MELTING & DISTINGUISHING

Ilaria Gianni

Una roulotte trainata da una Fiat bianca targata Napoli sembra fuoriuscire dalle viscere della Galleria Vittorio Emanuele a Milano, distruggendo apparentemente i preziosi mosaici della sua pavimentazione. Cartelloni pubblicitari un po’ bizzarri tappezzano i muri di Venezia, Torino, Roma, scritte poetiche e stranianti proiettate sui palazzi delle moderne metropoli. Tutto normale? Semplice advertisement a cui concedere il solito sguardo pigro o percepiamo qualcosa di diverso? Non vi capita mai che passeggiando il vostro sguardo, ormai bombardato da immagini e dunque avvezzo a qualsiasi cosa, si soffermi anche solo per un attimo perturbato da un qualche elemento che si fatica inizialmente a distinguere, in quanto rientrando nei soliti canoni visivi al contempo se ne allontana per un dettaglio che non si riesce a cogliere immediatamente? Se la risposta è si, forse vi siete imbattuti in uno dei tanti interventi artistici presenti nelle metropoli contemporanee. Difficili da distinguere e tuttavia esistenti e ad uno sguardo un po’ più attento evidenti e invadenti. Non serve lo scandalo Cattelan a Milano (vi ricordate i manichini raffiguranti bambini impiccati nel centro di Milano?) per incontrare e avvicinarsi all’arte contemporanea nelle città.
Gli interventi artistici negli spazi urbani hanno una lunga storia che ha avuto, come tutte le storie, le sue evoluzioni in direzioni diverse, scontrandosi in certi snodi. Non voglio tuttavia scrivere un trattato sull’arte pubblica, ce ne sono in abbondanza e anzi se qualcuno è interessato vi consiglio di visitare il sito www.transiteurope.org che offre una panoramica molto completa sulla situazione del rapporto tra arte e territorio in Europa. Ciò su cui mi piacerebbe soffermarmi è l’impatto che questi interventi hanno sullo spettatore e il dialogo che spesso mancano di instaurare. E’ dai labili confini della società contemporanea che bisogna partire.
La gigantografia del letto sfatto di Felix Gonzalez Torres, di cui si riesce quasi a percepire l’odore della notte d’amore passata sulle lenzuola increspate, appesa ad un grande bill-board nel centro di New York, o il gioco tra realtà e finzione di Pierre Huyghe che confonde il passante, facendogli credere di soffrire di allucinazioni, cosicché camminando ci si viene a trovare in un ambiente sdoppiato: la vecchietta che cammina con la busta della spesa per le strade di Dijon e la sua immagine speculare su un grande cartellone pubblicitario posto nella stessa strada, o ancora gli interventi poetici pungenti e quasi strazianti di Jenny Holzer che si incontrano proiettati sui muri o in forma di grande insegna luminosa a Times Square, a Berlino, a Torino, a Venezia e in molte altre città, che reazione suscitano nello spettatore? Oltre la prima occhiata un po’ sorpresa, il nostro occhio saturo si chiede il perché? Attiva i suoi sensi? Queste modalità artistiche risalgono già alla metà degli anni settanta, ma mai come adesso sono più sfruttati e più insidiosi nella nostra vita, in quanto mai come adesso si sono confuse con un sistema mass mediale e un’estetica riconosciuta e assodata che ci lascia per abitudine quasi indifferenti. Su questo punto è il caso di riprendere il concetto, precedentemente accennato, di labili confini tra discipline e settori nella società attuale. I rapporti tra pubblicità, moda, arte, letteratura, musica e architettura sono estremamente difficili da codificare. Prendono sempre più piede collaborazioni tra artisti e stilisti (Luis Vuitton e Takashi Muratami, www.vuitton.com/enmodernity/murakami/popUp.html),tra architetti e mercato (Rem Koolhas e Prada New York), tra fotografi e aziende, tra cinema e arte (Larry Clark, Stan Douglas)…mi fermo, ma potrei continuare con una lista infinita. Spesso tuttavia siamo abbastanza incoscienti di quanto sta avvenendo e specialmente di quanto l’arte contemporanea, considerata elitaria e incomprensibile, entri sempre più con prepotenza e insistenza nella nostra vita quotidiana, nei suoi ambienti, nei suoi spazi, nei suoi prodotti, avvicinandosi a noi attraverso i mezzi più semplici e riconosciuti e tuttavia proprio per questo motivo più difficili da individuare e identificare. Sono i primi passi un po’ arroganti e forse facili che l’arte sta compiendo verso un pubblico estraneo. Risulta via via più difficile riconoscere dove è arte, moda, mercato, spettacolo e addirittura politica, spesso non si pone neanche la questione. Quella odierna, che comunemente viene definita “civiltà dell’immagine”, coincide con la “società dello spettacolo” profeticamente descritta da Guy Debord: una società in cui ogni azione, pubblica o privata, subisce un inevitabile processo di “spettacolarizzazione”, perdendo parte della sua originaria identità e verità. E’ in queste venature che si sta inserendo l’arte contemporanea con i suoi inevitabili risvolti negativi e positivi. Ma in questo caos di immagini stimoli e non stimoli, come si fa a spiegare lo scarto tra gesto artistico e oggetto prodotto, tra il concetto e il risultato, fondamento dell’arte contemporanea. Esiste uno scarto tra gesto di intrattenimento e gesto artistico?
A questo proposito nel 1999 il Walker Art Center di Detroit ha iniziato a riunire un comitato consultivo internazionale che affrontasse le problematiche della politica, dell’economia, dei sistemi mass mediali e del globalismo e i loro attuali legami e conferenze con l’arte. Si è poi fatto un passo in più, organizzando apposite mostre sul tema, come “Lets Entertain: Life’s Guilty Pleasures” curata da Philippe Vergne nel 2000 che esamina proprio la “spettacolarizzazione” dell’esperienza quotidiana tramite il punto di vista della pratica artistica contemporanea e la critica culturale. Gli artisti stessi sempre più sentono l’esigenza di approfondire ed entrare dentro la questione esplorando la vita e i suoi accessori, appropriandosene e riutilizzandoli.
In questo momento di indistinzione, lo spettatore si trova in uno stato confusionale. Risulta difficile comprendere e cogliere attraverso vecchi media, usati in modi nuovi, riconoscibili nel loro primo utilizzo, eppure non comprensibile in quello più importante, la distinzione di intenti e idee.
Un gioco perverso tra arte e società, in cui l’artista usa ciò che lo circonda, lo sfrutta, lo critica, si inserisce nelle sue pieghe, nelle sue viscere e poi rigetta tutto nell’opera, trovando tuttavia uno spettatore che si adegua, che si aspetta qualsiasi cosa. Il rischio a lungo andare, tuttavia, potrebbe essere l’appiattimento totale dato da questo marasma di stimoli che prima o poi ci potrebbero lasciare indifferenti. Come dichiarava il filosofo francese Jean Baudrillard, rischiamo oggi di assistere a una tardiva vittoria degli iconoclasti, ottenuta non più distruggendo le immagini, bensì moltiplicandone all’infinito la produzione e disinteressandosi della loro verità, del loro senso.
L’unico vero scarto è il gesto, il concetto e l’unica vera difficoltà sta nel ri-attivare i nostri sensi cercando di scoprire la sostanza in eccesso. Oggi, come ben sappiamo, tutto è concesso, tutto si è concesso e apparentemente noi a tutto ci concediamo, ma la difficoltà sta proprio in quella comprensione, attenzione e osservazione che è raro concedere; quindi la prossima volta che vi imbattete in un gregge di pecore a Villa Aldobrandini non lanciate uno sguardo indifferente per poi ripartire frettolosamente per la vostra meta, potrebbe essere un momento per riflettere sulla vostra città e l’occasione per instaurare un nuovo e più vivo dialogo con l’arte e i suoi immensi sconfinamenti…

(01/3)