PARIS - DABAR

Edoardo Caruso

Un film da bere

Che cos’è un Paris-Dabar?
Immaginate 4 bar, 40 concorrenti, 48 bevute, 4 ore di gara, 1 vincitore, 1 premio; ecco state immaginando una Paris-Dabar, una vera e propria maratona alcolica.
Il film, il primo road-movie da bar a bar, è una delirante sfida all’ultimo bicchiere tra le strade del Pratello, quartiere popolare di Bologna, seguita e commentata in diretta dallo speaker di una radio locale: radio K.
L’idea nata tra oziose chiacchere da bar prende corpo grazie ad Osvaldo, gestore di uno dei 4 locali, nonchè “maratoneta” preparatissimo, che, insieme agli altri locandieri organizza la competizione con tanto di regolamento (e che regolamento...) e premio, un premio segreto: Luna, un trans di 40 anni oramai maturo e forse stanco di questa vita, che di notte parrucca in testa si prostituisce per sopravvivere.
Un gioco quindi, in cui le personalità dei protagonisti emergono proporzionalmente al numero dei bicchieri (uno ogni 5 minuti! Questi i ritmi della gara); metafora di un’intera esistenza la maratona ci offre l’opportunità di conoscere sogni, dolori e idee di personaggi come Trippo, un punk nichilista e distruttivo; Gabriella proprietaria di uno dei locali; Pappa, dj della vecchia generazione che nella vita sogna un luogo di pace; Zani, pompiere recluso a casa per malattia che decide di partecipare in solitaria (con un fiasco di vino bianco da 5 litri) dal divano di casa sua; Mario, giovane operaio che pensa alla gara come ad uno scontro tra titani; Rama, tifoso del Bologna e fidanzato con Letizia, perennemente in conflitto con Rama o con se stessa.
E’ un gioco anche per Luna, il premio, finalmente regina per una notte, forse giusta punizione per qualcuno.
Il regista Paolo Angelini riscrive la sceneggiatura, inizialmente il progetto era completamente diverso e si chiamava “La strada per Luna”, insieme a Guido Cristini (alias Trippo) coinvolgendo nella realizzazione numerosi giovani, principalmente studenti del DAMS e attraverso l’eliminazione degli impedimenti tecnici (lampade e tutto il resto) punta a favorire l’azione spontanea degli attori. Il risultato sono 70 ore di girato che Paolo Angelini ha magistralmente montato insieme a Michele D’Annattasio e da cui nasce uno stupendo road-movie di 90 minuti in cui realtà e finzione si intrecciano fino a sovrapporsi. Stupisce infatti sapere che dietro la dirompente e a volte brutale verità del film si cela una ricostruzione artificiale, un percorso voluto e costruito dal regista, nascosto tra litri di alcool e volti di personaggi di una Bologna off, persone normali come tante coinvolte in una gara che è solo un pretesto per un’analisi intelligente di una società forse facilmente paragonabile ad una ciucca colossale, una società in cui le domande molte volte rimangono prive di una risposta, in cui i sogni rimangono spesso ancorati ad una realtà deprimente, ma che comunque trova lo spazio per accogliere un’epopea goliardica come la Paris-dabar.
Gli attori, come in una canzone di Vinicio Capossela, cacciati in un girone dantesco tra gli inferi dei bar, fanno vivere i loro personaggi con una naturalezza quasi spiazzante privandosi di ogni pudore ed offrendo delle performance che ne hanno messo sicuramente a dura prova i fegati.
Il progetto, interamente realizzato in digitale nel 2000, trova un produttore che lo riversa su pellicola e ne organizza la distribuzione nel 2003, con tutti i problemi di merchandising che un film del genere può purtroppo comportare, e vince il premio come miglior film alla triennale di Milano.

(01/4)