SCREAMING MASTERPIECE

Andrea Proia

Trent’anni fa, il poeta Dagur Sigurðarson e l’artista bohemien Róska, camminavano lungo Laugavegur, la principale strada commerciale di Reykjavík, ridendo sotto la luce del sole.
Una coppia di anziani li vide e li scrutò severamente, finché l’uomo, profondamente sdegnato, disse: “Le persone così dovrebbero essere bruciate!”
Oggi Dagur cammina per strada tranquillo e sa che nessuno vuole più bruciare gli artisti. Anzi.
Ciò che è accaduto nell’Islanda post-capitalista ha del meraviglioso: un paese soffocato dalla morale luterana si è trasformato in una realtà che offre uno dei panorami culturali più vivaci del mondo, sostituendo all’imperativo “Lavora!” il più accomodante slogan “Crea!”.
In effetti l’ondata di attenzione, ricevuta negli ultimi anni da parte del resto del mondo, ha in qualche modo provocato uno scossone non indifferente alle aspettative e alle prospettive dell’isola. I giovani non pescano più il baccalà, ma preferiscono tenere concerti nei più prestigiosi locali di New York, Londra o Tokyo.
Dovesse arrivare anche stavolta il biasimo di qualche vecchio stoccafisso luterano… beh, a questo punto pazienza.
A tenere caldo il pentolone, aggiungendo per di più qualche elemento assolutamente non banale nella ricetta, arriva Screaming Masterpiece, altisonante sia nel titolo che nella confezione artistica, eccentrico e coolish quanto basta. Tutto il mondo chiede Islanda e l’Islanda risponde dando di sé la propria anima: la musica popolare.
Ari Alexander Magnusson ci offre la celebrazione visiva di tutto ciò, con un documento filmico eccezionale, che racchiude, a stento, tutta l’eruzione geotermica di quella che molti definiscono “la vibrante scena islandese”.
Il regista però va oltre la mera rappresentazione di un momento magico, e ci fa scoprire il perché di questa insolita fioritura artica.
Isola fisica, o metafisica per alcuni, ma anche isola metaforica, l’Islanda offre incantevoli paesaggi lunari, alimentati da un cuore di magma pulsante e consacrati da una tradizione orale viva e profondamente onorata dalle nuove generazioni. Il film ci suggerisce quanto le notti gelide e sconfinate, e le scarse opportunità di divertimento, abbiano contribuito in modo determinante a rendere il popolo islandese un popolo culturalmente unico.
Ma forse, rispetto al peculiare rapporto con la musica, ha influito ancor di più qualcosa che noi, paese dei mille campanili, non possiamo comprendere: il sentimento di essere una comunità indissolubilmente legata da fattori genetici e isolamento in un “altrove fuori dal mondo”.
Un’altra ragione di questa fioritura musicale risiede nel fatto che l’Islanda è, oltre che geologicamente, anche politicamente, una nazione giovane. La sua indipendenza dalla Danimarca risale a sessant’anni fa. Si tratta di un paese adolescente, che freme nello scoprirsi libero e creativo. Di conseguenza, pur avendo radici culturali profonde, gli stessi artisti islandesi sentono l’urgenza di creare una nuova identità.
“So what you have is screaming patriotism with heavy doses of adolescence”, afferma Björk, “when my generation came along, we started to ask ourselves what it meant to be Icelandic and how to be proud of it instead of feeling guilty all the time.”

Gli islandesi da sempre registrano la loro storia nei canti, come il grande Hilmar Örn Hilmarsson, che apre maestosamente il film seguito dai Sigur Rós nel volo sui vasti ghiacciai e le distese di neve. Quasi tutti gli artisti intervistati spiegano che l’origine della scena attuale sta nell’eredità di ciò che viene chiamato “rímur”, una antica forma di canto popolare tutt’altro che estinta. Nella letteratura islandese una “ríma” è un poema epico scritto con una costruzione metrica e rimica originale. Poter ascoltare cantori odierni, come Steindór Andersen (che tra l’altro ha prodotto un EP con i Sigur Rós) è semplicemente emozionante.
Tutto ciò che è intimamente islandese viene mostrato nel film: Mugison suona in una chiesa dei fiordi occidentali mentre il nostro occhio si sofferma sui suoi calzettoni di lana; i múm vengono intervistati in riva all’oceano mentre scorrono immagini di corvi in volo e panorami estremi.
Un film completo e affascinante, pieno di performance e interviste, presentato nei festival di tutto il mondo (Lituania e Lettonia comprese), ma non in Italia. Un rockumentary potente che, in un afflato collettivo, narra di un luogo remoto e magico, abitato da creature che emettono suoni incantevoli. Da vedere… per credere nelle favole.