IL SOGNO DI RAYMOND SCOTT

Valerio Mannucci

Di recente - in modo molto casuale - rovistando on-line mi è capitato di leggere che Raymond Scott (1908-1994) aveva un sogno: quello di inventare un apparecchio in grado di trasferire la musica dal cervello del musicista direttamente a quello degli ascoltatori. Un sogno normalissimo, in fondo chiunque abbia avuto a che fare con uno strumento musicale potrebbe averne uno simile. Però una serie di conseguenze secondarie mi ha portato a fare i conti con un modo di pensare la musica. Quel sogno potrebbe essere il fine verso cui tendeva tutta l’attività di Raymond Scott e di conseguenza (nel suo apparirmi logico e sequenziale) potrebbe essere il simbolo di uno dei tanti possibili rapporti fra musica e tecnologia.
Scott era infatti un musicista, ma soprattutto era un ingegnere elettronico. Bob Moog - l’inventore del più famoso e imitato synth di sempre - si ricorda di Raymond Scott come di un uomo molto ispirato, un vero e proprio maestro che non si poneva limiti, uno di quegli ingegneri-inventori che rincorrono delle tappe ideali, dei punti limite a cui tendere anche se non si è convinti di potervi arrivare.
Se guardassimo quindi quel suo sogno in senso estetico e lo vedessimo come un fine ultimo, accettando l’idea di uno strumento che, una volta prelevata la musica dal cervello del musicista, la ponga a quello dell’ascoltatore, dovremmo forse ammettere che l’esecuzione musicale (come comunemente la intendiamo) per Scott si ritrovava ad essere solo un tramite per ‘passarsi’ una sostanza (mentale) indefinita.
Da una parte abbiamo dunque l’idea di una musica al grado zero, immateriale, informe e pre-codificata, dall’altra la ricerca tesa alla creazione di un apparecchio elettronico in grado di trasmettere questa sostanza.
Come jazzista Raymond Scott fu famoso, negli anni trenta e quaranta, per il suo modo dissacrante di fare swing, ma soprattutto per l’opposizione che gli fecero i puristi del genere nei confronti del suo metodo di composizione e d’esecuzione. Come ricorda uno dei membri della band “..Raymond si sedeva al piano, suonava una frase di qualcosa, e diceva: Dave, tu suoni questo, Pete, tu fai quest’altro. Così veniva costruito ogni pezzo..”. Ogni frase era quindi imparata a memoria e doveva essere eseguita esattamente come lui l’aveva immaginata, senza partiture scritte; agli occhi dei più tradizionalisti la libertà espressiva era cancellata insieme all’improvvisazione.
In realtà tutto questo derivava dalla convinzione di Scott secondo la quale l’esecuzione musicale, in particolare quella del jazz (ma il discorso valeva per gran parte della musica contemporanea), fosse incastrata in una serie di figure e di cliché che dovevano essere eliminati. Ogni musicista era in qualche modo condizionato da questi fattori al momento dell’improvvisazione e la soluzione migliore era quella di eliminare il problema alla radice: nessuna libertà per gli esecutori. C’ è in tutto questo una chiara idea di fondo (la stessa che ritorna di continuo se teniamo presente il sogno a cui tendeva la ricerca di Raymond) di cui questa potrebbe essere la prima applicazione pratica: usare gli strumentisti come degli strumenti per far passare il più limpidamente possibile l’idea musicale dalla sua testa alle orecchie degli ascoltatori.
Nel frattempo, parallelamente all’attività di musicista jazz, sin dagli anni ‘40 Scott aveva ideato una serie di strumenti elettronici incredibili per l’epoca, fra tutti l’Electronium, uno dei primi casi di intelligenza artificiale applicata alla musica. Non era un semplice nonno dei sintetizzatori moderni (anche se visivamente assomigliava alla cabina di comando di un’astronave dei film anni ’50) perché funzionava secondo un procedimento del tutto particolare: Raymond gli chiedeva di inventare una frase musicale e l’Electronium gli ne proponeva una, poi un’altra, poi un’altra ancora, finché Scott non poteva ritenersi soddisfatto. A quel punto proseguiva con la composizione, unendo e sovrapponendo le frasi e le melodie che l’apparecchio componeva indipendentemente. Alla fine ne usciva un ibrido, per metà pensato artificialmente e per metà dall’uomo. Eliminando buona parte della composizione a favore di un inventore-esecutore non umano, vale a dire la macchina, Raymond Scott dava sostanza al suono, all’esecuzione, alla loro presenza concreta e indipendente. In questo modo Scott senza forse neanche accorgersene isolava la musica nella sua essenza più pura e quindi più vicina ad un’idea di realtà astratta ed immateriale (quale appunto si produrrebbe nella testa di un musicista). Ma allo stesso tempo dimostrava esplicitamente che la musica si crea da sola e ci si propone, che non siamo noi ad inventarla ma che il nostro rapporto con la musica è sostanzialmente una reazione-azione.
A fine anni cinquanta Scott si mise a lavorare ad un progetto in collaborazione con il Gesell Institute for Child Development, facendo uscire, nel ’62, con il nome di ‘Soothing Sound For Babies”, una serie di tre Lp di musica che doveva essere “un giocattolo acustico per bambini che si trovano nei periodi dell’allattamento o della dentizione e per i momenti in cui i piccoli giocano, dormono o sono irrequieti”. Anche questa volta Scott voleva agire sulla psiche umana in termini puramente musicali. In questo caso, come forse in nessun altro, la musica diventava per lui un mezzo funzionale, un ‘giocattolo’ attraverso il quale arrivare alla sostanza mentale vergine dei bambini. La sua musica voleva sollecitare la psiche dell’uomo, quasi fosse una scossa della corteccia celebrale.
Quindi l’idea di una corrispondenza diretta e pre-linguistica fra musica e materia mentale ritorna, ma rimane sempre potenziale, come un punto al quale tendere senza possibilità di vederlo. Il limite di una visione del genere è proprio quello con cui ha fatto i conti Raymond Scott mentre percorreva la sua strada: quello di pensare che esiste una materia musicale nella mente dell’uomo prima che la materia vibri, senza pensare che forse è la materia musicale concreta ed ogni volta applicata, quella più fisica e concreta che esiste, (seppur elettronica o digitale) che fa appoggiare a se stessa la mente - e non viceversa.

(01/4)