VALIDO FINO ....

Francesco Tatò

Intervista ad Enrico Ghezzi

Questo è quello che rimane di una conversazione intrattenuta con Dottor Jekyll e Mr Ghezzi, concordata e realizzata con l’intento di tirarne fuori qualcosa di più di una puntata di Fuori orario in onda su Nero, cercando di intrecciare fra di loro i fili della rete virtuale, della televisione e del cinema: non mi prendo la briga di dire se sono riuscito nell’intento…..

Dunque, Ghezzi, come si è configurata, rispetto a dieci anni fa, la rete, rispetto alle sue idee di allora? Esiste qualcosa che abbia destato in lei sorpresa, nell’evoluzione comunicativa che ne è derivata?

La sorpresa è stata l’attuarsi, non credo che sia stata una decisione da complotto, ma credo che la cosa più sorprendente, affascinante e a tutt’oggi la più significativa, sia la posta, che conosciamo tutti bene e allo stesso tempo muta enormemente, e che sappiamo essere una scrittura che condensa lettera, telefonata, appunto; con la mail la posta entra nello stadio dell’ininterrompibilità, e come passo successivo rispetto al telefono ha assorbito molti dei preesitenti sistemi di comunicazione.
Ma mentre sul già visto, come è la mail rispetto alla posta, ci si accorge più facilmente delle trasformazioni, sul resto, ovvero la rete in genere, si riesce con più difficoltà ad avere un occhio obiettivo ed uno sguardo lucido.
La rete è una sorta di immagine automatica dei nostri comportamenti, a metà tra scrittura, ricerca e comunicazione; in fondo altro non è se non un reality show di scritture e e di desideri; ma in rete tutto ritorna, essendo la stessa un grande mercato, anche di scritture, come di oggetti del passato, è un gigantesco archivio acefalo; ma quello che è realmente nuovo sono le dimensioni gigantesche, che la rendono una specie di rete nervosa, dove ben difficilmente si sa dove ci si trovi e dove si vada.

Ho l’impressione che resti, a monte di questo universo virtuale, qualcosa di poco chiaro, o almeno a me incomprensibile, che forse non si è ancora manifestato….

Quello che resta abbastanza oscuro è quale sia la luce della rete, quali le isole, in fondo quale sia la mappa; secondo me non c’è nessuna mappa; quello che verrà fuori, ma già si manifesta sensibilmente, è il bisogno di forme molto vecchie, pericolose perché autoritarie, di figure guida come esploratori, re, imperatori; è già in atto una guerra mentale nella rete, la rete ti fa vedere che la guerra che si conduce per scrivere qualcosa prima di qualcuno , arrivare ad una cosa e metterla insieme ad un’altra, è già una guerra di spazi mentali che non è meno atroce della guerra in Iraq.

La maggior parte dei siti è piena di prevaricazioni, aggressioni a qualcuno che lì non scrive, violenze verbali e concettuali, che esprimono la necessità che c’è di aggredire per poter assistere al proprio personale spettacolo in rete.

È evidente che in rete c’è un continuo vendersi, esibirsi, ed è affascinante per me come conferma, perché ho sempre pensato che qualunque gesto artistico fosse una mancanza, un bisogno terrificante di essere amati, di essere visti, sostanzialmente narcisismo al livello del grande fratello; solo che in televisione è difficile, senza un po’ di senso morale, per rendersi conto che Umberto Galimberti è sicuramente più bassamente narcisistico delle sorelle Lecciso, che lui si permette di criticare additandole di essere l’emblema del punto di non ritorno; lui è all’origine di questo punto di non ritorno, perchè si esprime con una comunicazione ovvia, banale e banalizzata che per farsi spazio e vendersi ha lavorato al Maurizio Costanzo Show; questo non è un attacco a Galimberti, ma solo un mezzo per dire che il normale intellettuale che critica il reality si trova nella stessa posizione di chi viene selezionato per quegli shows, anche se viene selezionato diversamente, con quelle che lui chiama qualità: ma non sono qualità dei bicipiti scolpiti o delle belle tette?

Ho la sensazione che la televisione di oggi sia assolutamente innocua e per nulla sprezzante del rischio, ma sono soprattutto convinto che il vero dramma sia che gli effetti di tutto questo si ripercuotano in maniera devastante anche sul cinema…

L’Italia è in assoluto il Paese in cui il cinema è più contaminato dalla televisione, questo è positivo nel caso di Ciprì e Maresco, che rappresentano l’unico fatto nuovo e intenso di cinema negli ultimi dieci anni; nello stesso tempo quello che è evidente è che in Italia, è accaduto in dieci anni quello che negli Stati Uniti è avvenuto in venti trent’anni, ovvero si è arrivati ad una televisione che erode lo spazio e che riquotidianizza il cinema, che risucchia dentro le case…

Anche i maggiori registi, quelli consacrati, come Amelio e Moretti, rincorrono la televisione senza neanche saperlo, oppure sapendolo. Nel caso di Moretti parlo soprattutto de “La stanza del figlio”:
un film supposto personale, che ha tutta la piattezza televisiva, informe, di scarsa consistenza, che ha nella televisione la propria garanzia.
Moretti è come Woody Allen, un regista che è diventato interessante dopo vent’anni, ma come cineasta è nullo, è un regista che non c’è, stimolante quando lavorava su cose un po’ al di fuori di lui, come in “Io e Annie”; adesso sta paradossalmente diventando un buon regista americano degli anni quaranta.
Poi ci sono casi clamorosi, come Giordana, che è televisione e basta, ma quella di cui si parla male, solo che si presenta travestita da cinema.
Per spiegare La Meglio Gioventù, e il suo successo, cito Edgar Reitz, il meno dotato e affascinante dei registi della seconda Novelle Vague, quella tedesca, che quando ha realizato Heimat, già il secondo era stupendo, dopo aver seguito i personaggi; è una questione di tempo: quando hai lo spazio-televisione che ti permette di lavorare su uno spazio-tempo dilatato, quello è di per sé più interessante degli altri, e questo spiega il successo a Cannes de “La Meglio gioventù”, che, pur essendo un film informe, e quando è formato, lo è in modo globalmente ininteressante e modesto, risulta certamente più affascinante degli altri che in un’ora e mezza, non riuscivano neanche ad appassionarti.

I geni sono quelli che si fanno la televisione da sé, come Bergman: la televisione di Bergman dice la verità del suo cinema, una specie di soap seriale dove sono affascinanti i volti, la suspance dei sentimenti, assolutamente non i temi, non le storie, ciarpame espressionistico di secondo piano; ma Bergman ha il grande merito di aver dato vita ad una vera autobiografia in diretta, diventando in prima persona un reality show.

Nell’ambito del rapporto tra cinema e televisione, in quello che definirei un inseguimento a cavallo tra il volontario e l’involontario, dove e come si colloca il cinema popolare?

Io non ho dubbi che la televisione media sia nettamente più avanti del cinema popolare: le comicità, le incertezze e le ambiguità, volontarie o involontarie, gli scazzi delle trasmissioni televisive e dei reality shows, sono infinitamente più intensi, scritti, formati, sceneggiati, magari orribilmente ma sicuramente meno dei migliori film del filone cosiddetto popolare.
Se pensi che viene definito autore uno come Carlo Verdone, le cui cose migliori sono gli sketch televisivi: in realtà è un regista modesto, che crede che fare cinema significhi muovere la macchina, pur avendo girato tante belle scene singole, dando spesso vita a personaggi irresistibili.

Ci sono due grandi cineasti di nascita televisiva: Massimo Troisi, un genio assoluto, e Roberto Benigni, anche se è difficile da apprezzare per il fatto che si rifrange come fenomeno mediatico, si gestisce malissimo rispetto all televisione, non ha fatto un programma televisivo negli ultimi vent’anni, e usa e vede la televisione come ritrasmissione ed eco; però i suoi film, fino a compreso Pinocchio, grande film politico, sono tra i pochi film dove trovi il senso del presente italiano.

Il nostro primo, fugace incontro è avvenuto nell’ambito della rassegna “Viaggio nel cinema americano”, la serie di incontri curati da Antonio Monda e Mario Sesti all’Auditorium Parco della Musica di Roma, durante la quale ho provato un profondo imbarazzo e un moto di reazione violenta per la maniera in cui questi incontri sono condotti e gestiti, e mi è sembrato, osservandoLa, che il suo stato d’animo non fosse così distante dal mio?

È tremendo questo ingabbiamento nel format banale all’americana: queste sono le cose terrificanti, che la pomposità ufficiale tiene in vita; parlare di tensioni immateriali, speranze, i cosiddetti contenuti di qualità, trattandoli però con un appiattimento comunicativo banalizzante, dove per essere sicuri di non nuocere a nessuno, e che tutto vada liscio, con un’adesione acritica al pensiero dell’interlocutore, senza neanche contrastarlo, senza provare a mettersi sul suo stesso piano, porta inevitabilmente all’impossibilità di suscitarne l’interesse, facendo sì che Lynch, come qualunque altro interlocutore, risponda banalmente a molte delle domande poste.

Rimanendo sulla scia dell’incontro di cui sopra, sono molto interessato, per concludere, a conoscere la sua opinione riguardo al rapporto, che si infittisce sempre più, tra i registi, indipendentemente dal loro spessore e la loro qualità, e i supporti di ripresa digitale?

La cosa un po’ triste nel rapporto col digitale, è il ritardo col quale quasi tutti i cineasti si sono affacciati a questa realtà ; accade allora che due registi sicuramente meno interessanti di Linch, e che mi piacciono poco, come Von Trier, o il povero Greenaway, addirittura ridicolo, il ”fake Kubrick”, intellettuale borioso, si siano confrontati nel giusto momento e con il giusto piglio con il “video”.
Wenders ci è arrivato dopo quindici anni con Lisbon Story, di cui apprezzo molto le riprese, ma il suo livello di pensare il cinema è pari a zero, direi ininteressante, anche se il suo cinema è quasi sempre affascinante, ha una qualità visiva fordiana, una presa sul vedere abbastanza rara.

Io trovo che nessuno abbia ancora inventato nulla nel video, anche se sgomenta sapere che arriverà ad essere identico a quello che era la pellicola, arrivando al culmine con una vera e propria rifotografia; il fatto che manchi il negativo, fa sì che tu incorpori il nulla, e il regista che ci si confronta ne è perfettamente consapevole.
Il motivo vero per cui Fellini non ha girato “Il viaggio di G.Mastorna” non è come si dice, che fosse un film minore e quindi improducibile, ma che fosse in quel momento non realizzabile dal punto di vista tecnico, con persone che cadevano dall’alto di un grattacielo, si schiacciavano e diventavano come di gomma; lo stesso motivo per cui Kubrick non ha girato “Hey eye”, essendo palese che non poteva arrivare a una trasposizione della sceneggiatura come lui avrebbe voluto.
Oggi, questi grandi maestri, avrebbero nel digitale un alleato non da poco; girare in video ti offre la possibilità di fare cose che non si potevano fare prima o di fare a costi infinitamente minori cose che prima presupponevano budget faraonici.

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