WAKING LIFE

Andrea Proia

Spegnete le luci, dimenticatevi di tutto quello che avete appena fatto e premete play. D’ora in poi non ci sono più scuse e, come dopo l’ingestione di una manciata di messicani, vi accorgete che, almeno per qualche ora, dovrete guardare in faccia ciò che sta dietro al sipario. Poche note oniriche e in un baleno, dal gioco nelle mani di una bambina, vi viene rivelato il senso dell’esistenza. “Dream is destiny”. Il sogno è il destino.
La sensazione sin dal primo istante è estremamente suggestiva: quello che state osservando sembra un cartone animato, ma non lo è. Almeno nel senso convenzionale. Assomiglia più ad un meraviglioso quadro in movimento, ad una fascinazione magica. I colori sono liquidi, le forme lisergiche danzano fondendosi con l’instabilità dei paesaggi, la non oggettività degli oggetti crea un contesto spazio-temporale atipico, soggettivo, sacrificato alla funzione di accogliere i significati piuttosto che i significanti. Tuttavia si riesce a scorgere una realtà sottostante fatta di carne ed ossa, che rappresenta la materia prima con la quale di notte forgiamo i nostri sogni, e che appare costantemente rielaborata, interpretata da un’intensa pittura fluidificante, una visione delle cose mentale pittuosto che fisica. “Fare questo film” dice Richard Linklater “è stato per me come sognare consapevolmente”. Ed è esattamente quello che accade allo spettatore, dal momento che il film non vi parla del sogno lucido, ma è un sogno lucido.
Non c’è trama apparente, solo un protagonista senza nome che vaga di conversazione in conversazione, incontrando vari personaggi - molti nel ruolo di se stessi, tra cui Caveh Zahedi (I was possessed by God, 1993), Otto Hofmann e Steven Soderbergh - che sembrano volergli impartire una serie di “strani insegnamenti”, apparentemente scollegati fra loro, su questioni filosofiche, sociali, artistiche e spirituali. I dialoghi, pieni di citazioni e riferimenti a Sartre, Platone, P.K. Dick, Kierkegaard, Dostoevskij, etc. sono molto più profondi di quanto ad una prima superficiale visione possano apparire e soprattutto non sono buttati là solo per fare impressione alla mente pigra. Sembrano volti piuttosto a risvegliare la sua e la nostra consapevolezza dallo stato di torpore che ci avvince ad un vera veglia.
Il tutto avviene in una città senza luogo che a volte sembra San Francisco e altre volte New York, in un lasso di tempo che non è qualificabile. “Il film parla del paesaggio psichico traendolo dalla memoria, dalla situazione di sogno;” commenta Linklater “la maggior parte dei film sono ambientati in tempi specifici: questo invece si cosparge su varie giornate, ma potrebbero essere passati anche solo pochi minuti, dando così una sensazione di tempo ampliata o ristretta. Per me tutto il film sono 5 minuti di sogno. “
Infatti in Waking Life più che in ogni altro tentativo che sia mai stato fatto si può ammirare una straordinaria riproduzione della percezione del mondo onirico, resa da una tecnica sorprendente messa a punto ad hoc da Bob Sabiston: il rotoscoping, “una tecnologia” secondo Sabiston “che permette che sia la mente a riempire gli spazi in bianco”. Inizialmente tutto è stato fatto come per un film normale, con un paio di camere digitali, una Sony TRV900 ed un PC-1, successivamente il girato è stato rielaborato in ogni suo fotogramma con 25.000 ore di rotoscoping, vale a dire 250 ore su un minuto di film. Questa rivoluzionaria tecnica si è evoluta ed è migliorata con ciascuno dei porgetti di Sabiston degli ultimi anni: sviluppata nel 1997 per una serie di “interstitials” animati in bianco e nero chiamati “il progetto in incognito”, 30 spezzoni brevissimi per Mtv, nel 1998 è stata poi impiegata nella pellicola “Road-head”, 14’ di road movie realizzato ad Austin. Nel 1999 Sabiston l’ha usata in “Lo spuntino e la bevanda”, vincendo il secondo Prix Ars Electronica; il video è ora parte permanente della collezione del MOMA. Nel 1999 Sabiston ha diretto “Le figure di discorso”, un insieme sperimentale di portraits documentari, utilizzando ancora la sua tecnica, per una serie televisiva della PSB: molti degli artisti che hanno lavorato a questo progetto sono poi confluiti nel team di artisti-disegnatori di Waking Life, con tanti MacG4 e Final Cut Pro, Adobe Premiere e Photoshop.
Il risultato finale sullo schermo è di commovente bellezza: la percezione dell’ambiente onirico è ricreata alla perfezione e a completare l’atmosfera di sogno c’è la colonna sonora della Tosca Tango Orchestra. L’intero film funziona come la nostra mente, rende coerente, in base alle convinzioni pre-razionali, ciò che non è realisticamente coerente in sè. Mostra con arte come ciò che chiamiamo veglia risponda a questa meccanica illusoria messa in atto dalla parte inconsapevole della mente, che costruisce il mondo fenomenico che chiamiamo realtà esattamente come in un sogno costruiamo ambiente, personaggi ed eventi.
Quest’opera rappresenta una sorta di catechismo del sognatore, per chi intendesse uscire dal sogno per vivere la vita di veglia, la vita vera, sia nel senso profano, sia in senso esoterico, iniziatico. Ed è proprio iniziaticamente che in presenza del sogno lucido si ha il risveglio della coscienza del dormiente tramite la cosidetta “rilevazione delle incongruenze”, ma il problema è che in questo sogno lucido le incongruenze persistono alla consapevolezza di stare sognando. Il film ci suggerisce una possibile spiegazione: è questa la famosa fase onirica che vive il cervello nei minuti seguenti la morte clinica?
Spero che la visione di questo meraviglioso film vi induca a riflettere sullo stato di sogno e a comprendere per analogia la reale natura dello stato di veglia.

(01/2)