TROPPI PENSIERI

Valerio Mannucci. Illustrazioni di Carola Bonfili

Prologo - Non lo so. Non lo so se si può fare il racconto di un racconto. Soprattutto se io sto a Borges come la Barale sta a Madonna. Però vabbè, mi serviva un subaffitto narrativo e quindi ho preso il racconto “Il Miracolo Segreto” del suddetto Jorge Luis Borges. Che se poi di riutilizzo, di finzioni, di metacazzate stiamo parlando, lo dite voi. Per me è un sub-racconto, un racconto finto, un remake letterario - è poco importante.

Parte I – C’era un certo Jaromir qualcosa. Aveva un nome ebreo-cecoslovacco impronunciabile e impossibile da ricordare. Lo immaginavo non molto alto, con la faccia piatta, gli occhiali tondi e i baffi, ma non un tipo da ridere. Borges non lo descriveva ed io avevo quest’immagine in testa. Era l’autore di un dramma incompiuto che si chiamava I Nemici. Non gli mancava molto alla conclusione, ma il testo rimaneva lì.
Una mattina aveva sognato una partita a scacchi fra due famiglie molto importanti di cui nessuno ricordava né l’inizio né, soprattutto, la posta in gioco. Nel sogno si diceva che forse si trattava di un premio infinito ma di fatto rimaneva la sfida. Come primogenito di una delle due famiglie era chiamato a fare una mossa che tutti stavano aspettando e doveva quindi raggiungere la torre dov’era custodita la scacchiera. Ma si era perso fra le dune di un deserto piovoso e nel frattempo si era dimenticato le regole degli scacchi. Mentre si svegliava sudato, in quella primavera del 44, a Praga entravano le prime truppe del Terzo Reich.
Il sogno non era lì per caso. Mi piacerebbe sapere perchè, ma provate a colorare un golf con dei tubetti d’acrilico e vedete cosa succede. Già mi sento in un bosco di spine solo a ricordare, quindi niente interpretare.
Parte II - Pochi giorni dopo, o forse il giorno stesso, fu arrestato. Lo dovevano aver pestato per bene il poveretto e poi l’avevano condannato a morte. Prima i nazisti non c’erano a Praga, e si viveva dignitosamente, ora c’erano ed evidentemente si facevano sentire. La mamma è sempre incinta, è proprio vero, anche nel 1944. Perché per tutto c’è un motivo, ogni nostra sfiga la dobbiamo solo contestualizzare. Era il destino che aveva deciso, anzi la storia. La cosa non veniva proprio messa in discussione. Era semplicemente un ebreo intellettuale condannato in maniera sommaria dai nazisti. Gli atti del processo, se di processo si trattò, non mi pare proprio che Borges li descrivesse. La condanna era prevista per il 19 alle 9. Circa 10 o 15 giorni dopo la data della sua cattura. La sua cella doveva avere la porta sul lato lungo e doveva esserci un’atmosfera calda in quella stanzetta. Lo vedevo muoversi svogliatamente, avere attacchi d’ansia che finivano in pianti soffocati, guardare per terra e seguire con lo sguardo il contorno regolare delle mattonelle. Nel frattempo probabilmente pensava a come sarebbe stato bello morire sparato. Dalla piccola apertura che stava sulla parete opposta della porta riusciva a vedere uno spicchio di cielo. Forse fissava le nuvole che sembravano immobili e guardava le lente ed inarrestabili modificazioni di forma aggrappandoci i propri pensieri. Ne doveva avere troppi.
Per Borges era un uomo intento ad anticipare il momento della fucilazione, per esorcizzarlo. Come se c’avessi mai creduto a questa cosa dell’esorcizzare. A guidarlo era quella logica per cui se uno fa delle previsioni, sbaglia. Passava in rassegna i particolari più allucinanti e crudeli, che se li lasciavi così come li immaginava lui, nel giro di una manciata di sinapsi avrebbero fatto impazzire qualsiasi uomo libero. Mi sembrava un uomo molto triste e solo. Non c’era mai stato naufrago, esploratore disperso, orfano immaginario che m’avesse fatto la stessa pena. Lo sentivo contare i pochi respiri che aveva a disposizione, ripercorrere infinite volte le tappe che avrebbe percorso prima di arrivare al patibolo. Provi a soprassedere, ma poi, di rimando, acceleri vertiginosamente verso la rassegnazione, il dolore bianco, e ti si siede accanto la solitudine, senza speranza. E’ come una cosa che slitta, un po’ come due calamite che si schivano se le avvicini. Però succede in testa, non so se è chiaro. Di fatto riusciva a trovare sollievo solo nel buio. La notte, quando il sonno lo portava via, si riposava in una specie d’epilettica morte temporanea.
Parte III - Intanto i giorni passavano e il 19 alle 9 si avvicinava. L’unica consolazione era quella di sapere che fino ad allora sarebbe stato immortale, inattaccabile, invulnerabile e protetto come mai lo era stato prima. Non doveva temere nulla e nessuno. La morte era come un ospite che sai esattamente quando arriva. Stacchi il telefono e sai che sei salvo fino a quando suonerà il citofono. Nel frattempo però viveva centinaia di morti tutte uguali e tutte diverse. C’erano dei momenti in cui desiderava la scarica mortale. Voleva sentire subito le pallottole che gli bruciavano la pelle e il rumore ottuso del proiettile nella carne. Tutto gli si concentrava alle tempie, il sangue una volta arrivato al cervello gli sollevava il cuoio capelluto. Erano giorni senza senso. E’ un fatto spontaneo che potevo solo immaginare di striscio: mi sa che voleva morire per curiosità - a quei livelli dopo la curiosità c’è la pazzia.
Ero contento che Borges mi stesse raccontando una storiaccia del genere ma non capivo perché. Le risposte potevano essere di due tipi. Tipo uno e tipo due. Il tipo uno non m’interessava, era legato al concetto di denuncia e di conservazione della memoria per le crudeltà della storia. Il tipo uno insomma serve a non dimenticare. Quel poveretto però stava lì per un altro motivo. Borges l’aveva mandato a morte per poter descrivere la morte, non gli assassini. La denuncia è importante, ma non in questo caso. Se Borges l’aveva fatto anche io dovevo farlo senza troppe domande. Quindi meglio il tipo due che però non sto qui a spiegarvi.
Parte IV – Da qui in poi quella che ricordo meglio è la parte finale del racconto, i suoi ultimi attimi. Mi sfugge invece una parte, quella che dopo la condanna ripercorreva svogliatamente la storia del dramma incompiuto ‘I Nemici’, il lavoro che non era mai riuscito a finire. Mi pare si trattasse di un’opera in versi, nella quale c’era un forte senso di circolarità, di angoscia labirintica e di non-sense fineottocentesco. Sì, di questo sono sicuro, doveva essere un intellettuale di metà novecento ancora dignitosamente ottocentesco. Il dramma era in versi, la storia era d’epoca regale, i personaggi erano cortigiani e signorotti. Metafore e storia. Criniere dorate e morale del labirinto. In fondo due palle. Ma da buon intellettuale anni ’40 era pur sempre convinto d’essere etico. Etico e filosofico, presuppongo. Provate ad immaginare. Comunque era stato così ingegnoso da ordire una trama malata che lo aveva intrappolato. Giusto per farvi capire, la storia era quella di un Re, o di qualcosa del genere, che riceveva continuamente visite di persone che, pur facendogli molti complimenti, tramavano tutti contro di lui. Poi si scopriva che il Re ed uno dei congiurati erano la stessa persona e che tutta la vicenda era un semplice delirio. Questo, e niente più, sarebbe stato il nodo circolare della vicenda de ‘I Nemici’. Ma la storia era terribilmente incompiuta, i personaggi, le ambientazioni, i versi e la struttura erano solo tratteggiati e andavano resi definitivi. Chissà se sarebbe piaciuto a qualcuno questo dramma anacronistico e cervellotico. Forse si, ma tanto non l’avrebbe mai saputo.
Parte V - Di fatto era questa la sua maggiore disperazione. Molto banalmente aveva chiesto a Dio di dargli ancora un po’ di tempo per fare ciò che doveva fare. Però stava sempre in cella, e guardava sempre verso il basso con gli occhi sgranati. Se di genio si può parlare non è certo per il caso di quest’uomo. Chiedere di vivere ancora, quando si è condannati, e per di più a Dio. Tanto vale mettersi le mutande in testa e dire alle guardie che le formiche ti vogliono mangiare. Dopo si era di nuovo addormentato. Di nuovo buio e di nuovo un altro sogno. Stavolta era in una biblioteca e girovagando tra gli scaffali s’imbatteva in un personaggio strano. Spontaneamente e senza un valido motivo chiedeva ad un uomo senza occhi se per caso sapeva dov’era Dio. Il personaggio gli rispondeva che era in una delle lettere di uno dei centomila libri che erano contenuti nella biblioteca. Mi sembra di ricordare che a quel punto non si pose il problema in termini statistici e aprì un libro a caso. Dio era nella ‘r’ di una delle pagine di quel libro. Poi si era risvegliato, stavolta non aveva sudore da sudare e dopo poco si era già dimenticato del sogno.
Parte VI - Lo vennero a prendere, era come un bambino che non sa che fare. La sua vita, la sua famiglia, le sue opere, i suoi desideri, era tutto perso. Era deluso per il percorso così breve e così squallido rispetto a come se l’era immaginato centinaia di volte nei giorni precedenti. Niente anticamere, niente bandiere e plotoni in fila, solo una scala metallica ed un atrio piccolo e sporco. Tutto sarebbe finito lì. I soldati li vedevo seduti sotto un albero, a fumare. C’erano anche delle bottiglie di vino o di qualcos’altro. Appena s’accorsero di lui cambiarono atteggiamento. Tutto puzzava d’erba, terra, muffa, fango e polvere da sparo. Tutto era simile a quando facevo ricreazione nel cortile del mio liceo subito prima di un’interrogazione. I soldati non lo guardavano. Anche i miei compagni di classe facevano finta che non ci fossi. Per i suoi carnefici – di fatto – il povero scrittore era già morto. Provateci voi a guardare negli occhi un uomo che dovete uccidere. Il comandante del plotone, in attesa delle 9 in punto, gli offrì una sigaretta. Lui non fumava, almeno così diceva Borges, ma quella sigaretta l’accettò. Con umiltà, che brutto. Come aveva detto da qualche altra parte lo stesso Borges, è indiscutibile che la persona che concede un favore risulta in qualche modo superiore a quella che lo riceve. Accendendo la sigaretta si accorse che gli tremavano le mani. Le mani dovevano avergli ricordato che aveva ancora paura. Che brutto.
Epilogo - Le 9 del 19 scoccarono, venne messo al muro. Non troppo vicino perché altrimenti l’avrebbe schizzato di sangue. Ci si abitua a tutto. Cominciò a piovere. Una goccia che gli stava scorrendo sul viso si era fermata a metà della guancia. Il comandante aveva alzato il braccio ma la sua espressione sembrava immobile. I soldati non sparavano, la goccia non colava. Quella sospensione psicotemporale mi pare che nel racconto durasse quasi un anno. Non è importante se quell’anno passò veramente o fu solo l’illusione di un istante. Per lui fu un anno e questo è quanto. Un anno in cui ricostruì la sua opera maestra nei minimi particolari. Trovò i versi e definì i capitoli con il solo uso della memoria. Guardò a fondo il viso dei soldati immobili di fronte a lui e ne trasse ispirazione per tratteggiare il carattere dei suoi personaggi, cominciò anche a voler bene a quell’atrio fetido. Ad un certo punto il dramma ‘I Nemici’ era pronto. Il tempo ripartì e i soldati fecero fuoco. Ricordo più che altro i colori. C’era una bava d’autarchia nell’immagine. Cerchi di sfuggire certi pensieri e poi c’è qualcuno che ti ci fa pensare, ma questa storia me la sto dimenticando; e tutto va un po’ meglio.

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