zelanda, Svezia, Svizzera e Regno Unito si sono rivolti all’analisi linguistica per determinare la validità delle domande di asilo avanzate da migliaia di persone prive di documenti di identità.

Nella maggior parte dei casi il compito è stato affidato a una società privata svedese, che ha registrato le telefonate con i richiedenti, le cui voci sono state quindi analizzate per stabilire se i loro accenti fossero compatibili con la provenienza dichiarata.

Chi richiede asilo politico spesso non è nelle condizioni di confutare i risultati delle analisi, e queste mappe vogliono offrire una protesta silenziosa a chi si è visto rifiutare la domanda in seguito alla totale spersonalizzazione della propria voce. Indirettamente, rimandano al significato degli accenti ibridi, dell’adattamento della voce a diversi contesti sociali, a una vita in costante migrazione.

L’obiettivo di questi documenti è dimostrare l’impatto che la storia della Somalia, e i suoi quarant’anni di ingovernabilità e crisi, hanno avuto sia sullo stile di vita dei suoi cittadini, sia sul loro modo di parlare. Le mappe sono in genere astratte, e riducono la complessità di una questione o di un territorio a una forma assimilabile. La densità di queste mappe, invece, risponde al difficile compito di registrare le voci le e biografie di coloro che stanno fuggendo da conflitti e carestie.

Il cambiamento di un accento, la sua forma fonetica presa in prestito e ibridata, non è prova delle origini di una persona ma solo di uno stile di vita instabile, comune a chi è in cerca di asilo, che, nel viaggio verso la propria destinazione, spesso trascorre anni interi in campi popolati da individui di diversa provenienza.

Non è forse più plausibile che la voce di un profugo sia un mix irregolare e itinerante di voci, la biografia di un viaggio, anziché un suono immediatamente riconoscibile, una voce pura che afferma che le proprie radici sono saldamente ancorate in un luogo preciso? Il fatto che l’analisi linguistica determini la provenienza di un individuo in base a una sillaba, ignorando ciò che è attestato dai documenti d’identità, ci obbliga a ripensare al modo in cui le frontiere vengono rese percettibili e al modo in cui la specificità di vocali e consonanti viene investita di valore legale.

Aural Contract di Lawrence Abu Hamdan è un progetto in corso – da una serie di eventi, azioni pubbliche, mostre, estratti audio, workshop e un archivio sonoro – investiga le politiche contemporanee di ascolto e si concentra sul ruolo legale delle registrazioni vocali.

 


The Freedom of Speech Itself, il documentario sonoro di Abu Hamdan sui test degli accenti dei profughi, viene presentato insieme a sculture di impronte vocali di livello che illustrano la frequenza e l’ampiezza di due voci che pronunciano la parola “you”. La tecnica cartografica delle linee di livello, utilizzata per mappare e identificare l’origine dei fonemi, permette alle sculture di condensare il ragionamento di Abu Hamdan in una forma materiale che unisce le nozioni di voce e territorio. Inoltre, il materiale fonoassorbente utilizzato nella realizzazione di queste opere interviene direttamente nello spazio sonoro, ovattando la stanza e stabilendo così un dialogo, volto a intensificare l’esperienza uditiva, tra le sculture e il documentario.
 

Mihnea Mircan (1976) è curatore, scrittore e direttore artistico di Extra City Kunsthal ad Anversa. Dal 2005 al 2006 è stato curatore di Le Pavillon, Palais de Tokyo, Parigi. I suoi scritti sono apparsi in riviste come Mousse e Manifesta Journal. Mircan vive e lavora a Anversa. 

Lawrence Abu Hamdan è nato ad Amman in Giordania e vive a Londra. Il suo lavoro si occupa principalmente delle politiche dell’ascolto e della relazione tra suono e urbanismo. E’ membro di un gruppo che gestisce Batroun Projects, Libano e 113 Dalston Lane a Londra.