TALK RADIO

Luca Lo Pinto

Trascrizione integrale della trasmissione di Barry Champlain andata in onda sulle frequenze di 154 FM a New York il 2 gennaio 1991.



Ok. Allora si comincia. Sono qui. Come ogni sera. Alla fine questo è il mio lavoro, è quello che faccio per vivere. Vengo qui, vi racconto i cazzi miei e tento di intrattenervi al meglio. Non posso promettervi che vi piacerà, ma potete pur sempre cambiare canale. Non mi interessa quello che pensate di me. Chi cazzo siete per dirlo?! Voi...”il pubblico”. Non mi conoscete. Non mi avete mai visto. Non sapete come sono fatto. Non sapete cosa mi piace, cosa voglio, cosa non voglio, cosa mi rende triste. Sono solo una voce.
Se già vi state annoiando, avete il culo che sta per arrivare un break musicale. Ecco a voi. “I Know Where Syd Barrett Lives”. Television Personalities.

2.34 min dopo

Piaciuti? Inizialmente l’ho scelta per il titolo, poi l’ho ascoltata e mi è piaciuta. Una di quelle cose per noi borghesi. Come voi, no? ...Ieri notte sono passato da Kim’s Video e mi sono affittato un film fantastico “The Servant” di Joseph Losey. Non ci sono più le mezze stagioni... ma nemmeno il bianconero di film come questo. Così esteticamente arrapante che quasi ti vien voglia di leccare lo schermo della televisione. E’ uno di quei film dove non conta la storia ma come viene raccontata. Restituisce alla perfezione quella Londra borghese anni ‘60. Uomini stretti in quei pantaloni a sigaretta, Ragazze magre e capelli deformati dal phon. Le finestre in legno bianco che danno regolarmente su giardini con erba tagliata rigorosamente a 2 cm di altezza. Dirk Bogarde interpreta un giovane cameriere che si fa assumere da un quasi coetaneo, miliardario. Ben presto si scatena una situazione di dominazione da parte del cameriere. Una violenza sessuale e psicologica giocata tutto su sguardi, parole e movimenti di macchina. Sicuramente piacerebbe a Gus Van Sant.

pubblicità 1.00 min dopo

Ma che ne volete sapere voi? Guardate i film che vi consigliano i telegiornali o in base alle stellette delle recensioni trovate nelle ultime pagine degli inserti del vostro quotidiano preferito. Voi che leggete le riviste guardando ai titoli e alle immagini. Che ne volete sapere di James Coleman? Mercoledi mattina stavo girando per l’ Upper East Side cercando di capire finalmente quale fosse la casa di Woody Allen. Stanco, decido di investire i miei pochi dollari in una mostra invece che in un hot dog. Entro nel museo. E li scopro James Coleman. Un vecchio artista che ha deciso di ritirarsi in Irlanda e che non ne vuole sapere di nessuno, dei critici d’arte in particolare. Non so se vi state incuriosendo o vi siete già rotti le palle..comunque..continuo. Comincio la mia visita. Adocchio subito una panca e mi siedo. Una serie di diapositive mi scorrono alla lentezza di 20 min ciascuna. Le immagini sono in bianco e nero. Sembrano quei vecchi film dove, al contrario degli anni ‘60, il bianco e nero ti infastidisce. Non capisco molto, però mi intrippa. Il titolo è “La Tache Aveugle”. Dopo 5 minuti mi alzo e mi faccio un giro tra opere fatte essenzialmente da diapositive accompagnate dal suono. Strani personaggi collocati su sfondi tipo studi di registrazione e teatri di posa. Il fatto che non capisco del tutto quello che sto vedendo è un buon segno. Di solito è tutto abbastanza semplice, no? Decido di tornare sul luogo del misfatto, questa volta armato di foglietto d’ordinanza con relativa descrizione (e non interpretazione, per fortuna). Mi risiedo sulla panchina, scoprendo che in realtà le immagini rallentate non erano altro che una brevissima scena del “L’uomo invisibile” quando il protagonista sta per ridiventare visibile. Il tutto trasportato in diverse diapositive proiettate a quella lentezza. Cazzo. Geniale. Douglas Gordon, sei un sucker. Ora quindi avete la soluzione per la vostra domenica pomeriggio. Invece di oziare davanti alla televisione o girare per le strade in mezzo a coppiette che camminano con gli occhi bassi manco li avessero costretti a uscire. Ecco andate a vedere questa mostra. Tutto sta nel cambiare.
Vi lascio alle parole di quel culattone di Moz. A dopo.

2.02 min dopo

Era “Girlfriend in a coma”. Di buon auspicio. Ho visto che sta per uscire il nuovo film di Noah Baumbach. “The Squid and the Whale”. Una coppia con due bambini che decide di divorziare nella New York degli anni ‘80. Il titolo tradotto assomiglia a qualcosa tipo “il Calamaro e la Balena”. Lui è lo sceneggiatore di Wes Anderson. Un grande. Adesso sta girando proprio vicino al nostro studio il nuovo film con la moglie Jennifer Jason Leigh e John Turturro. Sto tentando di capire di chi è la musica che si sente nel trailer. Forse l’ho scoperto: Bert Jansch. Ma soprattutto Loudon Wainwright III (padre di Rufus). Uno con un cognome cosi non poteva non sfornare titoli come “I Wish I Was Lesbian” (forse aveva intuito i gusti sessuali del figlio), “Nice Jewish Girls”, “At The End of A Long Lonely Day”, “Mine’s Not So Big”. Ho una grande passione per i titoli. In generale, dico. Di film, di canzoni, di opere d’arte. Ieri sfogliando un libro ho scoperto che Michael Snow, il grande filmmaker, alla venera età di 80 anni, ha rieditato il suo film più famoso, “Wavelength” e lo ha intitolato: WVLNT (Wavelenght for Those Who Don’t Have the Time. Originally 45 Minutes, Now 15!). Perfino meglio di Jonathan Monk! Già che ci sono, vi consiglio un altro film, “Thumbsucker”. E’ il primo film di Mike Mills. La colonna sonora è di Elliott Smith insieme a The Polyphonic Spree.
E ora un rarissimo pezzo cantato da Joseph Beuys, artista tedesco, qui in veste di musicista. La canzone si chiama “Sonne Statt Reagan”, vogliamo il sole invece di Reagan. La melodia è super. Questo è il link dove l’ho trovato. Ve lo détto piano. http://ubu.wfmu.org/video/Beuys-Joseph_Sonne-Statt-Reagan_1982.mov.

2.01 min dopo

Sentire un artista filosofo come Beuys cantare una canzoncina del genere insieme a quattro crucchi che sembrano usciti da quei telefilm tedeschi anni ‘80 che passano di notte in televisione, non è male. Il non essere rinchiusi nelle proprie striminzite categorie è quello che rende una persona veramente intelligente. Prendete Mike Kelley. Studia in un college dove il professore meno concettuale faceva opere tipo una linea con scritto sotto “A line within a line within a line”. E lui giustamente con altri tre amichetti decide di creare una bella band hard-core: Destroy All Monsters. E’ uno fissato con tutti i b-movies americani anni ‘70 e ‘80, Oyvind Fahlstrom, Freud, la cultura folk americana, Marcel Broodthaers (ma solo le opere che meno lo ricordano). Una volta costruì un ambiente a metà tra un ufficio e una prigione con tutte le pareti tappezzate di piante e fotografie di scuole e di studenti interrotte talvolta da fumetti porno. Sedie e tavoli sparsi nell’ambiente. Al muro bozzetti per un modello architettonico composto dalle repliche di tutte le scuole frequentate dallo stesso Kelley. In un angolo la proiezione continua di “Porky’s” con la musica originale sostituita da quella di Morton Subotnik (pioniere della musica elettronica in America). Tutto è influenzato dai ricordi personali legati ai tempi del liceo. Un ambiente angosciante dove la scuola assume tutte le caratteristiche di una prigione. MIke unisce la cultura alta al pop con la stessa eleganza e naturalezza con la quale Mike Patton passa dal metal al funk. Ma ora rilassiamoci con Dean Wareham. “Hey you”.

3.19 min dopo

Non so voi, ma io sono sempre stato affascinato dal riscoprire le cose del passato. Da piccolo mi nascondevo delle copie di un qualunque quotidiano sotto l’armadio solo per rileggerlo cinque/dieci anni dopo. Forse da qui la fissa a girare per piccole librerie dell’usato. In una, nell’ East End, ho trovato un libretto dal titolo “Marmalade Me”. Un paperback uguale a quelle delle collane di gialli. Anni ‘70 fino al midollo. Soprattutto il design. In copertina la foto dell’autrice. Non si capisce perchè le donne quando selezionano le foto per le copertine dei libri scelgono sempre quelle a 16 anni. Triste no? Come quando vai nei salotti di tutte le case del mondo e ti ritrovi circondato da vecchie fotografie soffocate da cornici argentate (a seconda della scala di ricchezza dei padroni di casa...anche se, anche a casa dei ricchi, spesso sono false). Come a dichiarare che ora la loro immagine, la loro vita, non ha un valore tale da essere incorniciata! Anyway. Tolta la piccola digressione, torno al libro. Dando un’occhiata alla quarta copertina scopro che è una raccolta dei testi comparsi sul Village Voice negli anni ‘70 sulla scena artistica newyorchese. E pure fica. Scopro che questa Jill Johnston è una proprio cazzuta. Scriveva piccole recensioni di mostre e spettacoli d’avanguardia in uno stile totalmente personale. Nel 1969 si ritrovarono a discutere dei suoi scritti Charlotte Moorman (vi ricordate la tipa che suonava il televisore a mò di violino con Nam Jun Paik? è lei), Andy Warhol, Ultra Violet, John De Menil e David Bourdon. “La disintegrazione del criticismo”, il titolo del convegno. “I’ll take a plot of level territory and stake out a claim to lie down on it and criticize the constellations if that’s what I happen to be looking at. I also stake out a claim to be an artist...” scriveva Jill. Forse una delle definizioni più poetiche per descrivere un critico d’arte. E non solo.
Break revival con “Common People”. Pulp. Uno dei miei gruppi preferiti.

5.51 dopo

“She studied sculpture at Saint Martin’s College, that’s where I caught her eye. She told me that her Dad was loaded. I said in that case I’ll have a rum and coke-cola. She said fine and in thirty seconds time she said, I want to live like common people”.
E ora una piccola lista di cose che, negli ultimi 50 anni, sono stati considerate estremamente sovversive: fumare, capelli lunghi per gli uomini, capelli corti per le donne, barba, minigonna, bikini, eroina, musica jazz, musica rock, musica punk, musica reggae, musica rap, tatuaggi, peli sotto le ascelle, graffiti, surf, scooters, piercings, cravatte sottili, topless, omosessualità, marijuana, vestiti strappati, gel, afros, controllo delle nascite, postmoderno, verdure organiche, stivali militari, sesso interazziale. Ecco, adesso tutte le cose sopra elencate le potete trovare in qualsiasi video di Britney Spears (con l’eccezione, forse, dei peli sotto le ascelle e verdure organiche). Capito amici “alternativi”? Avete bisogno di nuova linfa, trovare qualcosa di più estremo perchè voi siete radicali quanto Britney e Christina Aguilera! O accettate la situazione, o voi ribelli dovete trovare qualcosa di nuovo, uno stile estremo tale da non essere assorbito dalle masse. Siete alla ricerca di una carta cosi alta a cui nessuno potrà mai replicare. Cercate una controcultura che non possa essere mai cooptata dalla massa. Purtoppo non c’è speranza. Spero almeno non vi ritroverete a quarant’anni a girare per la mostra con la guida all’orecchio a sentire le stronzate di uno che tenta di spiegarvi il genio nascosto di Cezanne. Spero di non trovarvi a fare commenti sulla stessa mostra con vostra moglie accanto e poi vantarvi della vostra uscita culturale con gli amici il sabato sera a cena. Vi prego. Almeno voi.

3.43 dopo

Questo era l’ultimo pezzo. “They Took A Vote and Said No” dei Sunset Rubdown. “Tutti quelli che hanno peccato senza la legge, periranno anche senza la legge; quanti invece hanno peccato sotto la legge, saranno giudicati con la legge. Perché non coloro che ascoltano la legge sono giusti davanti a Dio, ma quelli che mettono in pratica la legge saranno giustificati”. Cari ragazzi. Il tempo di oggi è finito. L’appuntamento è a domani. A meno che qualche stronzo non mi investa uscendo dallo studio come succede all’inizio dei fumetti sui discjockey. Vi saluto spinners. Ah, dimenticavo. Stasera non ho improvvisato. Ho voluto fare un esperimento e ho letto passo per passo il testo di un mio amico. Si chiama Luca Lo Pinto. Mi ha detto che lo pubblicherà su una rivista a giugno. Ha sempre delle idee del cazzo. Però è simpatico.