SAUDACOES DO PORTO

Francesco Ventrella

Si potrebbe parlare di “nuovo miracolo portoghese”, da fare invidia a chi si è ostinato a produrne uno italiano. C’è chi fa arte contemporanea in un paese dove un operaio guadagna in media 350 euro al mese e dove uno studente riceve una borsa di studio mensile di 50 euro e ne spende 30 di abbonamento del treno per raggiungere Porto da Guimarães. E non c’è potere d’acquisto che tenga, se consideriamo che il Portogallo è uno dei paesi fondatori dell’Unione Europea. Cosa c’entra tutto questo con l’arte contemporanea? Lo spirito: la voglia di fare, di sostenere una visione del mondo di cui si possa raccontare, in cui ci si possa riconoscere. Ho cercato di contattare amici e amiche attivi a Porto: artisti (Carla Cruz e Andrè Alves) e curatori (Luís Ribeiro), per riascoltare le loro storie e poterne scrivere attraverso le loro parole. Gli artisti di cui vi parlo si definiscono intellettuali marxisti. Non vi nego che la cosa, ormai dèmodè per la civile cultura italiana, ha una forte presa su di me; non fosse altro perchè dichiara una posizione utopica eppure materialista: quella di un’arte radicale, che fa pressione contro la comunicazione, invece che assecondarla (e galleggiare). Inizio a chiedere a Carla Cruz di aiutarmi a ripassare la storia recente del Portogallo, perchè credo che abbia la sua importanza.

Carla: Il Portogallo è una democrazia libera solo dal 25 aprile (come l’Italia!) del 1974. Oggi sembriamo esserci dimenticati di questa data; lo scorso anno il governo di centro-destra ha avuto addirittura il coraggio di togliere la R di Revolução (rivoluzione) chiamandolo il 25 aprile dell’Evolução (evoluzione). Ora al governo c’è il Partito Socialista (che dovrebbe essere chiamato centro-sinistra, dato che abbiamo un Partito Comunista, i Verdi in coalizione con i Comunisti e diversi partiti di sinistra più piccoli). Il partito di estrema sinistra (Bloco de Esquerda) è invece un partito molto giovane, che è cresciuto incredibilmente negli scorsi cinque anni, da uno a tre fino agli attuali otto seggi in Parlamento. Ovviamente questo partito è molto diverso dagli altri in termini di linguaggio e approccio: loro dipingono ancora murales e organizzano eventi culturali e dimostrazioni. E la maggior parte della gente legata alla cultura nel nostro Paese supporta il BE, per le loro rivendicazioni e lotte utopiche. Come diceva Guy Debord “Sii realista, chiedi l’impossibile”.

F: Ateliers Mentol (il collettivo di cui sei parte) ha deciso di non avere uno spazio fisso nella città, ma avete preferito ‘indirizzare’ il vostro intervento in un paesaggio urbano in rapido cambiamento. E’ una scelta di metodo per sfuggire alle identificazioni che il sistema dell’arte impone al cosiddetto underground?
C: Ateliers Mentol è composto da persone con esperienze in spazi autogestiti da artisti, pubblicazioni, organizzazione di eventi: Isabel Carvalho, Carla Cruz (io) e Pedro Nora. Sapevamo dall’inizio che avere uno spazio fisico sarebbe stato un peso terribile, e volevamo piuttosto lavorare sul tessuto di Porto. Come molti sanno, e la cosa sorprende ogni nuovo visitatore, il centro della città è abbandonato, deserto. Volevamo attirare l’attenzione della gente su questo fatto. Allo stesso tempo volevamo creare un circuito alternativo per gli artisti e una cornice diversa per creare e mostrare l’arte. E cercare nuovi tipi di pubblico. Questo è iniziato nell’autunno del 2003 con La Balancette, un progetto negli spazi commerciali della Porto bassa. Ogni due mesi venivano scelti dei negozi a rischio di chiusura (sfortunatamente due di questi hanno chiuso davvero): boutique, lavanderie, librerie, tabacchi… Un’altra cosa che sapevamo dalle nostre precedenti esperienze era di non poter contare su dei finanziamenti per poter realizzare i nostri progetti, e quindi abbiamo deciso di non tentare nemmeno di averne, ma ci siamo concentrati solo sulla ricerca degli spazi, degli artisti, della strumentazione e sulla comunicazione. Dopo un anno era chiaro che solamente riunire diversi tipi di pubblico, clienti e artisti poteva essere sufficiente per innescare una discussione sul collasso della vita cittadina. Il 2004 è stato poi l’anno degli interventi pubblici, delle azioni ‘terroriste’, e abbiamo puntato soprattutto sulle performances, graffiti e murales in giro per la città, invitando la gente a okkupare e marcando ogni singola casa abbandonata nel centro della città, abbiamo richiamato l’attenzione della gente sulla situazione reale di Porto. Non abbiamo preteso nessuna autorialità e ci sentiamo davvero a nostro agio nel limbo in cui Ateliers Mentol vive, tra arte e attivismo, arte e vandalismo…

F: Che tipo di rapporto c’è ora tra gli artisti e il centro storico abbandonato?
C: Non credo che ci sia alcuna relazione speciale, ma soprattutto artisti e giovani stanno tornando nel centro storico. Molti sentono il bisogno di dinamizzare la città, per questo ci sono tanti gruppi di artisti, spazi ed eventi che portano avanti la scena alternativa. (Flashback: Tutto inizia nel 2000 con il collettivo Caldeira 213, di cui facevo parte anch’io, che ha fondato uno spazio espositivo, iniziando a movimentare la scena artistica, perchè non c’era nulla allora, oltre agli spazi istituzionali e alle gallerie). Dopo cinque anni ci sono differenti spazi per l’arte, e questo è anche un motivo per il quale Ateliers Mentol si può permettere di non averne uno, dato che possiamo chiederli in prestito ad altri collettivi.
Ad un certo punto nella scena artistica di Porto si sente parlare di un botto: Xxepum! che non è un collettivo, non è un evento, ma rimane una storia di cui si racconta in giro.
Andrè Alves, che pure ne è stato parte per un periodo, ce ne parla da narratore, in terza persona plurale:
Andrè: L’idea che ho di Xxepum! si basa su una manovra che crea un accumulo di attenzione (o direi piuttosto disturbo) attraverso dei mezzi artistici. Da qualche parte a Porto alla metà del 2004 sono state distribuite delle cartoline con delle immagini che ritraevano diverse situazioni – alcune molto consuete - che potrebbero essere indicate come paesaggi tipicamente portoghesi. Sul retro della cartolina solo un marchio: Xxepum! (che suona come un’esplosione).

F: Per quale motivo un intervento anonimo in una città di soli 300.000 abitanti? 
A: L’analisi potrebbe essere doppia: innanzitutto la resistenza ad una situazione artistica istituzionale e allo stesso tempo una resistenza a quegli effetti pervasivi che la comunicazione impone alla rappresentazione. Se tu proponi una foto di un paesaggio urbano del tuo Paese, la pubblichi e la diffondi gratis senza aggiungere alcun commento, nessuna pubblicità, ma solo un suono diventato una parola, allora ci sono alcune domande che vengono immediatamente fuori: perchè mi è stato dato gratis, senza pubblicità? Che cos’è Xxepum!? E perchè stampare una cartolina così brutta? … In questo modo si innesca (almeno) una interrogazione senza via di scampo. Specialmente per quegli “agenti della cultura” che montano su delle situazioni, con il solo fine di attribuirgli una collocazione.
Credo che il presupposto dell’intervento delle cartoline funzioni come la rappresentazione di qualcuno che non esiste, ma produce (è un tentativo di invertire il valore d’uso/vendita di cui è imbevuto il panorama culturale). La casa con la bandiera, per me, è il centro di questo esercizio. Devo ricordare che nel 2004 il Portogallo ospitava Euro 2004, e allora venne fatta una campagna per innalzare l’orgoglio nazionale, motivando ogni famiglia ad appendere fuori di casa la bandiera portoghese…

F: E alla fine come è venuta fuori la storia di Xxepum! Tutti ne parlavano, ma quando hanno iniziato a raccontarla?
A: Alla fine del 2004 al Museo Nazionale d’Arte Contemporanea Serralves c’è stata una tavola rotonda: un tentativo di mappare tutte le situazioni artistiche che stavano avendo luogo a Porto. Questa conversazione informale ha fatto venir fuori il dibattito tra gli spazi istituzionali e non istituzionali nella città. Durante la discussione qualcuno (dopo che la gran parte dei gruppi attivi era già stata nominata) ha evocato Xxepum! come un mistero – ma non un silenzio- della scena artistica. Ma se questo momento in un certo modo ha rivelato l’ombra di un collettivo artistico, dall’altra parte, però, niente è stato chiarito, dato che nessuno del gruppo era presente e tutta la discussione non ha fatto altro che aggiungere nuove domande.

Molti degli artisti attivi a Porto sono nati nelle zone limitrofe come Guimarães, un centro industriale vicinissimo alla città. Qui Luís Ribeiro, assieme ad altri amici e amiche, ha creato da una casa abbandonata (che in questi giorni sta per essere demolita) un progetto artistico, senza una lira, come dicevamo ai bei tempi…
F: Hai studiato all’Accademia di Belle Arti, nello stesso ambiente degli artisti con cui poi hai lavorato al Laboratório das Artes. Quando ti hanno offerto la direzione del Laboratório hai sentito di dover scegliere tra l’essere un artista o un curatore?
Luís: Il progetto del Laboratório das Artes si rivela come una nostra necessità di costruire e dare continuità alla cultura artistica di Guimarães. Devo ammettere che all’inizio non è stato facile sviluppare questo progetto, anche perchè la comunità locale non era abituata. Ma come dato di fatto, questo progetto, che ha avuto luogo in una casa abbandonata per vent’anni, ha catturato diversi tipi di pubblico, dentro e fuori il mondo dell’arte. Tutto il gruppo che dirige il Laboratório (Josè Emílio Barbosa, Jorge Fernandes, Luís Ribeiro, Max Fernandes e Nuno Florêncio) viene dall’Accademia, il fatto di essere curatori di noi stessi è obbligato dall’esigenza di creare ed essere artisti.

F: Raccontaci la storia del Laboratório, dal suo inizio a quest’ultima mostra.
Nel settembre 2003 abbiamo iniziato a riparare la casa che era decisamente degradata. Abbiamo dipinto i muri, ripulito tutto, creato un impianto elettrico… tutto da soli, con l’aiuto di amici. Nel febbraio 2004 abbiamo finalmente aperto lo spazio. Tra le mostre: Esquina dos Milagres che ha riunito diverse fotografie di progionieri in una cella; 16 salas, 1 espaço (16 sale, 1 spazio) che era un progetto site-specific; e l’ultima 27 artistas, uma casa a demolir che ha riunito i 27 artisti che in quasi due anni hanno esposto al Laboratório, invitandoli a costruire un lavoro che sarebbe stato distrutto con la casa. E’ stato strepitoso vedere per l’ultima volta tanti lavori interessanti e una enorme affluenza di pubblico. Iniziare non è stato facile. Inoltre abbiamo cercato di mantenere una costante selezione di mostre ogni mese. Fino a quando i progetti non si sono sviluppati anche in musica e in servizi didattici. Alla fine abbiamo inaugurato anche un bar nella cantina della casa, dove abbiamo organizzato concerti con gruppi o DJ’s.

F: Rispetto all’identità locale del Laboratório, come lo vedi all’interno di un più ampio contesto artistico portoghese? E ora, che non avete più uno spazio, mi hai detto che il progetto continua contando sullo stesso spirito…
L: Si, è nostra intenzione continuare il progetto, perchè non era limitato alla casa, ma è molto di più. Stiamo lavorando per portare dei progetti fuori, senza uno spazio stabile, come un progetto trasportabile. Rispetto alla posizione del Laboratório nel panorama artistico portoghese, ci collochiamo lontano da una istituzione (museo o galleria). Ci prefiggiamo non solo di essere vicini agli artisti, scambiando idee e progetti, ma anche vicini al pubblico, senza il quale il progetto non avrebbe senso. Siamo una sorta di “ponte” tra l’artista e lo spettatore, e tra il critico, il committente e il collezionista: cinque punti che consolidano la struttura dell’arte contemporanea.

Saluti da Porto, dove per lavorare con l’arte bisogna nuotare (con fatica) e non basta galleggiare come…

(01/3)