The Blood Brothers

Giordano Simoncini

Crimes

(CD, V2, 2004)

Dovrebbe essere pacifico: al giorno d’ oggi una proposta musicale valida deve inscriversi all’ interno di un immaginario che lo sia perlomeno altrettanto. Cioè, c’è un meccanismo prius/post, un click tra ciò che viene prima (il secondo) e ciò che ne scaturisce (la prima). Per quel che riguarda i Blood Brothers fila tutto liscio: se non hanno un Immaginario con la “I” loro, non ce l’ ha proprio nessuno. Chè sono come Adamo, puntano il dito, chiamano le cose ed addirittura – e qui ci vuole un Barthes qualsiasi che viene qui a spiegarmelo – le situazioni, in modo da descriverne il contenuto e non già ciò che solamente appare. Va poi detto che le situazioni dei Blood Brothers hanno la singolare peculiarità di essere sempre preoccupanti; al punto che la musica, che accompagna i due cantori nell’ atto del Nominare di cui sopra, non potrebbe essere coerente se non incedendo proprio così come fa, a singulti, strattoni e deliri. Chi pensa che si tratti ancora di hardcore, fosse anche avantgarde o apresgarde o bohgarde, non ha capito; e malamente. Ed il punto non può più stare nel render merito al potenziale acquirente di ciò che lo attende in Crimes, adoperando magari descrizioni; a partire dal composito sclerotismo tastiera/batteria di Peacock Skeleton, o dallo stile Chicago dell’ incipit di Teen Heat (ma anche di Celebrator), transitando attraverso la calma apparente della title track (quasi Marylin Manson, se fosse un musicista valido) sino a giungere allo screamo deviato di Beautiful Horses, o al canto maniacale di Devastator, si finirebbe con l’ asserire il tutto ed il suo contrario. Ponendo il problema in altri termini: come orientare chicchessia all’ acquisto di un album disorientante? Crimes è un disco enciclopedico, fulgido e clamoroso; poi, ma questa è opinione mia, è anche il migliore dalla band sino ad ora. E la recensione va chiusa qui.

(Giordano Simoncini)