MY SPACE

Francesco Farabegoli

Metà è conoscere, metà è comunicare. Lo peschiamo a caso da un intervento in TV di Bergonzoni, e siamo d’accordo sull’aumento di importanza del secondo rispetto e a scapito del primo. La generazione del pret a porter musicale, grossomodo: mettici una banda veloce e sei a due ore di distanza da una discografia essenziale di freejazz. Non per questo il freejazz cambia pelle, il fatto che ne abbia cambiate è frutto di un processo molto più articolato che passa solo in parte attraverso l’utenza. Comunque si tratta di mettere in lista una serie di bands da conoscere e da sostenere e aspettare che il nostro client preferito esaurisca le code di download. Nel frattempo “pescare” in giro per la rete il resto della scena: locali culto, etichette culto, fanzine culto, gruppi culto, squarci su culti a venire, monografie più o meno attendibili e definizione di un carattere elitario/elitarista a partire dai tuoi “ascolti”. La parola che meglio descrive questo genere di curiosità millelire è google (tra l’altro qualcuno dice che to google sia un’espressione gergale americana che indica questo disordinato curiosare a destra e a manca), ma ora si sta aprendo a nuove soluzioni. È facile comprendere che nel momento in cui le differenze di lingua si assottigliano, anche i criteri di ricerca diventino sovranazionali, magari frutto della rinegoziazione dell’idea stessa di appartenenza riveduta e corretta su basi totalmente diverse da quelle più o meno antiquate che potevano essere, anche solo sei anni fa, la tua stessa ragione di vita (come artista, ad esempio). Ora le cose sono molto diverse, a prescindere dalle opinioni di ognuno di noi. Myspace diventa a livello mondiale il punto di aggregazione per la ricerca di fastfood-music sul web, diventa il principale hub da cui la comunità musicale online parte per arrivare al resto, diventa il punto di partenza per un nuovo sentire della musica e dell’appartenenza a un contesto musicale da parte dei singoli.
I numeri: una sessantina di milioni di utenti (in crescita), un posto nella top ten dei portali più visitati, soldi che arrivano da tutte le parti tranne che dagli utenti (che si registrano, ovviamente, gratis). Ci sono due tipi di Myspace: per gruppi e per singoli. Funzionano per autocertificazione e si sviluppano in maniera abbastanza autopoietica, fermo restando il rispetto di una serie di regole base (copyright eccetera). Non è necessario un maggiore/minore successo di Myspace a garantire il maggiore/minore successo dei gruppi che lì si promuovono, perché su Myspace ci stanno TUTTI e sei qualcuno solo se lo eri prima. O al limite se eri arrivato in tempo. Non c’è alcun modo di piegare il sistema comunicativo del portale ai propri scopi, a meno che non lo si paghi soldi sonanti per darti rilevanza oltre la tua pagina (il vecchio che avanza, per così dire).
Per chi non ne sa nulla (pochi): ti registri su Myspace e ottieni il TuoSpazio. Il TuoSpazio consiste in un blog, una serie di fotografie da caricare a tuo piacimento, deliri assortiti, caratteri delineati secondo un form-standard ed una lista di amici che non conosci quasi mai direttamente. Le aberrazioni: Myspace è il regno di questa sorta di estetica fashionable a buon mercato per art-rockers, una delle specie più diffuse tra la fauna del sito, e così diventa un vero piacere riuscire a spulciare le singole pagine, una uguale all’altra, in cui un misto tra i dettami del momento ed una conoscenza barbaricamente (barbaramente) approssimativa di linguaggi HTML ti classificano self-graphicdesigner e self-promoter. A che pro, non è dato saperlo: sta di fatto che per curiosare dentro Myspace è necessario essere utenti del sito, e se sei utente del sito hai una tua pagina: a quel punto tanto vale organizzarsi una propria pagina. Sicuramente le bands hanno profili che presentano una caratteristica in più, la possibilità di mettere in streaming qualche loro pezzo al fine di “promuovere” se stesse, con la stessa impietosa velocità con cui si passa da un download all’altro, ma con in meno anche quel briciolo di curiosità, che era rimasto all’utente, di mettere in lista una serie di gruppi di cui ha sentito parlare.
Myspace è il sogno erotico di una casa discografica mascherato da esegesi della democratizzazione ultima della rete. In esso la musica è tutta gratuita, nel senso che quasi ogni band della terra (dai REM a un gruppo dance punk di ragazzi che vivono a tre km da casa mia e che non conoscevo) può mettere in streaming e/o download i suoi pezzi, ma la diffusione è ufficialmente controllata, censita e canalizzata secondo flussi che esistono e che non danno spazio a manovre da parte dei singoli. Il gruppo decide cosa mettere a disposizione, e via di questo passo. La capacità reale di Myspace di cambiare da solo il corso di una band è assolutamente nulla, e per certi versi è fantastico in un mondo in cui gli equilibri tra carta e web (tanto per dirne una) si stanno drasticamente rovesciando. Del resto questo genere di portale/sistema ci sembra davvero non molto dissimile dal classico approccio internettiano alla musica, vale a dire la calata più o meno carbon-copy di ogni logica del mondo reale, “live” o cartaceo o fonografico che dir si voglia, nei meandri delle fibre ottiche e delle grandi comunità inesistenti. Non esistono autori che abbiano decontestualizzato Myspace all’interno di Myspace, del resto è quasi impossibile in un sistema dalle regole così rigide. Tutto il resto è stato rivoluzionato, o quantomeno piallato e levigato, al punto da diventare “un’altra cosa” dal mondo della musica propriamente detto – diventando la sostanziale ragione dell’esistenza di una guerra tra musica internet e musica non-internet in un’epoca che in linea di principio non avrebbe nemmeno desiderato l’idea di una musica non-internet. Myspace non lo consente, ha canali troppo rigidi, si pone in maniera molto arrogante come canale di diffusione via-web tra appassionati e musicisti in un momento in cui la diffusione incontrollata/incontrollabile della musica è tautologia: sembra decisamente un portale perfetto per il 1997, e in uno spazio dove la contemporaneità è tutto, suona come un artificiere che se ne va a disinnescare la bomba alla stazione di Bologna nel 1986; per giunta con un pacco di precedenti illustri, ad esempio Vitaminic in Italia, che però non riescono a creare il senso di comunità che crea Myspace né tantomeno a raccontare la “scena”, qualunque essa sia, con questo grado di easyness. Scegliete voi se chiamarlo nonsense o pazzia, sta di fatto che una strategia promozionale oculata ed il fatto che non faccia male a nessuno sono bastati ad imporlo.
Altra cosa molto interessante, Myspace non funziona come ramificazione del vero nemmeno se ci si mette a ragionare su fattori collaterali. Myspace non estende il proprio dominio sulla forma mentis di nessun giovane. Si pone come criterio selettivo di base, nel senso che essere o non essere su Myspace è come essere o non essere “su internet”, determina insomma una scelta politica di nessuna importanza (perché se si gioca una partita in un portale, chi non vi partecipa non viene considerato ai fini dei risultati); ma non viene vissuto in nessuna maniera specifica. I profili degli utenti Myspace ricalcano una sorta di format sbiadito dei portali tipo studenti.it, senza nemmeno più la pesantezza di toni di una generazione finto-depressa (ed ecco perché la musica pop di oggi fa cagare: nessuno soffre più così intensamente) ma rimanendo sostanzialmente ancorati ad un’idea di carattere riassumibile nel genere musicale prediletto, e questo per le persone più “creative”. Gli altri fanno solo un elenco di gruppi da sbattere nel profilo, si fanno settecento foto digitali per trovarne una in cui sono venuti abbastanza carini e si arrabattano per scoprire l’ultima novità powernoise dal Michigan seguendo i link degli amici dei Dead Machines. Questo non ha a che fare con la ricerca, e non è una questione di vecchiaia l’esser critici – somiglia più che altro a quella storia secondo cui navigare in internet è uguale al volteggiare delle scimmie da un ramo all’altro. E va bene, ma non parliamo di futuro della musica quando è semplicemente l’ombra del passato che oscura una parte del presente.
Comunque nulla di nuovo. Non cambiano i termini (files condivisi) né l’entità del fenomeno, cambiano invece la snellezza della ricerca, la possibilità di raccapezzarsi a partire dai singoli casi, la comodità dell’insieme e tutto il resto. Non è però possibile pensare una “nuova” dimensione del rock (si parla sostanzialmente di questo) a partire da uno spazio del genere, non è ben chiaro come possa in futuro Myspace influire sulle nostre preferenze e sul nostro modo di consumare la musica. Di solito un nuovo sistema di comunicazione creato ad hoc si evolve in tal maniera da mettere in crisi il sistema in funzione del quale è stato generato, rinnovarlo per sottrazione di contenuti. Sicuramente l’indipendenza non è più quella che conoscevamo, sicuramente qualcuno ha qualche carta da giocare anche se per ora non l’ha calata. Staremo a vedere, direbbe Romano.