NULLA DI CHE

Francesco Farabegoli

Possibile possibilità di messa in scena di uno spettacolo musicale vagamente variopinto dopo l'avvento di Julian Casablancas

Una volta la caccia al nuovo fenomeno del rock era molto più semplice. Dopo il suicidio di Cobain si è andati alla ricerca dei Nuovi Nirvana per almeno un lustro, nel senso di non aspettare null’altro che un nuovo profeta della blank generation. In seguito le cose si sono dovute piegare ad un corso della storia che ha fatto proseliti e/o vittime illustri e ha cambiato il modo di percepire la musica stessa (così come è stato cambiato da questa mutata percezione, difficile lavorare su casi uovo-gallina del genere). Postrock, nu-metal, IDM eccetera. Sembrava che tutto il sistema fosse minato alle fondamenta e che l’unico quesito fosse chi avrebbe premuto il bottone rosso per primo. E poi è andata come doveva, cioè come la guerra fredda. Non è successo niente e siamo ancora lì a farci passare la fifa.

Il post-2000 ha assunto la conformazione di era del ripescaggio calligrafico (ogni decade ha le sue caratteristiche, nel rock) e si è ricominciato a ragionare secondo criteri che forse stavano passando di moda o che comunque stavano cedendo il passo ad una poetica globale molto più complessa. Da un punto di vista puramente comunicativo è quasi indifferente riferirsi al ritorno di un format Television assolutamente posticcio (quasi esaltante nella sua artefazione) come quello di The Strokes piuttosto che al revival baggy di un Kasabian o The Music qualsiasi. Il punto è, in entrambi i casi, continuare a rimanere in giro e a recuperare epoche con questa ossessiva attitudine da ricalcatori, un po’ quello che succede con il recupero cheap di un Saville delle copertine “post rock” di fine ’90 ma in maniera molto più “totale”.
Abbastanza interessante, al fine del discorso che andiamo ad introdurre, è il fatto che l’attitudine dicotomica del sempiterno conflitto vero VS falso (la si potrebbe considerare un’idea futile, ma in molti abbiamo amato Bowie e i Pistols) ha ripreso a funzionare come nei momenti di nascita del rock come fenomeno di costume; ma non più legata ad una scelta di campo globale quanto ad un conflitto interiore. Quello che si è totalmente smarrito è ad esempio una dimensione musicale strettamente legata alla politica, cosa sintomatica dei riferimenti baudrillardiani del mondo musicale odierno, nel senso che preferibilmente non se ne parla oppure se ne parla in relazione a tematiche già sviscerate e con un linguaggio ben definito. Presente Damaged o Fresh Fruit for Rotting Vegetables? Ecco. Il mondo del rock attuale ha finito pure di cantare il disincanto ed ha deciso di ricantare tutto dall’inizio seguendo il punto di vista di qualcuno che ha già letto tutto. Tanto per fare un esempio.

Pura e semplice storiografia sperimentale da laboratorio: come cercare di riscrivere la storia daccapo sapendo più o meno come dovrebbe o vorrebbe andare a finire, fermarsi un attimo prima del collasso temporale ed avanzare di un grado/generazione per complessificare e differenziare la messinscena. A livello di grammatica non è dissimile da quel che è successo con il crossover, dai primi elementi giustapposti alla nascita di un vero e proprio genere che finisce con il collassare all’interno di grammatiche che ne denotano un evidente limite nonché la sostanziale infedeltà allo spirito originario di commistione. Il punto di tutto quanto è ammettere che la possibilità di uno scontro futuro su sistemi comunicativi in evidente disaccordo formale sarà sempre evitata dalla capacità dei singoli di decontestualizzare; e in seguito comprendere che questo stesso moto di decontestualizzazione (che per certi versi si risolve nel semplice aumento della complessità, incrementare le commistioni di un grado e lavorare di aggiunta e sottrazione fino a che non si ottiene qualcosa che non è ben chiaro. E da lì partire con altri discorsi). In realtà il punto dell’evoluzione musicale post-Y2K non è affatto sfuggente o difficile: molto semplicemente si è guardato al lavoro di una serie di individui all’interno del rock e, prendendo atto dell’impossibilità di rifondare tutto dall’inizio, si è almeno provato a riscrivere o (quantomeno) rileggere la storia ad uso e consumo delle nuove generazioni, travestendola di nuovo e provando a ripartire senza tener conto degli esempi nefasti di chiunque potesse essere il “nemico” contingente. Ma quel che si è ottenuto è ben al di là delle più rosee aspettative dei pochi autentici teorici del revival, e supera anche le visioni della storia come un unico flusso di concatenazioni progressive.
Andando a stanare una serie di bands che potessero conformarsi ad un discorso di ricostruzione dei canoni originali, a volte creandone di nuovissime, i demiurghi di questa restaurazione hanno messo in moto un processo di rinnovamento culturale che ha rimesso in moto lo star system del rock ma lo ha mischiato con l’ansia tentacolare di democratizzazione della musica che deriva dalla rivoluzione digitale. Da una parte, insomma, si creavano perfetti mostri del revival; dall’altra l’occhio attento dei singoli utenti, sempre meno isolati e più attivi all’interno del sistema orizzontale di forums e simili (che determina oggigiorno il successo di una singola proposta, seppure spesso controllabile e programmato per qualche legge dei grandi numeri) registrava i singoli casi in cui il discorso dei “mostri” trovava già un’implementazione pratica e procedeva alla stesura di una storia non ufficiale e un po’ meno incentrata sui grandi numeri. Nel frattempo il Napster di turno girava e faceva incetta di nuove pubblicazioni.
Da questo punto di vista è evidente quanto un’etichetta come Soul Jazz venga incontro alle esigenze di “terzomondismo da ossessi” della cultura musicale in un tempo che è quello odierno, assemblando compilations trasversali di imprendibili grooves new-wave brasiliani dietro all’ultimo assembramento di glitch-hop, e via di questo passo. Si tratta di accaparrarsi il copyright del “non ancora sentito” senza dover sempre e solo andare avanti nel tempo, giacchè –appunto- questa è l’epoca del recupero. Ultimamente è ben visibile, ad esempio nel campo del noise, un fenomeno di overstatement cronologicamente ridicolo: lo sdoganamento di gruppi che fino a cinque giorni fa se ne stavano in giro con un furgoncino distrutto a suonare in posti dimenticati da dio, con in mano un pugno di canzoni in bassissima fedeltà che sembravano scritte dal nipote catatonico di Iggy Pop. Prendiamo il caso di Hammerhead, che probabilmente ha venduto qualcosa come quindicimila copie del suo disco di maggior successo: un gruppo come Todd gode attualmente della stima degli addetti ai lavori in quanto creatura di un tizio che ha suonato la chitarra per Hammerhead in un tour di tre mesi pre-scioglimento. Non si tiene nemmeno in considerazione la possibilità di risarcire criticamente il gruppo, perché è già stato decretato membro della R&R Hall Of Fame del nuovo regno digitale (il che non frutta molti soldi, ma tant’è). Strano, ma solo se si pensa al fatto in sé e non assorbito dal contesto, ma non è altro che l’ennesimo tentativo (riuscito, in fin dei conti) di riscrivere la storia da zero.
Non è ben chiaro invece a che pro tutto questo succeda, né quali saranno i risultati della messa in opera di questo genere di questioni. È possibile invece individuare nuove tendenze critiche che determinano un paio di vincitori a breve termine nella classifica dei Nuovi Nomi Caldi. Ed è sicuro che le più recenti tendenze dialettiche hanno fatto sì che il nuovo mondo musicale si assestasse sui canoni di questa aurea mediocritas, con una serie di nuovissimi media che spingono lo status quo il più possibile.
Prendiamo ad esempio il caso di Pitchforkmedia, fondamentalmente una classicissima webzine composta di giornalisti per caso e passata per un paio di mosse giuste allo status di Sturm und Drang della musica odierna. Dal punto di vista storico, si tratta semplicemente di un portale che ha sempre e solo incrementato accessi con un atteggiamento completista e piuttosto cheap, anche molto indulgente. Dacchè sono diventati il numero uno, si permettono di deviare il gusto delle moltitudini nell’una o nell’altra direzione prendendosi gioco di diversi titoli “caldi” e spingendo bands nuove di zecca in cima all’empireo del postrock (vedere ad esempio i casi Arcade Fire, Clap Your Hands Say Yeah o Architecture in Helsinki), con un’incidenza sulle cifre di vendita che ha dell’incredibile. Pitchfork è una delle più influenze guide alla staticità musicale di questi anni, in ogni caso. Il suo genere preferito, vale a dire questa sorta di indierock caramelloso/fricchettone da cerebrolesi con tendenze progressive, è probabilmente il vero spartiacque generazionale del nostro tempo, e la summa di tutti i discorsi sul riciclaggio che ci interessi fare da queste parti. È il sistema comunicativo di nuovi media come Pitchfork a decretare la perpetuazione di uno status quo come quello presente, al giorno d’oggi: una sorta di abuso–non abuso di posizione dominante che non solo rende Pitchfork perfetta per il nostro mondo, ma che continua a condizionare il mondo in modo da renderlo perfetto per Pitchfork.
Non è dunque all’interno dei circoli più o meno indie-mainstream che possiamo trovare una scappatoia, o un semplice squarcio sul futuro. Ma dove altro? Rimaniamo con gli occhi aperti mattina e sera ma non ci sembrano possibili opzioni di rilievo. Per ora continuiamo a ciucciarcela, il resto lo rimandiamo.