OLAF NICOLAI

Luca Lo Pinto

Intervista

Il lavoro di Olaf Nicolai investiga i meccanismi e le contraddizioni alla base della produzione estetica e la relativa ricontestualizzazione come oggetto di consumo. Architettura, design, musica, cinema, filosofia, semiotica fungono da fonte di ispirazione e mezzi per l’artista che li rielabora inserendoli in contesti molto diversi dall’ ambito in cui sono nati. Utilizzandone gli stessi strumenti, Olaf Nicolai analizza e riflette sulle strategie del sistema tardo-capitalistico contemporaneo nella creazione di concetti come stile, gusto o estetica. Ha partecipato a numerose mostre a livello internazionale tra le quali: Documenta X (1997), Biennale di Venezia (1999), Biennale di Gwangiu (2002), Biennale di Berlino (1998).

I: partiamo dagli inizi. Che tipo di studi hai fatto? Ho letto che hai studiato semiologia, è vero?

O: non proprio, studiavo letteratura e linguistica. Ma lo studio era un sorta di melting pot tra teoria, linguaggio, semiotica e letteratura. È qualcosa che non esiste più. Eravamo solamente venticinque a seguire il corso. Stavo a Lipsia. Non ho studiato arte.

I: ..non hai studiato arte…

O: il sistema vuole che se sei interessato all’arte, hai molte opportunità per fare arte. Esistono delle scuole, finanziate da società, che chiedono agli artisti di tenere dei corsi dove puoi studiare arte da quando hai 10 anni e se sei interessato cominci ad apprendere tutte le tecniche fin da piccolo. E’ molto facile se hai talento e, naturalmente, se è questo quello che desideri fare.

I: il tuo lavoro prende spunto dai tuoi studi?

O: no, mi piaceva dipingere come un normale bambino.
I miei genitori non mi hanno mai spinto a fare questo tipo di studi. Non ho mai seguito dei corsi professionali in arte. Quando sono uscito dal liceo, ho deciso cosa avrei studiato. Avevo un’idea romantica dello studiare arte, ma non volevo spendere dei soldi per farlo. Non volevo fare delle cose che, per realizzarle, avevi bisogno di soldi. Volevo fare qualcosa di legato all’arte, ma non direttamente, cosi ho scelto di studiare letteratura. Attraverso la semiotica ho scoperto un modo totalmente diverso di vedere le cose, in maniera più concettuale. All’epoca non vi erano molti artisti concettuali, l’individualità dell’artista era espressa attraverso il dipinto, ma tutto era molto simile.

I: infatti in Germania, negli anni ’80 la pittura era molto diffusa..

O: si…e ne ero molto affascinato, ma non ero convinto che, attraverso quei dipinti, si potesse esprimere la propria personalità, perché mi apparivano tutti uguali. Da questa contraddizione tra il mezzo, il linguaggio che usi e ciò che vuoi esprimere emerge un po’ di quello che sarà il mio lavoro.

I: tu usi diversi media…non mi piace fare classificazioni, ma, di certo, il tuo lavoro sembra difficile ricondurlo ad una categoria precisa..

O: sono interessato a come tu sei legato alle cose che stai facendo. Per me il “fare qualcosa” non vuole dire realizzarlo punto e basta, ma capire cosa ti ha spinto a farlo, quale sentimento ti ha portato a prendere quella decisione. Penso infatti che tra questo sentimento e la scelta di agire ci sia un forte legame. Cosi’ quello che normalmente le persone chiamano estetica, io la chiamo “ciò in cui siamo interessati”

I: a chi ti rivolgi con le tue opere?

O: è una conversazione tra me e me per capire come vanno le cose. Le persone a cui mi rivolgo talvolta sono inserite in questa mia personale conversazione. Quindi in molti lavori sono interessato a vedere come il pubblico reagisce..normalmente le persone quando guardano le opere vogliono scoprire qual è l’opinione dell’artista che l’ha creata e cominciano a dire “sono d’accordo con questa opinione, non lo sono..”, ma non pensano mai alla loro opinione. Per esempio, in “smell. a fragrance for trees”(1999) non voglio dire alle persone “senti quanto e’ buono il profumo sintetico degli alberi”. Forse l’ho fatto solo per chiedere o sapere cosa la gente sogna nel momento in cui lo annusa e quindi farla riflettere sul perche’ gli piace. Voglio formulare decisioni che mettono le persone in condizione di discutere la propria posizione. Molte persone fanno sempre le stesse cose senza chiedersi il perche’ lo fanno. Questo è un segno negativo… vi sono molte contraddizioni: le scarpe nike piacciono, ma non piace che queste siano fabbricate dai bambini.
I: Penso che il tuo lavoro compia una critica più o meno esplicita al sistema capitalistico che caratterizza la nostra società e naturalmente anche il sistema stesso dell’arte. Ritengo che tu non ti poni all’esterno di essa, ma agisci come da infiltrato al suo interno per criticarla. Sei d’accordo?

O: Il punto è semplicemente come è possibile farlo…questo è quello che tento di chiedermi attraverso i lavori, ma non conosco la risposta. Sono cresciuto con una forte ideologia: “questo è il sistema e noi ci siamo dentro”. E se sei cresciuto negli anni ’80 ti rendi conto che adesso tutto è molto semplice, perché se non accetti il sistema, ci sono comunque delle culture underground..per me come individuo queste contraddizioni sono le cose peggiori... il socialismo, per esempio, e’ stato formulato come un qualcosa che avrebbe dovuto risolvere i problemi: ma se tu vivi in uno stato socialista, ti accorgi che le cose non sono semplici.
E’ meglio guardare a quello che realmente vogliamo e forse quello che realmente vogliamo fa parte di cio’ che critichiamo..vi sono più persone coinvolte nello sviluppo del sistema di quello che si pensa. Per questo motivo sono abbastanza lontano da quello che è il semplice “siamo contro questo, siamo contro quello”..sono più interessato a come sei coinvolto nelle cose più che a cosa non ti piace. Penso che il concetto di bellezza è il concetto più interessante per capire questo processo..qual’è il concetto di bellezza nell’arte? È qualcosa che mi domando, ma onestamente non so rispondere. È un livello emotivo estetico, l’arte ti dà la possibilità di capire o, al massimo,di disprezzare una certa cosa. Le persone pensano sempre che la prospettiva del lavoro è la prospettiva dell’artista, ma non pensano mai che il gap tra due punti di vista differenti è una cosa molto interessante. Ma questo gap si ritrova nella vita di tutti i giorni, nessuno nel pubblico dell’arte crede che l’arte è la sola espressione di dove tu sei ancora te stesso.

I: hai terminato la conferenza, tenuta al MACRO, facendo vedere la scena finale di “zabriskie point” con la musica dei To Rococo Rot (“und jedem ende wohnt ein anfang inne” 2001). Perché hai deciso di mostrarla? Per Antonioni questa scena aveva un preciso valore simbolico ovvero andava contro l’idea di capitalismo americano rappresentato da status symbol come la villa, il frigorifero, il cibo…

O: non sono totalmente sicuro che Antonioni avesse questa opinione, perché prima di questa, c’è una scena molto carina, dove tutte le persone sono in prigione e sullo sfondo si vede la donna di uno dei prigionieri, che parla con il poliziotto e scherza tutto il tempo. Questo è una cosa particolare se guardi bene…
Una curiosità: Antonioni ebbe anche grossi problemi con la musica: non riusciva a trovare persone per farla. Lo voleva chiedere a un gruppo di cui non ricordo il nome…

I: la musica nel film è dei Pink Floyd..

O: si, ma lui voleva chiedere a qualcun altro, ma questa persona rifiutò perché non voleva fare la musica per un film antiamericano. Antonioni scelse i Pink Floyd perché non era riuscito a trovare nient’altro.
I To Rococo Rot hanno campionato un pezzo di Gustav Mahler e quando ho sentito il loro pezzo avevo sempre in mente quella scena e volevo combinare le due cose. Ho pensato che questo tipo di musica che io considero bellissima si accordasse molto bene con quel tipo di violenza. Ero interessato a come la forte violenza dell’immagine fosse legata alla bellezza. Era un’immagine forte dove dovevi controllare le emozioni. E per me questo è estetica: come controlli le emozioni. Le persone dicono che le emozioni sono come noi siamo coinvolte nelle cose. Le emozioni parlano con tutto.

I: quindi è anche per questa ragione che tu hai fatto un libro come “Stil” dove ogni persona può costruirsi una sua immagine, una propria “visione” come avviene in “30 farben”. Di conseguenza il pubblico ha un’importanza fondamentale nelle tue opere, in un certo senso ne è parte integrante. Il tuo lavoro quindi….

O: (il mio lavoro) è come tu partecipi. Ma il partecipare non corrisponde al voler far partecipare il pubblico nel senso di renderlo attivo come avveniva negli happening degli anni ‘70. Il pubblico fa parte della creazione del lavoro. Gran parte dei lavori li realizzo perché voglio che le persone possano fare esperienza delle cose. Penso che si ottiene un impatto maggiore sul pubblico facendo avere loro un’esperienza piuttosto che il solo stimolarli a pensare. Se tu fai qualcosa, te lo ricordi sicuramente meglio. Ma non tratto le persone come topi in laboratorio..c’è anche un mio interesse personale. Questo è il punto fondamentale. Non potrò mai fare delle cose da cui non sono affascinato (come è successo con i to rococo rot).


I: riguardo il tuo lavoro a “Volume” hai detto che la tua formazione è stata influenzata più dai libri che dal cinema. Come mai hai preso ispirazione da un film? Che influenza ha avuto lo spazio in cui hai lavorato?

O: ho visto lo spazio prima della mostra. La cosa più importante per me era il quartiere con la prigione (n.d.r. “Volume” si trova dietro il carcere “Regina Coeli”). Non solo il quartiere, ma anche il fatto che le finestre della prigione fossero coperte. Dall’interno non si può vedere fuori, cosi’ le persone possono comunicare semplicemente con la voce. Questo è di forte impatto e volevo realizzare qualcosa legato a quello, ma non imitarlo.
Era solo attraverso l’esperienza visuale che mi potevo collegare con quello spazio...ma ho pensato il lavoro anche per persone che non sapevano niente di Genet (n.d.r. il lavoro prende spunto da una scena del film “Un chant d’amour” di Jean Genet). Questo è il punto: se avessi fatto il lavoro solo per il film, presumo che non sarebbe stato molto interessante.
Penso sia molto semplice fare la connessione tra i due spazi. Questa è la prima cosa che vedi e nient’altro. Riguardo all’uso dei film, io faccio un sacco di riferimenti ai film. Forse uso i film come uso un libro: li leggo.

I: durante questa intervista hai tentato di spiegare quanto la nostra società, il sistema in cui viviamo sia pieno di contraddizioni che, nella tua opera, tendi più o meno esplicitamente a mostrare. Pensi, però, che tutto quello che vuoi comunicare arrivi alle persone che guardano le tue opere?...durante la conferenza quando hai mostrato “big sneaker”(2001), tutto il pubblico presente è rimasto molto divertito da quest’opera, ma ho avuto come l’impressione che non ne avessero colto il vero significato, cogliendone solo uno degli aspetti presenti quale l’ironia. Cosa ne pensi?

O: è una domanda veramente difficile a cui rispondere. Da una parte, se fai qualcosa come voglio fare io, mi piace che le persone vivano l’opera, senza pensare troppo. Non mi piace far si che le persone si chiedano “perché”, poiché ritengo che questo tipo di domande ognuno le debba formulare per conto suo. È la stessa cosa se dicessi: se sono interessato a qualcosa, vado a vederla, ma se non mi interessa, non riesci a suscitare interesse tu dicendomi “è interessante”. Io non credo a questo. Penso che si possano far partecipare le persone a qualcosa e farle divertire.
Poi per me è sempre un successo, perché significa che ho capito un po’ di più come funzionano le cose anche dentro me stesso, come riescono a coinvolgermi. Le persone attraverso le loro reazioni mi mostrano come io stesso sono coinvolto in qualcosa. Se vedo un’opera la prima cosa che penso è “perché”. Spero che le persone si chiedano “perché” dopo aver visto o partecipato alla mia opera: “perché sono rimasto coinvolto o perché questo ragazzo lo ha fatto?”.


Intervista a Olaf Nicolai realizzata in occasione della personale dell’artista a “Volume” (febbraio 2003) alle 23.00 seduti su un divano nei corridoi del rialto di sant’ambrogio.

Si ringrazia per la collaborazione ilaria gianni.

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