GUARDATI ALLE SPALLE

Valerio Mannucci

Ogni cosa ha un lato serio ed uno stupido, è una dicotomia essenziale allo sviluppo democratico di una civiltà. Uno dei due aspetti, di solito, sottomette l’altro. Però la dicotomia rimane. Se le cose fossero solamente belle o brutte, giuste o sbagliate, grandi o piccole, allora non ci sarebbe problema, ma le cose sono belle e brutte insieme, giuste e sbagliate allo stesso tempo. Quindi vale tutto; al massimo si viene accusati di revisionismo o di poca serietà. Si può parlare per esempio della musica giudicando le copertine degli album; si può trattare di cucina speculando sul centrotavola o di cinema facendo una storia delle evoluzioni tecniche del sistema di strappo dei biglietti all’entrata delle sale. Si può fare tutto, anche parlare di un festival musicale giudicando il pubblico da un punto di vista estetico. Quindi la prima domanda, per quanto mi riguarda, è: come ci si veste per andare ad un festival di musica elettronica o di new-media art? (Che poi poteva anche essere riferita ad un concerto di Eros Ramazzotti, e non cambiava nulla...però non ci sono mai stato a sentire Eros, quindi non vale). Tornando a noi, tutto inizia in modo molto semplice. Capita che con alcune di queste manifestazioni si condivida uno spirito di fondo, quel qualcosa che, al di là dell’amicizia e dei contenuti specifici, ti porta a supportare l’idea. E allora ci diventi partner. Anzi media-partner, come si dice in gergo. Con Nero siamo stati compagni di diversi festival, durante alcuni di essi abbiamo messo su anche dei banchetti per distribuire la nostra rivista. Stando ai fatti, la colpa è proprio dei banchetti. E’ lì che ti viene il desiderio di capire il pubblico, quando per un motivo o per un altro te ne tiri fuori. Ore ed ore dietro ad un tavolo a guardare delle persone che assistono a qualcos’altro. In un certo senso, dietro a quel banchetto, diventi una specie d’osservatore privilegiato e allo stesso tempo un confessore involontario. Alla fine, mentre smonti la baracca e saluti tecnici e organizzatori del festival, quello che ti ricordi veramente è la gente che se n’è appena andata. Ricordi i volti, i vestiti, le espressioni e le dinamiche macroscopiche. Puoi anche dimenticarti di uno dei dieci live musicali che si sono svolti, ma quelle facce, quei commenti, non li scordi.
Ecco un po’ di appunti mentali che aiuteranno chi non sa proprio che mettersi. Sono ricordi legati a tre festival di cui siamo stati media-partner (fra gli altri): Netmage (Bologna), Dissonanze (Roma) e Audiovisiva (Milano).
Il pubblico di Netmage (parliamo del Netmage di oggi e non quello delle prime edizioni) è un pubblico vario ma ben dosato. A comandare è il giovane (non)bolognese universitario, classe media, discreta formazione culturale, appassionato, curioso, il giovane di sinistra insomma. Silenzioso e sorridente, socievole ma non troppo, vestito alla moda senza che si veda; un po’ musicista, un po’ teatrante e un po’ cinefilo. Le ragazze sono tutte non molto alte; pochissime hanno i capelli biondi, quasi tutte hanno i pantaloni o, al massimo, le calze nere e gli anfibi fino a metà polpaccio. Alcune hanno un fare neoaristocratico, altre sono più semplici e smaliziate, ma senza mai esagerare. I più vicini al palco dove si svolgono le performance sono i nerds dell’elettronica, vestiti con jeans scuri, maglioni blu, occhiali da vista neri, capelli corti e basette pronunciate. Nel complesso il pubblico di Netmage guarda le performance con attenzione e, tra l’una e l’altra, fa ricreazione fumandosi una sigaretta. C’è, fra di loro, una specie d’abitudine a non parlare troppo di quello cui si sta assistendo ma di apparire sempre molto interessati.
A tarda sera, in particolare durante la serata di chiusura, arrivano quelli che sono lì solo perché è girata la voce che c’è una festa a piazza maggiore. Tipi di vario genere, ragazze un po’ più aggressive nel look, ragazzi che girano per il festival senza mai rivolgere lo sguardo al palco. A fianco degli aborigeni c’è anche una popolazione non autoctona che s’inserisce bene, è quella di coloro che sono a Bologna per Arte Fiera. Vengono dalla pianura forse in cerca dell’anima gemella. Davanti al banco dei biglietti ci sono continui incroci di curatori e musicisti, galleristi e organizzatori, artisti e uffici stampa. Il tutto in una cornice storica come quella di Palazzo Re Enzo a Piazza Maggiore, che dona un sapore quasi sacrale al tutto.
Passiamo a Dissonanze. Gente varia, assai meno coerente di quella bolognese; tipicamente contraddittoria come solo noi romani sappiamo esserlo. I cugini dei bolognesi di Netmage, parlo in pratica di coloro che in un modo o nell’altro si ispirano al concetto platonico di DAMS, ci sono tutti; a loro si aggiunge l’ambiente progressista della techno e della drum ‘n bass, i clubbers underground, quelli house e alcuni elementi assolutamente esterni che s’improvvisano spettatori di quello che fino al prossimo anno (fino cioè alla prossima edizione di Dissonanze) non vedranno più. In pratica il panorama si compone di felpe col cappuccio, cappelli con la visiera ben arrotolata messi sulla nuca, camice sbottonate e sudate, visi solcati da basette ben rasate e occhiali da vista neri, magliette attillate che coprono tutte le gradazioni del rosa e ardite scollature perlinate da notturno urbano. Diciamo che qui si fumano meno sigarette, si fa qualche canna in più e a tratti si balla. Tuttavia, nonostante questi tentativi, il canone morale del collo a tempo di musica e i piedi ben saldati a terra continua a dettare legge. Le ragazze sono molto più bionde; alcune hanno anche la gonna e le paillettes in faccia. Le tipe da piumino stretto e pantaloni larghi chiedono da accendere alla tipa con i capelli ingessati e il toppino rosa. Davanti alla biglietteria incroci meno formali di quelli bolognesi ma in ogni caso significativi. A Roma, rispetto a Bologna, ci sono meno sciarpe colorate in stile indiano de roma, ma nel complesso non mancano i neo hippies di matrice urbana.
Siamo infine ad Audiovisiva. Cornice storica dei fossati del Castello Sforzesco. Il pubblico milanese è felice ed annoiato, sicuramente più coerente di quello romano, però è distratto. Sembra che tutti più o meno sorridano; sembrano crederci meno di bolognesi e romani (per fortuna) ma sembra pure che gli vada tutto così bene che evidentemente qualcosa non va. Paradossalmente la situazione è la più straniata delle tre alle quali ho assistito. Ragazzi universitari assolutamente normali, studiatissimi nel look ma all’apparenza impacciati, si mescolano a giovani donne che si richiamano con garbo ad uno stile radical-indy tutto milanese, con jeans, all-stars e spillette dei gruppi storici anni ‘70 e ’80 attaccate a giacchette scure e leggere. Frangette indipendenti salutano qualche b-boy classe ‘83. Ci si raggruppa in brigate sorridenti che ballano in cerchio con la birra in mano. Una sorta d’aperitivo d’autore. Non mancano neanche a Milano i maniaci dell’elettronica con il loro fare serio ed inutile.
In fondo i tre macro-generi di pubblico (bolognese, romano e milanese) si assomigliano molto; direi che fanno tutti parte di uno spaccato di popolazione italiana piuttosto ristretto, ma neanche troppo, composto mediamente da persone fra i venti e i quarant’anni con una formazione medio-alta alle spalle. In fondo lo stesso pubblico che legge questo giornale.
Chi si vuole tirare fuori lo faccia pure, è solo una generalizzazione, un modo di descrivere un aspetto dei festival in questione al quale non si da mai peso. Tutto questo banalizzare ha in fondo un senso. Parlare in maniera generica delle persone che compongono una situazione non è mica una cosa tanto stupida. Non più di quanto lo sia studiare la storia così come ce la insegnano a scuola. Non voglio mica ridurre il singolare al generico (come facevano i miei libri delle medie), voglio solo evidenziare un aspetto dell’immaginario collettivo che spesso viene perso di vista. Portare insomma l’individuale al concetto. E’ banale dirlo, ma guardare un aspetto secondario aiuta a capire quello principale. Come dire che ti guardo il sedere per capire se guardi troppa televisione.
Ok che uno va ai festival per sentire la musica, va bene pure che uno freme in attesa della performance del suo beniamino, ma il festival è un fatto sociale. Il modo di porsi, i vestiti, gli atteggiamenti, le aspettative, i parametri di giudizio, fanno tutti parte di un immaginario collettivo. Prendiamo ad esempio lo stadio di calcio: esso è ben più che la semplice cornice di uno spettacolo sportivo. Lo stadio domenicale è una specie di paesaggio sensoriale, un luogo che crea una dimensione collettiva in cui si svolge la liturgia del rituale calcistico. I festival in fondo funzionano allo stesso modo. E’ durante tali manifestazioni che l’elemento sacrale del laptop set incontra i suoi devoti pellegrini in massa. Invece d’essere specchio della società dell’intrattenimento (come lo sono gli stadi) i festival di arti ottenute attraverso i nuovi media sono il riflesso sbiadito della giovane cultura contemporanea e della debole economia culturale odierna. Invece di riflettere l’esigenza traslata d’identificazione locale e territoriale (come fa lo stadio), i festival pongono un quesito sulla necessità di un’identità culturale.
Che poi uno potrebbe dire: vabbè, ma che m’hai detto di nuovo? Niente, ho detto una cosa vecchia che non sempre si dice, in altre parole che i fatti sociali sono - appunto - sociali. La questione sarebbe estendibile per analogia a tanti altri oggetti (mostre, fiere d’arte, concerti musicali infrasettimanali, rappresentazioni teatrali, conferenze ma anche palestre, ristoranti, pub) e comunque si arriverebbe ad un corollario euclideo: che i veri valori economici oggi risiedono nei concetti, nelle idee, nelle immagini e non più negli oggetti o nelle acquisizioni a lungo termine. E’ quasi scontato dire che la crescita del mercato ha reso necessaria la trasformazione d’ogni prodotto in un brand, ma il motivo essenziale di questa scelta è meno ovvio: solo tramite il brand il consumatore potrà associare un determinato prodotto ad uno stile di vita, ad un concept. Vestirsi di moda seguendo una particolare tendenza significa molto da un punto di vista dell’auto-rappresentazione. Il resto di questo ragionamento lo lascio a voi. Dovete solo tenere presente la semplice evidenza dei fatti.
Se non siete mai stati ad un festival ‘di arti elettronche e digitali’, usate pure questo articolo per decidere il prossimo anno a quale manifestazione andare e come vestirvi per l’occasione. Date sempre un occhio ai last minute però. Se invece ci siete già stati le cose sono due: o vi sarete offesi o, speriamo, avrete capito che volevo semplicemente puntare l’attenzione sulla questione del pubblico come termometro estetico di una crisi che da tutti viene additata, ma sempre e solo a livello formale e critico, mai sociale ed economico. Da oggetti anche un po’ oscuri e affascinanti, questi festival, stanno diventando degli oscuri e subdoli giocattoli. Niente di male in questo, sennonché bisogna saperci giocare con attrezzi del genere, altrimenti il pubblico aumenta in quantità, ma non è detto che aumenti in qualità. E’ la solita lotta di confine fra democraticità e sdoganamento. Fra elitarismo e cultura. Fra quelli che dicono che bisogna portare le cose belle a quante più persone possibile e quelli che dicono meglio pochi ma buoni. In entrambi i casi roba da buona domenica. Quello che noi chiamiamo gusto è, per gran parte delle persone, un adeguamento a delle necessità che si sviluppano inconsciamente. Faccio un esempio. Se negli anni sessanta e settanta un gruppo d’artisti ha sviluppato per ragioni proprie un estetica riduzionista (il minimalismo), oggi anche il mio allenatore di calcio ha in casa un divano nero senza braccioli e un mobile d’acciaio che tiene la televisione ultrapiatta a debita distanza dal pavimento in cemento pettinato. Ma questo non vuol dire che la società abbia fatto dei passi in avanti o che i minimalisti siano oggi i vati della contemporaneità. Tutt’altro. Vedo, in tutto questo, un senso di kitsch nel suo significato più alto: un’esigenza che ignora il motivo del suo essere.
Eccoci. E’ tutto. Possiamo pure fermarci qui. Inutile raccontarsi storie o provare a dare consigli. Forse basta solo ridere un po’ di se stessi. Il consenso involontario è sempre esistito, forse oggi la situazione si è semplicemente un po’ esasperata. Niente paura comunque, basta ridurre la lettura di riviste come Nero, The Wire o Blow Up e cominciare a comprarsi più spesso roba tipo Maxim o Men’s Health. Che una cosa del genere, se uno vuole capire chi siamo, mica fa male. Ah, e l’arredamento minimale ricordatevi che non è di tendenza. Siamo nel 2006, almeno questo cercate di capirlo prima di capodanno.