TV, LOVELINE E BIOPOLITICA

Giordano Simoncini

ASSOLUTA. Ci sono ci sono. Ci sono le cugine, le sorelle. Le nonne che trascorrono le mattinate ad imbottire melanzane. I fan ed i tifosi. Ci sono gli intellettuali fanfaroni, quelli che hanno fatto pace col mercato a media età, quelli che invece che arginarlo, il figliuolo, preferiscono studiarlo per come la usa – e quando tornano a casa dall’ennesima conferenza, un bel giorno, scoprono con mestizia che detto figliuolo è venuto su rincoglionito senza speranza di redenzione. E poi ci sono anche quelli che ritengono di informarsi. O di ridere, ma con intelligenza. Quelli che pensano che quando la spengono, dopo, è tutto come se non fosse mai esistita; che non ingerisca – (s)formi – rubi – penetri – stringa – chiuda – sfiammi. Ci sono quelli che pensano che sia utile!, non c’è dramma più struggente di questo.

Invece, per una volta, la verità è assoluta: la televisione fa male e non serve a niente.

[Proprio a niente, eh. Non ci provare.]

Chi scrive, ad es., non possiede alcuna antenna di ricezione e sta bene come sta … o meglio, proprio bene magari no, però tutte le grane che ha c’erano già da prima.
Per cui.

APOCALITTICO. Magari l’ho messa giù troppo drasticamente. Per altro verso, non c’è motivo di perder tempo a discutere sul come e sul perché, al giorno d’oggi, la televisione [non il televisore, che si rivela cosa buona una volta interfacciatosi con vhs e dvd] sia soltanto un male futile. Perché è immediatamente evidente. Perché quel poco che c’è di decente lo si può carpire anche altrove, senza scostamenti essenziali e senza sforzi eccessivi. Perché sull’argomento e relative propaggini esiste comunque una letteratura scientifica sconfinata, che è colpevole ignorare in toto.

[Improvvisiamo anche un casuale compendio bibliografico di default, dai: Packard, V., 1958; Marcuse, H, 1964; Horkheimer, M – Adorno, T. W., 1966; Colombo, F., 1974; Morin, E., 1974; Fireman, J., 1977; Comstock, G., 1978, 1980 (solo ed. USA); Postman, N., 1986; Gerbner, G., 1986, 1988 (solo ed. USA); Berger, R, 1992; Baudrillard, J., 1996; Popper, K. - Condry, J.,1996; Bazzanella, E., 1996; Mander, J.,1996; Stiegler, B.- Derrida, J., 1997; Sartori, G., 1999; Perniola, M., 2004 ]

C’è bisogno di: a) approfondire; b) spiegare; d) discutere } meglio? No.
Anche se ce ne fosse, non è questo il luogo. Non c’è spazio.
Si fa già abbastanza fatica a stare dentro a 2 pp.

MTV. Nonostante Jello Biafra abbia detto una volta per sempre suppergiù tutto ciò che c’ era da dire in merito, c’è anche chi guarda MTV. Sembra assurdo che accada ancora, nel 2006, ma tant’è. Che se esiste qualcosa di più inutile, offensivo e degradante di MTV boh, mostramelo tu, io non riesco a trovare nulla. E (ancora) c’è DAVVERO chi la guarda! Una possibile spiegazione è contenuta implicitamente nella tipizzazione della cd. sindrome di Peter Pan: se 30 anni or sono la psicologia infantile ha dimostrato che le trasmissioni più gradite ai bambini sono gli spot (poiché ottimisti, ritmati, brevi e lapalissiani), chi ama guardare quei particolari spot che sono i videoclip anche a seguito del compimento della maggiore età patisce un qualche tipo di deficit di sviluppo.

Poi va beh, ci sarebbero anche altre cose da dire, ma non c’è spazio.

CHE CAZZO. Per cui, nella cerchia degli spettatori di quella trista mietitrice di cervelli che è MTV, le cose stanno in questo modo: minorenni che guardano i videoclip e non hanno mai approcciato i Dead Kennedys “ triste ma comune; maggiorenni che guardano i videoclip, Jello Biafra o meno “ patologia lieve; maggiorenni disinteressati ai videoclip che comunque seguitano a guardare MTV “ patologia grave. Questi ultimi sono spettatori di inutili teen ager americani che frugano nelle camere altrui, di tamarri disagiati che si fanno pimp- are il ride e di Camilla Raznovich.

Non avrei nulla contro Camilla Raznovich, ragazza in gamba e grossomodo intrigante. C’è quella cosa che lavora in televisione, ma in questo orrore che è il mercato del lavoro italiano ognuno affronta il proprio cimento. Però Loveline! Che cazzo. Al che arrivi tu: “ma scusa, dov’è il problema, in mezzo a tanto schifo l’educazione sessuale è l’unica cosa opportuna, no?”.
Potresti dirlo. Potresti dire che, effettivamente, proprio quella è l’unica cosa buona nel palinsesto di MTV. E parrebbe anche plausibile. Da qui la necessità di domandarci, propedeuticamente, se l’educazione sessuale ci piace – ammesso che, conclusasi l’igienizzazione sessuale, di educazione vera e propria ne rimanga ancora. Toccherebbe chiedersi, soprattutto, se ci piace fatta così.

CORSIVI. Igienizzazione e fatta così. Sul primo corsivo si espresse definitivamente Foucault (e chi sono io per emendarlo?): la salute pubblica è funzionale a consumo e produzione, che sono l’irregimentazione post – moderna, e l’igienizzazione delle masse è un’ operazione biopolitica. In breve: se non godi di buona salute, non produci e non consumi. Da ciò segue che anche un certo tipo di vitalismo è vagamente biopolitico: quello cattolico, ad es., evidente portato di una certa tecnicizzazione della Chiesa come risultato del suo confronto con la modernità. Nella Bibbia, di culto della vita, ce n’è meno di zero. Tanto nell’estetica del martirio quanto nell’agognare la sofferenza per far scattare il meccanismo dell’espiazione che conduce poi al premio ultraterreno, si sostanzia definitivamente una delle idee cardine del culto cristiano (così come anche di quello islamico, che è il cristianesimo ad uno stadio di sviluppo più arretrato): il bello viene dopo la morte.

Poste tali premesse, dire che il preservativo è funzionale al dominio, tanto quanto lo fu un tempo la repressione della masturbazione, non è così aberrante – più in generale, non tutte le verità che usualmente irritano giovani diessini e femministe sono necessariamente un’ aberrazione. Con ciò non voglio di certo dire che il preservativo non vada usato!, ci mancherebbe: dovrebbe però rimanere completamente squadernato che, così come si sopporta in capo il dominio altrui nel mondo del lavoro, allo stesso modo si sopporta sul pene il dominio altrui quando si fa l’amore col preservativo.

È però sul secondo corsivo che mi preme particolarmente inveire.

Succede questo: per la divulgazione sessuologica contemporanea è tutto normale. Se telefono a Camilla e dico che voglio accoppiarmi col suo divano mentre lei bascula nello studio aggrappata ad una liana, il sessuologo Marco Rossi mi risponde prontamente: “sarebbe anormale il contrario”. Normale tua sorella!, se tutto è normale non c’è più nulla di divertente. La verità è che nella sessualità di ognuno c’è poco e niente di normale, lì dove normale significa “prossimo alla norma”, ad un centro di ordine, ad una moda, ad una media lasca. Ogni esistente umano è sessuale; ispo facto deviante, infinite le direzioni; ed è bello così. Detto questo, scrutiamo però meglio gli intenti della sessuologia divulgativa di Loveline, che sono verosimilmente: 1) spintonare il senso di colpa, monstrum per antonomasia della psiche d’ occidente nonchè scontato nemico della sessualità, e 2) abituare la società ad un’ idea molto includente di normalità, al fine ultimo di porre le basi per un’ accettazione dell’alterità per consuetudine. Sulla carta, non sarebbero neanche propositi malvagi: ti dico che sei normale per farti vivere meglio la tua sessualità; dico in pubblico che sei normale perché la gente si abitui pian piano ad accogliere i tuoi orientamenti - cosa, questa, che aiuta poi ad accettare se stessi e ad affrontare nuovamente il senso di colpa “da dietro”, chiudendo il cerchio. Si tratta di nient’ altro che di un corrispettivo di quel particolare approccio metodologico che porta il nome politico di sviluppismo. Sennonché, è così ineluttabile che il senso di colpa debba essere fronteggiato a suon di frustate di normalità e noia? È così ineluttabile che il senso di colpa, che fa il paio con qualunque tipo di alterità, si debba combattere conformando, come nelle scuole, come nelle caserme? E soprattutto, è attraverso la sovraesposizione e la consuetudine che devo essere condotto all’accettazione dell’alterità (sia essa sessuale o meno, mia o del prossimo)?

No mille volte.
Quello è il modo delle massaie polentone, una delle radici di ogni xeno/omofobia. Non le diversità del prossimo, debbo abituarmi a tollerare; bensì, il prossimo in quanto tale, presuntamente provvisto di alterità infinita, devo accogliere immediatamente, in un atto originario, solo e semplicemente perché mi coesiste. Determinati i problemi in questi termini, lo sviluppismo sociale fallisce, così come ha fallito quello politico (tanto in Africa quanto in America Latina) la bellezza di 40 anni fa. Assieme ad esso, allegramente, la divulgazione psicologista dei sessuologi sornioni; ciò che accade a questo punto, date le attuali contingenze storico-sociali, è che si aprono i margini per un qualche tipo di rivoluzione.

[Figurati tu se la può impostare correttamente MTV, una rivoluzione qualsiasi, che sta ancora appresso a Bono e Bob Geldof.]

Prendendo le mosse da un metodo errato e da propositi frastagliati di storture, Loveline finisce quindi col rendere alla causa della sessualità una bella chiavica di servizio. Svuotando il sesso di ogni potere liberatorio lo tramuta in lavoro del piacere come obbligo ricreativo (così come un tempo era il lavoro della riproduzione, pegno al Minotauro dell’enforcement statuale), come uno di quegli svaghi che equivalgono al sonno della produttività (per ciò stesso funzionale alla produttività), tollerato per quest’ unico motivo in capo all’omosessuale, in quanto lavoro del piacere fine a se stesso (a cui si abbina l’odierno diniego, probabilmente anch’ esso biopolitico, dell’adozione da parte di coppie omosessuali, quale pratica succedanea della riproduzione).

Ne viene fuori che, posta l’intrinseca rivoluzionarietà della sfera sessuale di ognuno, certe volte l’ educazione sessuale che si spinge oltre una minima, ragionevole igienizzazione finisce con l’essere profondamente reazionaria.

Come peraltro qualsiasi tipo di regolamento formalizzato da altri che non siano me.

XL, TUMULAZIONI. (Siccome questo mese è pure su XL di Repubblica, me lo spendo anch’ io così faccio bella figura:) Alejandro Jodorowsky, nella prima scena di El Topo, recita: “Ja eres un ombre. Entierra tu primer jugete y el retrato de tu madre”. Posto che primo gioco e seconda madre dell’infanzia contemporanea è sempre e comunque la televisione, seppelliamo senz’ altro quella. Nella stessa fossa, però, ci starebbe particolarmente bene anche l’intera educazione sessuale mediatica, televisiva e non.

Immagini?
Che tumulazioni liberatorie?

(01/2)