FROM DIGITAL TO THE ELEMENTS

Leandro Pisano

Ryoko Kuwajima

Esiste una storia della natura che tutto accoglie nel suo grembo: è una storia universale, dove ogni cosa nasce e muore secondo il ritmo del tempo. Il respiro dell’universo, la mutazione degli elementi, come parte di un tutto sfocato ed indefinibile, barlume di un flebile ricordo che ciclicamente ritorna nella penombra dell’illusione. E’ cupo ed intenso il fragore della terra. L’aria rarefacendosi diventa fuoco, condensandosi si fa vento e poi nuvola, acqua ed ancora suolo, pietra. Nell’universo assente, comune nel cerchio è il principio e la fine. Un sentiero conduce verso la via del ritorno, dove tutte le cose sono uno scambio del fuoco, e il fuoco è scambio di tutte le cose. In questo dominio, le mutazioni del fuoco sono mare, terra, vento ardente, nell’armonizzazione dei contrari. Esistenza/nulla, giorno/notte, ghiaccio/brace, sazietà/fame, vicinanza/lontananza, passato/futuro: tutto evolve come il fuoco quando si mescola agli odori prendendo nome da ciascuno di essi. Sulla via liminare, sulla soglia del sentiero, è Ryoko Kuwajima.

"Ho frequentato la facoltà di ingegneria del suono, dove ho compreso le enormi potenzialità del mondo dei computer, che mi permetteva di dare una forma compiuta a quello che avevo in testa. Ero fuori di testa per i computer e per i suoni che venivano fuori da quelle macchine. Cominciando con un vecchio Atari e un MPC 2000, divenni ossessionata dai quei dispositivi elettronici, che durarono per il barlume di un attimo. Un momento di svolta è stato il progetto di residenza a cui ho partecipato in Florida, dopo l’11 settembre 2001, dove ho potuto incontrare delle vere menti artistiche. Lì, capii che non stavamo facendo arte. L’arte semplicemente esiste, al di fuori di noi: noi la adoperiamo per costruire semplici ed apparenti forme da mostrare".


Nel tuo lavoro si avverte un legame molto profondo tra arte e natura. Potresti spiegarci meglio questo concetto?

Nel 2005, ho pregato ed ho meditato, immersa nella natura in montagna. Quando ho trascorso in campagna gli ultimi due anni del mio soggiorno nel Regno Unito, ho avuto come rivelazione dalla mia vita il fatto di essere un’ottima campagnola. Gli spiriti dei boschi mi bisbigliarono che avevo bisogno di mettere in relazione la mia vita con acqua, vento, fuoco, terra, aria e gli altri tesori del mondo fisico, reale. Per questo sono ritornata in Giappone e poco a poco ho cominciato ad occuparmi del mio lato interiore piuttosto che della società esterna.
Tempo fa, partecipai ad un talk con un un uomo che credeva che la vera arte nascesse solamente dalla natura e che noi dovremmo creare arte associandola alla natura. Pensai che lui fosse come ingannato da una volpe e che si sarebbe dovuto destare dal torpore per avere una visione più ampia e distesa. L’arte è arte. Non deve essere legata alla natura. L’arte moderna può essere elusiva, enigmatica, folle, esorbitante. La pazzia, la novità, la sensazione vengono continuamente richieste in tale contesto. Questo era ciò che percepivo e credevo. Ma non significava che non accettassi la natura. Bisognava che ogni cosa venisse provata, incluso i pensieri e le riflessioni dell’uomo. Quell’interazione tra noi e l’arte conteneva già spontaneamente la natura in sè. Potrei definire il mio atteggiamento di allora come una passione per la pazzia, una ricerca di novità all’interno del possesso emozionale umano. Avevo sempre delle mete da raggiungere e desiderio di sperimentare al meglio.
La natura silenziosamente mi ha detto ‘no’. Ha mitigato lentamente la tensione della mia spalla contratta. Ha temperato le mie idee vigorose e forti e mi ha detto di lasciarmi andare.
Tutto questo è come io ora vedo la mia arte e la mia vita.
Non disubbidirei mai di nuovo alla legge della natura nella mia arte. Voglio donare il mio vero spirito ad essa.

Mi piacerebbe approfondire in particolare il concetto di suono legato agli elementi della natura. Qual è il tuo parere in proposito?

Prima non avevo compreso che il silenzio è un altro suono. Tutto è yin e yang. Un duello di forze cosmiche. Se il silenzio domina, il suono muore. Se il suono domina, il silenzio muore. Se il silenzio si deteriora, il suono si deteriora. La mia vita quotidiana lo scorso anno è stata circondata dal cosiddetto silenzio. Silenzio di montagne, silenzio di fiumi, silenzio del cielo, silenzio di fuochi. La quiete non è mai immobile. Il silenzio non è mai silenzioso. Quando chiudi gli occhi e ti concentri, ci sono elementi musicali qui e là. Henry David Thoreau ha cercato di spiegare tutto ciò. Io avanzo sull’erba ed essa stessa mi risponde. Taglio uno stelo e di nuovo sento il suo grido. Prendo un pezzo di legno, il quale mi racconta una storia di un giorno. Amo specialmente il tizzone infuocato. E’ così bello da ammirare che qualche volta mi spaventa. E’ musica. Ora preferisco il suono del crepitare del fuoco al rumore della ventola di un computer. In esso avverto un soffio divino. Un tipo di casa in Giappone ha un tavolo con calorifero elettrico. Di solito c’è anche una specie di braciere a pavimento. La mia vecchia casa ce l’ha e noi manteniamo il fuoco vivo. Non dovrebbe essere troppo forte perché può provocare ignizione, nè troppo debole da estinguere il calore. Lo giro spesso per mantenere il fuoco e così ne vien fuori musica. E’ una musica che intrattiene occhi, orecchi, naso e pelle.
Penso a suoni che possono essere percepiti da tutti e i cinque gli elementi. Un brano universale per una stanza di bimbi.

A proposito di suoni, credo sia interessante saperne di più anche in relazione all’uso che hai fatto del Sitar come strumento tradizionale oggetto del processing analogico-digitale. Puoi parlarmi del tuo particolare interesse per i suoni e gli strumenti acustici?

Il fascino che i suoni digitali puramente programmati esercitavano in me è finito un po’ di tempo fa. La frequenza intensiva, i ritmi granulari, sintetici e modulari, le oscillazioni meccaniche, i grooves digitali mi hanno dato sensazioni molto simili ad un’esperienza musicale tribale, non posso negarlo. Ma c’era sempre qualche cosa che mancava. Ritengo che il processo integrale di feedback abbia una dimensione tremendamente spirituale, che provoca effetti psichedelici nei corpi umani, come se ci si ricordasse di un urlo mentale o di una visione distorta. Ma c’era sempre qualche cosa che mancava.
Era come andare nuovamente verso la propria città, nel luogo natio per ritornare agli strumenti acustici. Se ascolti le filastrocche dei bambini, il tuo volto si distende e sorridi senza accorgertene. Così accadeva quando sono ritornata all’uso di suoni acustici. Le cifre non consentono al corpo di collegarsi con la mia anima quando sono impegnata in un processo creativo. Vengono usati l’emisfero sinistro del mio cervello e la mia conoscenza. È più duro imparare il lavoro di uno strumento, ma hai in qualche modo più soddisfazioni. Se io sono tesa, il suono è teso. Se io sono triste, il suono è triste. Lo strumento è una parte di te, finchè lo suoni.
Nel 2004 fui incuriosita dalla possibilità di inserire uno strumento come il Sitar in un processo digitale, nell’ambito della musica elettronica. La trovavo una cosa assai interessante, per come si presentava. In effetti mi sono divertita molto lavorando a questo progetto. Ho un album costruito completamente con il Sitar, che ancora mi diverto ad ascoltare.
Ma attualmente sto scoprendo qualcosa di diverso. Il mio interesse è ora focalizzato sugli elementi acustici naturali. Mi piace pensare che noi tutti desidereremmo di essere sotto acqua, nuotando. Ovviamente questa osservazione è riferita al fatto che noi tutti siamo stati creati all’interno dell’utero materno, pieno di liquido. Credo che se un uomo è spaventato dall’acqua, questo sia soprattutto conseguenza dell’esperienza che lui ha provato quando era un feto nell’utero. Io sono nata dall’utero di mia mamma ed amo l’acqua limpida. Non posso negarlo. Anche per la musica vale la stessa cosa. Ogni corpo umano ha un genotipo. Dovunque siamo, amiamo la campagna verdeggiante. Ovunque andiamo, ci manca la nostra famiglia. In ogni epoca in cui viviamo, amiamo la vita di vecchi villaggi che ci portiamo da qualche parte dentro di noi. Noi tutti siamo soliti essere tribali ed abbiamo la musica per unirci a dio ed alla natura. Abbiamo usato la musica per ammirare, placare, evocare, portare gioia, stare insieme a Dio. Ascolto musica folk tibetana ed una voce di donna mi fa commuovere, senza che io riesca a trovare una spiegazione a ciò. Tutto questo ha delle ragioni. L’anima dovrebbe cantare e creare, i suoni antichi hanno un’anima. Posso modificarli per renderli miei, ma non voglio mai costringere la mia spiritualità ad essere esclusa dalla creazione. Tutto questo rappresenta per me ora la strumentazione acustica, inclusa la mia voce.

Dopo diversi anni trascorsi in Europa, hai deciso di tornare a vivere in Giappone. Che rapporto hai con la cultura del tuo paese?

E’ incommensurabile la quantità di idee, concetti e pensieri sviluppati all’interno di questa cultura. Io associo il Giappone a paesaggi di montagna e campi di riso. Ma non è più così. Il Giappone oggi è un insieme di impalcature di cemento per autostrade, che hanno distrutto vedute naturali di straordinaria bellezza e hanno smantellato un’intera cultura. Il Giappone ha tentato in ogni modo di imitare il mondo americano, per non dare l’impressione di essere un “paese dimenticato”. Sì, abbiamo ottenuto tutto ciò, abbiamo guadagnato ciò che sognavamo, ed eccoci qui. Le strade grigie, i grattacieli monotoni sono ovunque. Non riesco a credere che abbiamo ancora più del 60% di superficie boscosa nel paese. Ma dove?
Penso che ciò influenzi la maniera in cui la scena artistica giapponese è venuta fuori. Credo che l’arte non dovrebbe essere imitata, ma dovrebbe essere generata dalle proprie idee. Da dove provengono le proprie idee? Dagli individui. E tuttavia, la scena giapponese dell’arte contemporanea sembra essere come da un’altra parte. In qualche modo, ha cercato di evitare di essere “troppo giapponese”. Sembra esserci quasi una forza invisibile che spinge a dimenticare che essa viene “dal Giappone”. Forse conta per una piccola parte anche l’imbarazzo di essere asiatici, che alcuni artisti hanno provato per un po’ di tempo. Oggi incontro delle persone qui che sono orgogliose non solo di dove sono nate, ma anche dell’armonia unica che c’è in Giappone. Spero che ciò spinga l’arte a diventare più naturale, più onesta, più essenziale, esprimendo più cosa siamo realmente.

Pur essendo stata impegnata in diversi campi, hai concentrato la tua attenzione soprattutto nell’ambito della produzione audio/video. In che maniera sei solita parlare del tuo lavoro agli altri? Che tipo di reazione hai se qualcuno tenta di inquadrarlo in qualche modo?

Conosci il significato della parola “contadino”? La parola equivalente in giapponese è “hyakusho”. Ma questa parola non indica esattamente il “contadino”, ma piuttosto un individuo che potrebbe fare centinaia di cose. Hyaku = “centinaia”, sho = “nomi”. Conosci il libro “Papalagi”? Questa parola indica le persone bianche. Un capo di un villaggio samoano durante il diciottesimo secolo fu invitato a visitare l’Europa. Ha scritto le sue impressioni sulla vita delle persone bianche. Ha fatto molte osservazioni, notevoli e da ricordare per noi, che possiamo ancora leggerle in questo libro. Una di esse riguarda il concetto di “lavoro”. Una persona nell’ambito della societá può avere molti ruoli, nel corso della vita quotidiana. Ogni uomo può diventare un contadino, un architetto, un pescatore, un insegnante, un padre, un letterato, un pittore e cosí via. Una donna può cucire, cucinare, pescare, cacciare, cantare, insegnare e cosí via. Ma ognuno di essi non mette in primo piano il concetto di “lavoro noioso”. Questo capo samoano evidenzia che al Papalagi viene richiesto di fare una specifica cosa. Se chiedesse di cambiare “lavoro”, gli altri potrebbero non condividere. Dunque deve continuare ad occuparsi di questa cosa per guadagnare denaro ed impegna altri ad occuparsi a loro volta di “una cosa” per risolvere le questioni che lo circondano (costruire case, cucinare, etc..). Viene accentuato dunque l’aspetto del “lavoro per il denaro”. Questa critica è molto interessante e non possiamo dimenticarla. Quando le persone mi chiedono che cosa faccio, finisco con il confonderli, sempre. Lavoro nell’agricoltura, nella costruzione, ma amo la lettura, scrivo ed adoro l’arte: i film, la musica, e tante altre cose, anche. Amo cucinare, cucire, tingere stoffe... Quindi finisco per dire: “forse sono una contadina”, che fa centinaia di cose. Questa è una risposta alla tua domanda? Ah…forse no :)

Che tipo di impatto pensi abbia avuto nell’immaginario contemporaneo l’applicazione delle tecnologie nell’ambito della diffusione di suoni e filmati?

Il mondo contemporaneo accelera sempre di più. Ho deciso di non inseguire a tutti i costi le novità. Avendo vissuto in Giappone ed avendo viaggiato attraverso il globo, ciò che è virtuale ha iniziato a costituire qualcosa di “non-esistente” per me. Certo, mi divertono ancora gli mp3. Ma la societá non si fermerà certo qui. In due anni, sono sicura che ci sarà altro. Lascio semplicemente che accada. Ti dico che in Giappone esiste il “Satellite Rental Video Shop”, dove non devi recarti come se fosse un semplice negozio nel quale affittare un film o un video. Tutto ciò che devi fare lì è premere dei pulsanti e il film desiderato è sullo schermo. Quindi il prezzo sarà caricato più tardi sulla tua carta di credito. Un altro esempio è il quadratino nero che misura un centimetro quadrato che appare ovunque, sulle riviste, i giornali, gli annunci, o i programmi televisivi. Se hai un telefono cellulare che è compatibile con esso, puoi leggerlo come fa un normale lettore di codice a barre ed il tuo telefono si collega al corrispondente sito web. Anche le macchine di vendita utilizzano questo tipo di marchi. Ora il mondo è moneyless. Il tuo telefono cellulare legge il quadratino nero, ti dà da bere, prende il denaro dalla tua banca e ti fa anche accedere alle offerte stagionali. I rubinetti a sensore nelle toilette scorrono senza che vengano comandati con le mani. Alcune hanno anche i sedili del gabinetto che si aprono e si chiudono regolati da un sensore ottico. Tutto è così libero: le mani libere, il cervello libero, il lavoro libero. È ora che i nostri corpi degenerino. O tutto questo è quello che chiamiamo evoluzione?
Per quanto concerne in particolare gli mp3, credo che sia un grande sviluppo. Se l’accesso alla musica può essere libero per tutti, questo è di più di quanto avremmo potuto sperare. Certo, qualcuno dovrebbe garantire che l’artista possa sostentarsi in qualche modo, quindi l’idea non è perfetta. Ma spero che un giorno l’arte possa essere gratuita, che possa essere accettata in modo più aperto dalla gente e che i governi possano aiutare gli artisti. O un mondo senza denaro?

Si sente spesso dibattere di arte politica, di riflessione sulle politiche dell’arte, di “distacco” ma anche di “dittatura” dello spettatore. Ancora nel 2003, la Biennale di Venezia focalizzava la propria attenzione su concetti come “sopravvivenza”, “urgenza”, “smottamenti”, “utopia”. Qual è il tuo punto di vista in merito?

Ho sempre pensato che un distacco dello spettatore dall’arte non potesse essere evitato. Era un mio pensiero, prima del 2004. Esistevano molte forme rispetto alle quali non mi sarei mai potuta rapportare, o anche impossibili per me da comprendere. Mi è capitato anche di criticare queste forme. A meno che non sia un lavoro pretenzioso, un’opera non tradisce mai il creatore stesso. Bene, ora riconosco che anche un lavoro pretenzioso riflette il pensiero del proprietario, che è appunto pretenzioso.
Finché tale questione dura, ci sono due maniere di fare arte. Con il cervello o con la mente. Ci sono di certo molte parti dentro il cervello o dentro quella che viene chiamata “mente”. L’emisfero destro differisce da quello sinistro. Quando si tratta della mente, il territorio è cosí smisurato che la nostra scienza non può ancora entrarci. Se cento artisti riproducono, per esempio, un albero in un giardino, ci saranno 100 interpretazioni diverse. Questa è l’arte, proprio come un ogni uccello che non costruisce mai lo stesso nido. Alcuni vedranno l’albero come una figura, alcuni come una composizione di suoni, altri sotto forma di linee, altri di colori, altri ancora di spiriti, divinità, numeri,... forse ognuno tra i cento ha bisogno di spiegare cosa ha tenta di esprimere. Questa è l’arte contemporanea per noi. Richiede una grande conoscenza e un grande sforzo di pensiero. Torniamo all’arte primitiva, alla scultura, alla pittura, a qualunque altro genere. Qualcuno vuole spiegazioni? In qualche modo, esprimevano quello che esprimevano. Compresi gli elementi della propria esistenza, le loro idee di divinità. Dunque, qualcosa di semplice ma molto squisito e profondo. Niente di artificiale o chimico.
Non è la stessa cosa, rispetto alla differenza tra “la difficoltà di comprendere quello che sto mangiando, ma sto bene in questo ristorante raffinato” e “la cucina casalinga preferita di mamma”.
Non è la stessa cosa, rispetto alla differenza tra “un cantante pop sexy” e “una voce corale himalayana”.
Non è la stessa cosa, rispetto alla differenza tra “macchina” e “terra”.
Sento che è ora di risvegliarsi per gli artisti. Il divario è stato provocato dagli artisti. Questo gap distingue tra persone che possono comprendere e persone che non possono. Ho cominciato a capire che non è realmente giusto. Forse un’opera d’arte dovrebbe essere come il cielo blu, che porta sempre gioia universale. Forse…

Per un po’, si sono perse le tracce del tuo percorso creativo. Quali sono stati i tuoi ultimi lavori e quali saranno i tuoi progetti futuri?

L’ultimo album, “Kise-tsu”, è dedicato a mia nonna. In questo lavoro ho voluto esprimere i sentimenti delle stagioni in suoni attraverso 13 poemi, da gennaio a dicembre ed una mietitura. Ho spedito i poemi ad Hidetoshi Yamada, un pittore che ho incontrato in Inghilterra. Lui ha creato dei temi grafici che poi mi ha spedito. Quindi ho messo insieme diversi strumentisti, alcuni erano amici, alcuni erano buskers, e ho chiesto a loro di suonare liberamente nello studio di un mio amico. Infine ho editato i suoni che erano venuti fuori, componendoli in tracce.
Da qualche tempo non avevo composto alcunché, ma penso che il 2006 sarà l’anno della mia rinascita in suoni. Spero che prenderà la forma dei fiori. Essi non mettono in mostra avidamente la loro bellezza all’esterno. Appena esistono e non dicono niente. Se qualcuno si accorge di loro, non è importante. Essi appena esistono. Se potessi fare una composizione di questo genere, ne sarei contenta...
Il mio prossimo progetto, in ogni caso, sarà una casa di mattoni, di paglia e di fango. Una casa naturale nella montagna. Cerco una terra particolare per costruire la mia opera d’arte da sogno. Mi piacerebbe fare tutto da me: dal progetto al lavoro di costruzione. Sarebbe un’opera d’arte, ma anche lo spazio dove vivrei.
Sono impegnata anche con le Lappetites. Una volta che mi sarò sistemata, ho un progetto per un album e due film. Ma prima avrò viaggiato ancora attraverso molti paesi.
Una pianificazione nomade.