CONSUMO

Giordano Simoncini

Sono lì. Seduto sull’autobus, discretamente compresso. Facciamo che fuori piove. La giornata procede un po’ così; scandita da impellenze più che da godimenti. Giacchè di umanità non ne voglio sapere, calo il quotidiano a mo’ di sipario tra me ed il prossimo. Leggo Zucconi da Washington: “[…] forse furono il vapore […] o la mischia dei sacchetti ma in quel momento a Judith Levine venne la nausea e con la nausea, una decisione potenzialmente più catastrofica […]: la decisione di non comprare più”.

JUDITH

Punto della situazione. Judith Levine è una giornalista americana che, stomacata dall’ennesimo giorno speso a spendere, ha deciso di rinunciare allo shopping per 12 mesi. Ha boicottato cinema e ristoranti, si è negata gonne, maglioncini e scarpe e poi, di ciò, ne ha fatto un libro: Not Buying It, a year without shopping. Un libro che intona il peana per ciascun sabato inscatolato nel SUV, a passo d’ uomo sul sentiero luminoso che punta dritto al Mall del caso. Un libro che prova che sì, con pervicacia si può strattonare via dal baratro la propria vita, ad Essere anzichè Avere.

Il libro, s’intende, è in vendita. Nel senso che tocca comprarlo, non è liberamente diffuso.
Contraddizione? Bah.
L’ha scritto un’ americana.

IO

Giusto per fare l’esperimento: ed io, oggi, che ho comprato? Niente. Cioè: non c’è ancora stato bisogno di comprare nulla. Avrei potuto acquistare un biglietto Atac, ad es., ma siccome vado portoghese per protesta… figurati. Ecco, volevo prendere qualche dvd da masterizzare, prima di tornare a casa: i film che ho scaricato non li ho pagati, però poi la Tdk i soldi li reclama! Magari prendo anche due birrette, dai… visto che ho i film.
Visto che mi ci trovo.

Superfluo investigare sull’effettiva necessità del mio profilo di consumo; parco, continente… “virtuoso”. Ciò nonostante, inutile. Sì; perché a) l’uomo è fatto d’ acqua, non ha bisogno che di bere quella, e b) se il movente dei film è ricreativo, ad essi è succedanea una chiacchierata con le coinquiline. Se invece è culturale… ho bisogno di cultura, ovvero piuttosto la voglio?

ROUSSEAU

Rousseau, che non era scemo, ha connotato il confine tra bisogno e volontà in termini di vanità. C’è lì l’uomo non-più-propriamente-primitivo che scopre che gli conviene vivere in un villaggio, così ci si aiuta tra estranei. Passa del tempo e quell’uomo, bisognoso solo di nutrirsi e di risparmiare energie, scopre l’amor di sé: negli spazi comuni tra i capanni, non si tratta più del rituale d’ accoppiamento, del farsi notare per prestanza come fosse il lato visibile della fertilità. Non c’entra più la riproduzione, la natura, le pulsioni immediate. C’entrano invece la stima ed il riconoscimento – e si tratta di una ricerca di stima e riconoscimento, conosciuti in paio coi loro contrari, l’affronto, l’offesa, cose che vanno vendicate. Vanità, volontà, violenza, un unico spaventoso che comincia ad essere, semplicemente, “roba da uomo”. Disgraziatamente, il pattern originario è andato mantenendosi il medesimo durante secoli di, diciamo così, “progresso”. Continuativamente supportato dalla Tecnica, l’uomo ha imparato a desiderare; in strenua ricerca di appagamento, ha inventato cose nuove, che hanno mostrato il nuovo desiderio che le giustificava, a chiunque quel desiderio non l’avesse mai intravisto, facendosi desiderare; quando la “produzione in proprio” di cose desiderabili si è rivelata inefficace, l’uomo ha scambiato; quando lo scambio si è fatto impari, l’uomo ha battuto moneta. Il denaro, strumento per le transazioni e “cosa nuova” in sé, in quanto parto della Tecnica si è poi fatto, da mezzo, fine. Dal desiderio di denaro, dunque, la produzione, mantenuta a stento razionale dal desiderio del lato della domanda; industrializzazione, surplus e l’emergere della Politica per come la conosciamo oggi (partiti + politica economica), una corsa sempre più veloce verso chissà cosa, sino a giungere alla pubblicità. Che è stata capace di sottrarre all’uomo la titolarità del desiderio imponendoglielo; facendone lo schiavo definitivo. Lo stesso Rousseau elargì un sardonico consiglio ai regnanti d’ ogni tempo: “date danaro ed avrete catene”. Per via del dato storico, però, egli non vedeva ancora quanto incompiuti fossero gli schiavi, prima dell’avvento della pubblicità sui mezzi di comunicazione di massa – non si dava conto di quanto più pesanti sarebbero state le catene dei cittadini delle democrazie da “fine della storia”, liberi solo di dar seguito ad una bramosia atavica che, forse, non è neppure più la loro.


Ciò che non poteva vedere Rousseau allora, lo vedono ora milioni di persone, tra le quali Judith. Ripercorro la sua repulsione, che spesse volte è anche la mia: le buste, con dentro cose di cui non ho bisogno, ad incastrarsi con quelle del prossimo mio, dentro un umido, maleodorante bus, che traghetta individui dal negozio all’ipermercato allo shopping center, per dar loro modo, per darci modo di far “muovere l’economia”, di esercitare la libertà di spendere la retribuzione di un lavoro – sempre affascinante, sempreverde, l’accostamento dei lemmi lavoro e libertà. Per aver provato ciò che anch’ io provo, facendo seguito con una reazione, Judith ha la mia stima. Il di lei reagire, però, è stato solo azione: con grande spirito pratico ha sforbiciato le carte di credito ed ha smesso di comprare. Pertanto, quando avrò modo di parlarle, le chiederò subito: “Ma non hai concepito un metodo? Un concetto, un’ idea a cui aggrapparti per sottrarti ancora un giorno al giogo delle forze commerciali che ci erodono esistenzialmente?”. Perché a me, a volte, è capitato di pensarci: cos’è che potrebbe svincolarmi radicalmente dall’ansia dell’acquisto? Cosa mi farebbe recuperare l’uso degli avverbi a scapito dei sostantivi, così come la direbbe Fromm? Difficile resistere, quando la cadenza alle armi è “oggi non compro perché no”. Serve di più!

COSA SERVE ?

Ad es. serve Amore: l’innamorato aliena il suo desiderare al “sex appeal dell’organico”. Già solo per questo, Viva Dio! Meglio desiderare l’Amore che gli occhiali da sole di Gucci. La potenza liberatrice dell’amore appare in grande conflagrazione con l’adolescenza, a dare lo stop ai desideri dei bambini – bersaglio eletto dell’imposizione pubblicitaria. Sin tanto che appare così, bene, aiuta davvero. Poi però, con l’andare degli anni e delle contingenze amorose, ci si accorge di un tetro dettaglio: che per gli innamorati, gli innamorati sono quelli che si baciano al parco, che non producono e non consumano, felici, assoluti, sensi, libertà; e per i NON innamorati, gli innamorati sono quelli dei regali per anniversari inventati e del mobilio a suon di mutui … ma il giudizio universale non passa per le case e gli angeli non danno appuntamenti (Gaber), e da una postazione distanziata si vede appieno come l’amore ha cominciato anch’ esso a correre sui binari della logica dell’acquisizione, mediata dallo Spirito pubblicitario. L’aveva capito Barthes, per poi dirlo con avvilente chiarezza in quella fatidica figura dei Frammenti che è l’“induzione amorosa”. Lo capiamo tutti, più prosaicamente, al cospetto del conoscente che vive male il suo esser single, quando ciò che gli manca non è la persona speciale, che non può essere una ma soltanto quella, bensì il mero avere qualcuno: magari gli presentiamo gente, sperando di azzeccare l’accoppiata, e significa buttarlo al fiume della compravendita con una pietra al collo. Mercato, commercio, è ogni qualvolta le persone si innamorano DOPO essersi frequentate per un po’ more uxorio, a detrimento di qualsiasi principio di consequenzialità logica. Liberazione è dunque solo coup de foudre; roba vintage, oramai.

Ancora: serve Estetica. Sin tanto che si crea arte per vivere d’arte, ci si comporta da imprese: acquisto dei fattori produttivi, lavoro, plus-valore, vendita, reddito. C’è chi immette nel processo un po’ di coscienza in più e si sente già rivoluzionario: la gente di Adbusters, ad es. Consumatori critici e critici del consumo, ideatori dello strafamoso Buy Nothing Day (sponsorizzato, in Italia, da Terre di Mezzo), sono creativi rivoluzionari sin tanto che non si tratti di prezzare la loro rivista, che è acuta, incantevole… merce. La paghi di certo quanto vale, ma resta ben radicata nel grembo del nemico di cui vuole aver ragione. Il punto sarebbe piuttosto quello di estetizzare la nomia consumista, tramutandola; dunque, fin tanto che ci si riesce, annullandola. Perché l’estetica, come l’amore, è un’altra logica. C’è una storia che racconta Perniola nel suo “Contro la comunicazione”: una artista propone ad un acquirente 12 lavori per 50 mila euro. L’acquirente, operatore economico razionale, si rifiuta di comprare poiché essi sono fuori dal suo ordine di preferenze. L’artista reagisce gettando nel camino 6 quadri; l’acquirente, spiazzato, offre 25 mila euro per i restanti 6; ma l’artista ne passa alla fiamma altri 3, dicendo che i restanti 3 valgono sempre 50 mila euro. L’acquirente, a tal punto, compra. C’è stato consumo, certo, ma fuori dalle regole del consumo; se si riesce a violare quelle, lo si altera, desistematizzandolo e dunque riprendendolo in mano. In fin dei conti il problema è tutto lì: riprendere in mano il consumo, sottrarlo alla mania che ci domina al fine di controllarlo. Solo attraverso il controllo sul consumo passa l’eventualità di porre le basi teoriche per il non-consumo, a vario titolo protratto. C’è solo questo: protratto quanto?

RISOLUZIONE E COMMIATO

La vicenda di Judith non ha lieto fine. All’ennesima calza sfilata, la giornalista ha preso pecunia e virtude combattente e le ha gettate tra le grucce di una boutique. Era prevedibile, le mancava teoria. Però io non sono stato mica meglio, nei miei trascorsi aneliti di purificazione. Anzi: sarei davvero capace di non comprare nulla per 12 mesi? Che un’ americana debba rivelarsi più cazzuta di me?

L’uscita d’ emergenza dall’“ipercubo” del consumo è in fondo al corridoio di un immane stravolgimento della civiltà occidentale; nel suo senso più profondo, tale stravolgimento è tanto logico quanto esistenziale, non affatto economico. Il consumo critico, etico, equosolidale, ha il solo pregio di imbarcare anche i naufraghi del mercato globale sulla scialuppa dell’asservimento; la sua funzionalità sistemica è certificata dalle multinazionali, da che la Nestlè produce il Partners’Blend, i treni Virgin servono tè Fairtrade e Starbucks vende acqua Ethos. La vera sfida per un futuro decente (“sostenibile”, va di moda dire) non è né consumare meglio né consumare diverso: è consumare il meno possibile. Per farsene un cruccio quotidiano, servono però appigli. Io ne ho sparati un paio, che vanno bene per un tot, poi franano.

A questo punto ogni contributo è bene accetto.