PROFANATIO

Giordano Simoncini

Ti faccio vedere come apre un italiano.

Un Carmelo Bene particolarmente su di giri, nel contesto del memorabile Uno Contro Tutti - Costanzo Show del 1994, protendeva il collo, bava agli angoli della bocca, e gridava agli astanti “Qui dentro c’è troppa puzza di Dio!”. Dio, una delle cose con cui voleva farla finita C.B.

Senza nulla togliere al Genio, quest’ ultimo, nel di lui perpetuo fremito, sbagliava. Eh già: perché di Dio, tra le maglie delle vicissitudini della civiltà cristiana, non è rimasto sentore alcuno. Di Dio, oggi, per noialtri, non ce n’è. Questa cosa bisogna comprenderla una volta per sempre; e quel lezzo osceno che fastidiava tanto il Sommo Artista, assai probabilmente, faceva piuttosto capo alla Chiesa Romana. Ma la Chiesa Romana è quella cosa tra tutte che meno ha a che fare con Dio.

Ti faccio vedere come fa le digressioni un italiano.

Prima di ogni Dio era il Sacro, da “sacer”, “separato”. Ciò che era separato era, negli intendimenti della culla della civiltà occidentale, l’indifferenziato: ciò che non rispetta le distinzioni, il Tutto indeterminato e pertanto irrazionale, nella misura in cui la ragione sola, scaturita una volta per sempre dal principio primo (quello di non contraddizione), si pronuncia nei termini di “se una cosa è tale, è impossibile che sia al contempo tale altra”. La follia, che confonde il senso comune delle cose, faceva di un uomo un oracolo, separato dalla communitas. Pertanto, da un lato la ragione, alla quale corrispondono i fatti del mondo, spiegabili e concatenati; dall’altra le passioni, la follia, l’estasi, l’Assolutamente Altro, l’incomprensibile. La cesura tra le due cose si configura come religione, medesimo etimo di relegare: religione è ciò che relega il Sacro all’interno del Tempio, al fine di tenere lontano dal mondo lo scompiglio, il disordine e la violenza che del Sacro sono costitutivi. Così, agli Dei delle civiltà originarie non si facevano affatto sacrifici propiziatori: il rito era invece profondamente religioso, teso cioè ad allontanare il Sacro dalle vicende umane. Avere le divinità tra i piedi, per i Greci, per i Romani, era una mesta sventura: guerra (cosa sacrale poiché violenta), sconvolgimenti, passioni insane, che altro non sono se non quanto la tragedia greca, calligraficamente, rappresenta.

Non di meno, il Dio del più antico monoteismo propriamente inteso è ancora tutt’uno col Sacro. Il suo albero è al contempo del Bene e del Male. La sua immagine non esiste, non esistendo immagine che rappresenti contemporaneamente sé stessa ed il suo contrario. Conformemente alla corretta interpretazione del Comandamento, il nome di Dio è nominato “invano”, poiché non di un nome si tratta, ma di ogni nome, essendo Dio uomo e donna e bambino ed animale e fuoco ed aria e cielo; pertanto, ciò che Dio dice a Mosè è che non lo si può nominare se non invano. Si tratta di una constatazione. Il medesimo Dio, comandato agli uomini di non uccidere, richiede poi ad un uomo il sacrificio della propria prole, contraddicendosi; perché la contraddittorietà assoluta è la sua specifica essenza. Fuggendo ogni rappresentazione, Dio è ciò con cui non è dato all’uomo di mercanteggiare, non esistendo per Dio preghiera adeguata, questa poichè formulata entro gli argini del linguaggio che è ragione, quello perché al di sopra di ogni differenza e di ogni comprensione. Ed è questo, originariamente, Dio; di ciò si parla quando si parla dell’immagine di Dio che ogni occidentale (al paio con ogni islamico) più profondamente condivide.

Tutt’altra cosa il Dio cristiano. Essendo suo figlio ad immagine del padre, il padre, per trasposto, ha identità, se non addirittura fisionomia. Non bastasse, il Dio cristiano è solo Bene. A divenire Male (e soltanto Male!) è il Sacro nella sua interezza, cioè il Diavolo; egli è più antico del Dio cristiano, coincidendo iconograficamente con Pan, e diabolica è la sua natura, letto l’aggettivo “diabolico” nel verbo greco ??? - ???????, “dividere”, “porre le cose le une contro le altre” in maniera – per l’appunto – sacrale. Col cristianesimo, dunque, il Sacro della cultura classica è tutto il Male d’ un colpo solo. Ad esser Bene rimane soltanto Dio, di concerto con il suo Pantheon: la Madonna, Padre Pio ed i Santi in genere, tutti passati per questo mondo; ogni barlume di sacralità è spento, annullato. Nelle Chiese cristiane, non a caso etimologicamente “comunità” e non affatto Templi, sebbene si tratti comunque di edifici a finalità cultuale, è divenuto possibile chiedere favori ad un Dio che risponde ovvero addirittura interagisce. Dio come fosse un call center. Dio che non ha nulla di divino – nel cristianesimo non c’è Dio, malgrado gli immani ed affascinanti sforzi speculativi della patristica, della filosofia medioevale, della teologia contemporanea.

Ti faccio vedere come tira avanti un italiano.

Nella struttura di senso del Sacro degli antichi, profanare voleva dire riportare ciò che è sacro all’universo della ragione, il “pro fanum”, spazio antistante il Tempio, fuori da esso, sineddoche per il “mondo”. La pura possibilità della profanazione intesa come ripartizione tra quanto destinato al Sacro e quanto al Profano è dischiusa dai primi sacrifici: agli dei talune parti dell’animale (solitamente cuore, polmoni, fegato), agli umani il resto. A sancire la riduzione della sacralità a favore del terreno è però da subito stato un uso improprio del sacro, configuratosi nelle più disparate maniere, dal semplice contatto fisico all’abuso dell’oggetto piuttosto che all’invasione materiale dei reconditi recessi del Tempio. Profanazione, quindi, è innanzitutto il ritorno alla disponibilità dell’uomo di qualcosa che è stato precedentemente alienato; riappropriazione; emancipazione; per certi versi, liberazione. Ferma l’idea di profanatio in senso forte, inoltre, col tempo le si è andata affiancando un’altra, ulteriore idea, di senso debole, poi battezzata gioco: il girotondo, in origine un rito matrimoniale, il pallone, simbolo della contesa degli Dei per il possesso del Sole, trottola e scacchiera, originariamente strumenti di divinazione; tutte forme di profanazione mite, “stemperata”, tollerabile poiché richiamata per certi versi al sacro da miriadi di interconnessioni simboliche. Ciononostante, anch’essa capace di restituire all’uomo una seppur minima parte di felicità ovvero anche gioia, già sacrificata al timore dell’ultraterreno.

In una sua recente pubblicazione, Giorgio Agamben ha consegnato alla carta il più smaliziato, ed al contempo conciso ed efficace elogio della profanazione che io conosca. Stante la profanazione in stretto contatto con la libertà, la quale ancora, per antonomasia, va a braccetto con la felicità, ciò che lo studioso si propone e propone a chi legge è di portare avanti la profanazione in maniera organica (vale a dire, in ambito non unicamente religioso) e su entrambi i versanti, quello del gioco e quello, “forte”, della completa riappropriazione, che è una faccenda politica.

Per prima cosa, a detta di Agamben, l’uomo non è più in grado di giocare – lì dove per gioco è da rappresentarsi in primo luogo quello del bambino, che trasforma un’arma, piuttosto che delle monete, in negligenza nei riguardi del loro contesto specifico (la guerra, l’economia), facendone uso puro, finalizzato al proprio piacere. Mediante i giochi, che sono tanto uso improprio di oggetti quanto azioni deprivate del loro fine tipico e ridirezionate al puro e semplice godimento, l’uomo avrebbe facoltà di strappar via stralci di vita autentica dal proprio istato di deiezione; ed invece egli, giocando, intende piuttosto percorrere il sentiero a ritroso, tentando di riavvicinarsi ad una perduta dimensione religiosa. Nelle feste, nelle lezioni di tango e nei giochi televisivi sarebbe dunque malcelata un’ intenzione sacrale, che mal si attaglia al carattere intrinsecamente profanatorio del gioco, e che anzi finisce col disinnescarne l’intero dispositivo, facendone nullo il potere liberatorio.

In secondo luogo – e questo è il punto più interessante – Agamben propugna il recupero totale della valenza politica del profanare, distinguendo in maniera efficacissima tra secolarizzazione e profanazione: “Entrambe sono operazioni politiche: ma la prima ha a che fare con l’esercizio del potere, che garantisce riportandolo ad un modello sacro; la seconda disattiva i dispositivi del potere e restituisce all’uso comune gli spazi che esso aveva confiscato”. La secolarizzazione rimuove dal sacro e consegna al profano consentendo al rimosso di mantenere la propria valenza; la profanazione solleva, toglie e rende disponibile ciò che non lo era affatto.

Ti faccio vedere come tira le somme un italiano.

Il problema che si staglia oggi all’orizzonte, senza doverci girare troppo attorno, è che però, posto il cristianesimo, non c’è più nulla da profanare. Ciò va detto per rabbuiata constatazione, non di certo secondando chissà quale presunto gusto del paradosso. Con il cristianesimo la divisione tra sacro e profano, semplicemente, cessa di esistere. Pertanto, il cristianesimo non è neppure una religione. La forma stessa del sacrificio originario compone la dicotomia, dacché il capro espiatorio che si sacrifica a Dio lo fa per volontà stessa di Dio, ed è suo figlio che è Dio a propria volta; e sempre Dio si impossessa del corpus sacrificale nella sua interezza, polmoni, cuore, fegato, capelli, unghie, occhi, collo, nervi. Al terreno rimane la Sindone!, capito che affare. Per il cristianesimo nulla più è sacro, come è stato mostrato in precedenza, se non il Male; il quale Male, però, non è affatto struttura del divino; e ciò che è mondano / terreno / tecnico, per converso, è costantemente presente nell’agenda della Voce Sacra di San Pietro, la quale, dogma esige, corrisponde grossomodo alla presunta e presuntamente “chiara” volontà di Dio. Pertanto, l’Altissimo Che E’ Nei Cieli finisce con l’occuparsi quotidianamente di cellule staminali, di unioni di fatto, dei Consultori, della carriera dei ginecologi nelle strutture sanitarie, di campagne elettorali, della masturbazione, della sodomia, dei libri di Dan Brown, degli scout, dei pellegrinaggi delle associazioni dei pensionati e via dicendo. Ecco il tono dei problemi di Dio; i quali, cruccio di un Dio, altro non possono essere se non sacri; pur rimanendo, palesemente, la quint’essenza del profano; un mirabolante cortocircuito. La professione di fede richiesta al cristiano, dunque, è professione di razionalità, sistematica, coerente, strutturata ed imposta. Un’obbedienza radicalmente terrena.

Un giorno bisognerà risistemare le carte sul tavolo. Andrà capito, una volta per tutte, che il “libera Chiesa in libero Stato” è stata null’altro che l’ennesima idea fallace di una dottrina politica stramorta e sepolta, dal momento che è ineluttabile che la Chiesa si occupi delle medesime cose di cui si occupa lo Stato, per il suo essere un centro di potere non essendo religione e non possedendo sacralità. Andrà altresì capito che la laicizzazione della politica è un assurdo filosofico, un abbaglio clamoroso, nella misura in cui la stessa Chiesa si fa sempre più laica di pari passo con l’avanzare della tecnica, al fine di “mantenersi in contatto col mondo” come secondo quanto autoimpostasi con il Concilio Vaticano II. Non è con il laicismo che si scalza il cristianesimo, non sarà il laicismo a scalzare l’islamismo quando questo arriverà al medesimo livello di sviluppo della Chiesa odierna.


La soluzione, una qualche soluzione, deve necessariamente passare per la profanazione. Ancora Agamben, quindi, a mo di chiosa: “La profanazione dell’improfanabile è il compito politico della generazione che viene”. La sua conclusione è anche la mia.