LA RICERCA DELLA SEMPLICITA'

Ilaria Gianni

Conversazione con Gianluca e Massimiliano De Serio

Come definire il lavoro dei gemelli De Serio (Torino, 1978)? Arte o cinema? Documentario o film? In realtà non mi sono mai chiesta come classificare la loro opera. Mi sono trovata davanti ad un loro video qualche anno fa a Torino e casualmente li ho conosciuti. Mi ricordo che fui subito impressionata dal loro modo di affrontare realmente le urgenze da cui si sentivano circondati, la semplicità con cui affrontavano il difficile tema dell’identità sociale contemporanea dando voce a chi lo sradicamento l’ha vissuto, di chi l’adattamento l’ha dovuto provare, dalla loro propensione all’ascolto. Una nota biografica può forse illuminare questa loro attitudine: sono entrambi cresciuti a Barriera di Milano, piena periferia torinese. “Siamo di Barriera noi!”, dicono scherzando, lasciando tuttavia intravedere una nota di consapevolezza. Ed ecco dunque i loro film che raccontano le storie di una comunità pressoché invisibile. Sempre al lavoro, li ho dovuti recuperare tra Torino e Parigi tramite intervista virtuale.

Limen

Il vostro lavoro non è classificabile come prettamente appartenente al mondo dell’arte o a quello del cinema. Avete lavorato in entrambi gli ambienti, presentando gli stessi film. In un’era in cui si parla di interazione, di sovrapposizioni di discipline, in cui vige l’indistinzione, esiste a vostro parere una effettiva differenza tra arte e cinema?
Probabilmente non cambia molto, o meglio non ci interessa. In entrambi gli ambienti si trova un’apertura che ci premette di “sforare”. Ma anche chiusura e pregiudizi: «questo è cinema “indipendente”, non è arte, questo è cinema da esposizione, non è facile proporlo ad un pubblico da cinema». E così via. Ma alla fine tutto funziona dappertutto. Le differenze, poi, ci sono sicuramente, ma bisogna sempre vedere quali sono gli obiettivi che ci si prefigge. Per noi non ha importanza esporre in una galleria piuttosto che in un festival, l’importante è che il film venga visto. Pensiamo che il cinema, inteso come “processo” e come “lavoro”, abbia il fascino dell’azione collettiva che manca un po’ nell’intimismo dell’arte, anche se ormai i confini non esistono e si possono fare film con pochi soldi e una piccolissima troupe (se non da soli) e opere d’arte che richiedono la presenza e la competenza di strumenti, linguaggi e persone, tanto, se non più, di una troupe cinematografica. Le cose più forti credo siano comunque quelle slegate da schemi produttivi e alternative al sistema. Quello che conta, alla fine, è il rigore delle proprie scelte artistiche e etiche. Abbiamo avuto modo di partecipare a diversi festival internazionale di cinema, e i più importanti sono di solito i più aperti a questa sovrapposizione tra cinema, documentario, video arte, sperimentale, ecc. (Rotterdam, Oberhausen, Stuttgart, ecc.).
Sono interessata al Limen che voi toccate con i vostri lavori. Limen di ambienti e di realtà vissute.
noi siamo interessati al “limen” tra questi che chiami mondi. Paradossalmente però a noi non interessa molto giocare su differenze e similitudini, scarti o sovrapposizioni. Non pensiamo a generi o linguaggi, ma alle persone filmate ed è quello che esattamente ci preme. Al di là dell’approccio “linguistico” utilizzato, alla fine ciò che cerchiamo di far emergere sono le persone, la relazione che abbiamo creato con loro, il nostro stesso processo di avvicinamento e apprendimento. Perché è proprio di questo che si tratta: per noi, per la troupe, per tutte le persone coinvolte, per gli “attori”. È un modo per conoscere, per relazionarsi, per creare una comunità, sebbene provvisoria. Tra i due “mondi”, cinema e arte, c’è la vita, che oltrepassa una divisione, che attraversa contraddizioni e spesso ci pone in difficoltà: che tipo di linguaggio usare? Perché girare in 35 mm? Perché coinvolgere tante persone, i diversi reparti, gli assistenti, la macchina cinema? Tutto ciò vuol dire innanzitutto per noi vivere un’esperienza collettiva, meno solitaria e individualistica del video d’arte, ma soprattutto capace di costringere a scelte, mediazioni, relazioni, decisioni drastiche, corse contro il tempo, soldi, ecc. Ciò che resta alla fine è tutto questo, la vita insomma, anche nel suo aspetto rituale, preciso, religioso. L’inquadratura è una scelta vitale: o quella o niente. C’è una preparazione dietro molto lunga e grande, anche e soprattutto per un piccolo film di pochi minuti, che domanda uno sforzo a tutti, collettivo e personale insieme: mio e di Gianluca, dell’attore che rivive nella sua memoria la sua vita, e la fa interagire con altri, con le nostre tracce di sceneggiatura, con gli sguardi e le orecchie del mondo che in quel momento la circonda. È un continuo mettersi in gioco.

Storie, Vissuti

Raccontate delle storie. Mediate storie altrui, lasciando la parola al diretto interessato. È una narrazione di vissuti che volete denunciare, a cui volete far partecipare un pubblico, che volete affrontare. Che importanza ha il racconto del sé nelle vostre storie? Come utilizzate lo strumento della narrazione e del racconto e come lo collocate nel sistema comunicativo odierno?
In realtà non lasciamo semplicemente le parole al diretto interessato. Nel senso che tutto è il frutto di un incontro e di uno scambio. Dunque la sceneggiatura nasce dalla nostra sceneggiatura, lasciata il più possibile aperta e fragile, e quella del vissuto dei personaggi. In questo processo di co-scrittura il racconto è fondamentale, tanto che ogni film è preceduto, nel nostro lavoro di preparazione della sceneggiatura e dello story-board, dalla registrazione video del racconto del protagonista. Abbiamo ore di materiale girato in forma di intervista-racconto che utilizziamo per la sceneggiatura. Lo strumento del racconto lo usiamo come base di partenza, su cui le immagini e il suono sono come punti di sutura, una cicatrice o un ricamo: Maria Jesus cuce all’interno dei suoi pantaloni, prima del suo viaggio clandestino verso l’Europa, dei numeri di telefono che, anche se non è svelato nel “racconto tout-court” del film, serviranno a salvarla al suo arrivo in Italia. Il racconto non è svelato, ma pulsa nel tempo del film, ininterrottamente.
Da dove è nata questa urgenza di comunicare il non detto e il non direttamente vissuto; di raccontare quello che solitamente viene mediato da uno strumento della società?
Una delle cose che ci ha più colpito, durante la preparazione dei film, è esattamente il momento del racconto che alcuni dei personaggi ci hanno fatto. Alcuni avvenimenti per noi sembrano essere comuni e diffusi: i viaggi clandestini, i drammi di cui leggiamo a volte sui giornali. Ma il racconto diretto, preciso e disinvolto, mostra un coraggio, una dignità a cui ci sembra corretto dare conto. In realtà, non sempre l’atteggiamento di chi racconta è totalmente aperto. Ci sono sfumature, cose non rivelate, paure, che vogliamo far entrare anche nel film, per rispetto innanzitutto. Il modo per essere discreti è anche nella scelta di lasciare vuoti e pause nelle immagini, nei dialoghi, nella sceneggiatura.
Nonostante voi narriate esperienze individuali, esse possono essere ricondotte ad una collettività. Il tempo e lo spazio che voi comunicate incidono con il nostro vivere quotidiano e fanno riflettere sulle singole esistenze, come fanno mettere in discussione la comunità. Sono le piccole azioni quotidiane ad interessarvi o i grandi eventi?
Per esempio Il giorno del santo, è stato scritto dopo la tragedia di qualche anno fa dove morirono molti curdi non lontano dalle coste italiane, durante un viaggio clandestino. Ma è sempre l’incontro, non tanto con l’evento, quanto piuttosto con la persona e la sua storia che ci permette di fare andata e ritorno dal singolo alla collettività. Inoltre il rapporto individuo collettività è molto più forte quando si parla di individui e comunità di immigrati.
Quando abbiamo girato Maria Jesus, abbiamo coinvolto all’ultimo momento un gruppo di ragazze peruviane per una scena. Sono capitate due cose interessanti, significative: innanzitutto Maria Jesus e le altre ragazze non si conoscevano fra di loro, dunque abbiamo chiesto loro di presentarsi e di raccontarsi la loro vita, la loro famiglia, il loro viaggio. Abbiamo registrato tutto con il microfono e parte anche con la 35mm distante e discreta. E in montaggio abbiamo lasciato molti di questi pezzi. Che sono realtà, memoria, racconto.
La cosa più sorprendente è invece che molte delle storie che si raccontavano si assomigliavano tutte. Noi ne avevamo incontrata una, quella di Maria. Il titolo del film appare solo quando uno dei responsabili dei trafficanti di immigrati chiama da un fuori campo “Maria Jesus!”, scelta perché è arrivato il turno del suo viaggio.

Linguaggio

Mi piace il vostro utilizzare il linguaggio come modo di comunicare e veicolare dei contenuti. Il linguaggio è stato usato come testimonianza di esperienze da parti di immigrati, è stato usato come confronto, come parola per accedere alla comunicazione e come confessione. La parola si avvicina molto all’importanza dell’immagine nei vostri lavori, se non addirittura tende a superarla. Sono poche le volte in cui ci si scontra con lavori video in cui l’udito gioca un ruolo così fondamentale.
Come siete arrivati a focalizzarvi sulla parola?
Che tipo di evoluzione ha subito il modo di lavorare e intendere il linguaggio nel vostro lavoro?
L’immagine può tradire, laddove la parola no? Secondo voi la parola è più veritiera dell’immagine?
Il linguaggio è l’umano. Parte tutto dal linguaggio, come conseguenza di uno spirito di sopravvivenza, di adattamento, di vita. Nei nostri film il linguaggio è la base: è espressione, denuncia, confessione, è dialogo, è incontro. È musica, è religiosità, è una preghiera. È una parola d’ordine, ma è anche un canto. È veicolo di conoscenza, di scoperta, da parte nostra, dei personaggi del film e delle persone che li interpretano. È mistero, perché è banale e essenziale, ma anche emblematico e senza risposte: “non mi hai più detto come sei arrivata in Italia…”, o “Quanti anni hai?”, domanda Yang alla sua “nuova sorella”, senza ottenere risposte.
Nei film il linguaggio accompagna il personaggio e l’immagine e ne riflette, ne sottolinea il suo/nostro tentativo di raggiungere la dignità e la bellezza: il montaggio frammentato, i dettagli del corpo di Maria che cuce o di Zakaria di spalle che ascolta la sua lezione di arabo, il taxi che scandisce nomi e strade di vie e di piazze sconosciute, si compongono gradualmente nell’integrità del primo piano tenuto a lungo, o del campo lungo della preghiera sul tappeto della moschea. Il linguaggio gioca il ruolo realistico e visionario del cinema: diventa prima suono (in Maria Jesus, per esempio) o canto-preghiera (in Lezioni di Arabo), poi scritta, iscrizione, parola. È il testo del Corano che sottolinea la necessità di credere nell’Invisibile, oppure il cartello: “Maria Jesus attende di essere regolarizzata. Lavora come badante a Torino”. Il linguaggio diventa la persona, e viceversa: è la catarsi, la liberazione del dramma che passa attraverso una denuncia, un obiettivo raggiunto, o semplicemente dal coraggio di re-interpretarlo. Per questo motivo forse il momento del “linguaggio” è creato a partire dal silenzio di un’attesa, dai rumori che avvolgono i visi disorientandoli: un radio-taxi, la città ovattata al di là dei vetri di una finestra, o i clacson e il traffico urbano inghiottiti dal sifone di una vasca da bagno. Il linguaggio è dunque anche contraddittorio, un passaggio obbligato per il cambiamento del personaggio: diventa un insieme di parole legate al mercato, al prezzo e al nome delle cose, ad un’identità effimera , un elenco di strade sconosciute…

Urbanism

Mi interessava sapere quanto siate stai influenzati dalla città di Torino, città da sempre meta di immigrazione nazionale e internazionale e quanto stia cambiano questo aspetto esterno della città al giorno d’oggi.
La città di Torino è lo sfondo, il materiale, il soggetto stesso dei nostri lavori. Non solo per quanto riguarda l’immigrazione. Nell’ultimo video che abbiamo girato, Ensi e Shade sono due ragazzi di 20 e 18 anni che fanno del rap sui marmi del Teatro Regio, fanno parte della new school del rap torinese e nel loro free-style “parlano” spesso di Torino e della cintura, della periferia in quando condizione esistenziale oltre che urbanistica. Bene, la loro periferia è anche la nostra, dove siamo vissuti e viviamo. Se dovessimo tracciare un raggio nello spazio in cui abbiamo girato i nostri lavori, questo non sorpasserebbe il chilometro quadrato dalla nostra casa. Come dice Ensi improvvisando sul beat: “Io abito sempre nello stesso palazzo”.

Identità

C’è qualcosa di autobiografico nel vostro lavoro?
Nel nostro lavoro uno dei temi centrali è l’identità. In quanto gemelli, al di fuori di ogni stereotipo, è un tema che ci sta molto a cuore e che ha seguito tutti i nostri percorsi di crescita e che ora di più si impone. Sia nelle scelte di vita che professionali. Tra di noi regna la confusione esistenziale. Senza scherzi. Siamo complementari e potremmo chiamarci con lo stesso nome. Nel film “Zakaria” il protagonista dice all’altro ragazzino più piccolo di lui: “Piacere, sono Zakaria”, e l’altro risponde: “Anche io sono Zakaria”. La coppia (maestra-allievo, ragazzo-ragazzo, trafficante-immigrata, fratello-sorella) è al centro dei rapporti di forza dei personaggi e ne permette l’esplicazione. Si può dire che i personaggi sono avvolti da solitudine ma anche forti perché appartenenti a una comunità, o ad un rapporto con l’altro. Essi si relazionano con l’altro ma restano spesso bloccati nelle contraddizioni culturali. Interpretano i loro drammi attualizzandone il riscatto. Per me e mio fratello fare film è anche mettere in gioco la nostra stessa personalità, è un modo di dialogare tra noi.
Le corrispondenze tra me e lui sono di più che le divergenze, certamente. Lavorare insieme ci permette di non essere mai soli nelle scelte, di confrontarci, di non ricordarci a chi è venuta questa o quella idea, di litigare molto e discutere prima del tournage, ma di arrivare sul set pronti ad accogliere i suggerimenti di tutti e a lavorare tenendo bene a mente le cose decise tra noi.

Ultima

Quale è la vostra idea del mondo della produzione artistica e cinematografica oggi?

Crediamo che il film dal formato breve, il cortometraggio, e in generale il cinema o il video, debba distinguersi dal bombardamento di immagini veloci che ci assediano ogni giorno da ogni dove. Le scelte artistiche sono fatte come una richiesta di attenzione, di pausa, di devozione. Per questo tutto deve essere il più possibile “perfetto”, inteso come esperienza estetica. Il montaggio ha un ruolo fondamentale a cui dedichiamo molto tempo, anche se non sembrerebbe dalla bassa quantità di tagli che hanno i nostri lavori. Ma la ricerca della semplicità è così difficile…

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