ADORNO E I MORTI VIVENTI

Francesco M.Russo

Ovvero: perché Romero della Scuola di Francoforte è l'erede vero

Nel 1969 moriva Theodor Wiesengrund Adorno. Un anno prima, sugli schermi cinematografici, una turba di piccolo-borghesi yankee era tornata dalla morte sottoforma di cadaveri deambulanti, non meno lividi del bianco e nero che li ritraeva, per andarsene in giro nel New England a divorare altri piccolo-borghesi yankee. Non so se l’insigne filosofo tedesco, prima di passare a miglior di vita, abbia avuto il tempo di visionare La notte dei morti viventi, lungometraggio d’esordio di George A. Romero, l’inventore dello zombie movie moderno. Perché gli sarebbe piaciuto un bel po’. Niente come i film di zombie assolve infatti alla funzione sociale che, secondo Adorno, l’arte avrebbe dovuto ricoprire nel secolo scorso (non so voi, ma io non mi sono ancora abituato a chiamare il ventesimo secolo “scorso”). E nessuna pellicola esprime “la soggettività repressa, la sofferenza per la mancanza di verità e la verità sulla mostruosità dominante” (Parva Aesthetica) come La notte dei morti viventi.
L’influenza della scuola di Francoforte andrà ad affievolirsi nei due successivi capitoli della quadrilogia romeriana sui morti viventi, che guarderanno a riferimenti teorici nettamente differenti. Se Zombi (Dawn of the dead, 1979) contiene decisi rigurgiti di strutturalismo (con i cari estinti che confluiscono in massa nel centro commerciale dove si è barricato uno sparuto gruppo di sopravvissuti, in virtù della coazione a ripetere ciò che facevano in vita), Il giorno degli zombi (Day of the dead, 1985) risente in maniera piuttosto marcata della temperie post-strutturalista di metà anni ’70. I militari che in questo film tiranneggiano una piccola comunità asserragliata in un bunker, mentre il mondo esterno è oramai completamente invaso da un esercito di famelici revenants, esprimono di fatto il rovesciamento della teoria marxista del potere attuato da Foucault in Sorvegliare e punire. La forza bruta, che sia esercitata da un silos di steroidi in uniform, piuttosto che dai morti viventi che ne faranno polpette alla fine del secondo tempo, ritorna dunque struttura, nucleo dinamico dell’agire umano.
Bisognerà attendere vent’anni perché Romero giri un altro capitolo della saga che lo ha reso celebre. Nel frattempo i processi di globalizzazione economica hanno consentito al materialismo storico di recuperare parte della propria funzionalità euristica. L’opera del cineasta di Pittsburgh tornerà quindi a risentire potentemente del lascito della teoria critica (non solo Adorno, ma anche Horkheimer e, soprattutto, Marcuse), che nel marxismo aveva una delle sue principali matrici. Lo scenario de La terra dei morti viventi (Land of the dead, 2005) è una città fortificata dove i superstiti si illudono di poter continuare a condurre un’esistenza normale, sforzandosi di non preoccuparsi eccessivamente della moltitudine di cannibali in decomposizione che si aggira nel circondario. Dall’alto del Fiddler’s Green, il grattacielo sede dell’elite cittadina, Kaufmann, un più che mai viscido Dennis Hopper, esercita un potere dispotico e incontrastato. Potere al quale si oppongono da una parte un piccolo gruppo di ribelli che vive di razzie e di mercato nero, dall’altra gli stessi zombi, che troveranno il proprio leader carismatico nella figura di Big Daddy, un defunto ex benzinaio di colore. Sarà lui a guidare l’assalto finale dei morti viventi, i quali hanno intanto recuperato alcune elementari capacità di ragionamento e di organizzazione sociale. Che Romero abbia così voluto mettere su celluloide gli scenari evocati da Marcuse nel suo Controrivoluzione e rivolta appare talmente evidente da risultare indiscutibile. I ribelli e gli zombi incarnano infatti le due macrocategorie nelle quali l’autore de L’uomo a una dimensione suddivideva i soggetti rivoluzionari, in grado di abbattere il Sistema repressivo originato da quel capitalismo industriale di cui il Fiddler’s Green è simulacro. I primi rappresentano i gruppi del dissenso dei paesi avanzati, i secondi i dannati del terzo mondo, vittime del progressivo annullamento delle specificità identitarie che, della globalizzazione, è forse la più funesta conseguenza. Perché i vivi hanno finito per non riconoscere nemmeno i morti come tali. Li chiamano “gli appestati”, una negazione ontologica presente, peraltro, anche ne L’alba dei morti viventi, il remake di Dawn of the dead girato da Zack Snyder nel 2004, dove la parola “zombi” non viene mai pronunciata, e alle salme carnivore vengono affibbiati epiteti più o meno coloriti, che vanno da “quei fottuti bastardi” a “quei maledetti figli di puttana”, a seconda del grado di concitazione dell’intreccio. Nel film di Romero a dire pane al pane e zombi allo zombi è sintomaticamente il solo Kaufmann (“sono zombi… Mi terrorizzano”). Egli è al vertice del Sistema, ed è pertanto l’unico ad essere conscio delle implicazioni di tale deprivazione semantica.
Le scene ambientate all’interno della città sono una rappresentazione formidabile della società amministrata che, secondo la scuola di Francoforte, è stata l’inevitabile sbocco della civiltà tecnologica. All’ombra del Fiddler’s Green la burocratizzazione degli spazi vitali è totale. “Tutto quello che bevi, ti fai, ti scopi appartiene a Kaufmann” afferma a un certo punto Slack, la conturbante peripatetica a cui dà corpo Asia Argento. Anche qua si ritorna a Marcuse. La soddisfazione delle pulsioni è etero-diretta, e non è un caso se, espugnate le fortificazioni, le prime vittime degli zombi saranno due lesbiche, sorprese durante un convegno amoroso. I comportamenti sessuali considerati devianti non riescono più a costituire rottura. Anch’essi vengono fagocitati da un edonismo drogato e funzionale al mantenimento dell’ordine, all’indisturbato perpetrarsi del ciclo produttivo. Il mondo amministrato. Dove, secondo la dicotomia elaborata da Horkheimer in Eclisse della ragione, la ragione oggettiva dei fini ultimi non può che soccombere alla ragione soggettiva dell’efficienza dei mezzi, unico criterio direttivo della civiltà industriale. Ma è nella sua indifferenza etica che la legge di Kaufmann finirà per rivelare la sua mancanza di senso. I ribelli si emanciperanno dall’alienazione, sottoponendo a critica le gratificazioni offerte dal Sistema (“Certo che una volta lo facevano sembrare fico”). E le proteste di Kaufman inseguito dagli zombi (“Non ne avete il diritto!”) appariranno patetiche e svuotate di ogni significato. I morti viventi forse non arrivano a restaurare il dominio della ragione oggettiva. Ma riscoprono la legge naturale, recuperando le competenze motorie legate ai rapporti di causa ed effetto. Esemplare, al proposito, la sequenza in cui Big Daddy mostra ad un altro zombi come abbattere un portone a colpi di mannaia.
Il sanguinoso redde rationem finale è il punto dove appare più esplicita l’inequivocabile influenza che la lettura di Controrivoluzione e rivolta ha esercitato su Romero. La saldatura dei due fronti rivoluzionari costituiti dagli zombi e dai ribelli avviene in due fasi. La prima è l’assunzione di una coscienza di classe da parte dei morti viventi all’atto di recuperare parte della loro umanità (“Stanno cercando di essere come noi”/ “Erano come noi e stanno tornando ad esserlo” è lo scambio di battute tra due personaggi all’inizio della pellicola). C’è una scena di commovente icasticità nella quale Big Daddy schiaccia la testa, ancora rantolante, di uno zombi smembrato per porre fine ai suoi patimenti. Dalla consapevolezza della comune sofferenza parte la disalienazione degli oppressi. La seconda fase è quella più compiutamente marcusiana, ovvero lo schieramento simultaneo delle forze antisistema. Nel film ciò avviene attraverso la compenetrazione dei due fronti, nella sequenza in cui Cholo, il “terrorista” portoricano interpretato da John Leguizamo, viene morso da un morto vivente e, una volta zombizzato, va ad uccidere Kaufmann, mentre la città viene invasa dal putrescente esercito degli appestati. È infatti solo a questo punto che il Sistema viene definitivamente abbattuto, lasciando che sui corpi semidivorati degli ex vivi sorga fulgido il sole dell’utopia. Caduto il Fiddler’s Green, la società di classe si disgrega, e con essa le conflittualità che la laceravano. Al termine della carneficina antropofaga i ribelli superstiti, a bordo del blindato Dead Reckoning, assistono alla silenziosa marcia dei morti viventi fuori dalle macerie della città. Gli sguardi di Big Daddy e di Riley, il capo dei rivoluzionari, si incontrano. Un’ “immagine anticipatrice di riconciliazione” che Adorno avrebbe sicuramente eletto a paradigma della propria estetica. La bionda nocchiera del Dead Reckoning, diretto verso il Canada, sta per aprire il fuoco sugli zombi. “Non farlo – la blocca Riley – stanno solo cercando un posto dove andare, proprio come noi”.