TEOREMA SU JUSTIN BENNET

Valerio Mannucci

Volevo parlare di Justin Bennett, ma in realtà volevo parlare di chi è (e cosa vuole) uno come Bennett. E visto che egli è considerato uno dei più importanti sound-artists in circolazione, ho pensato che avrei parlato di quel qualcosa che fa di Justin Bennett un sound-artist. Però è un po’ difficile muoversi nella jungla delle definizioni (..come poter definire uno che registra suoni, compone installazioni audio, fa performance audio-visive e si occupa anche di questioni puramente teoriche?!..) così ho preso la cosa con spirito matematico. Anche se poi di matematico c’è ben poco in tutto questo..

Prima parte:

Premessa personale (a puro scopo introduttivo):
Premetto che mi piace molto l’estate, anche se detesto gli effetti collaterali dovuti al caldo: i giramenti di testa, l’affaticamento ingiustificato, i vestiti che si appiccicano alla pelle, la salivazione a zero e la sudorazione a mille.
Ovviamente i motivi per amare l’estate sono tanti, ma vacanze a parte sono i colori e i suoni che mi colpiscono. In particolare mi sono accorto che questi ultimi sono più importanti di quanto sembri: gli stereo e le televisioni accese, le persone che discutono passeggiando, le cene dei vicini consumate in terrazzo. D’estate tutti spalancano le finestre e liberano quei flussi sonori che di solito rimangono chiusi fra le quattro mura. C’è insomma qualcosa di differente fra l’atmosfera sonora invernale, ovattata e avvolgente, e quella estiva, più fluida e dispersiva.

Prima (ed ultima) ipotesi:
Provate ad immaginare di stare su di un marciapiede o in un prato di campagna. Se di colpo chiudeste gli occhi, potreste immaginare, tramite il suono, tutto ciò che avviene intorno a voi. Ma vi accorgereste anche che, fra ciò che vedevate e ciò che sentite, c’è un piccolo ma notevole scarto. Secondo me è proprio questo scarto su cui si deve fare attenzione per capire il lavoro di Justin Bennett.

Postulato:
Il suono esiste fisicamente, fa parte della realtà che ci circonda, non è né astratto né mentale, è nelle vibrazioni dell’aria, è nella reazione di quest’ultima al propagarsi fisico di un movimento iniziale (quello di una corda di chitarra che vibra, per esempio).

Tesi:
Eccoci alla tesi di partenza: La realtà consta di una dimensione non visibile che viviamo attraverso l’udito. Questa dimensione non è una cosa a sé, ma semplicemente una parte della realtà sulla quale non si pone mai troppa attenzione.
Secondo la mia tesi, le differenze fra i musicisti e gli artisti come Bennett si trovano nel rapporto con questa dimensione.

Seconda parte (quella che riguarda J.Bennett..):

In un’intervista Justin Bennett mi ha detto di essere da sempre in lotta con questa dimensione sonora. In che modo un artista, o un musicista, può rappresentare un luogo in termini sonori? La semplice registrazione dei rumori basta a restituire la realtà in una rappresentazione? Oltre al paesaggio visivo esiste un paesaggio sonoro oggettivo o questo vive solo nella nostra immaginazione?

Dimostrazione:
A questo punto la situazione è un po’ più chiara: l’obiettivo di Justin Bennett è quello di esplorare questa dimensione uditiva. Essa condiziona le nostre vite tanto quanto la vista, ma Bennett dice di non avere ancora delle risposte a molte delle domande che riguardano la possibilità, o meno, di esplorare i territori del suono. Forse è proprio il fascino di questa lotta con qualcosa di non definibile che lo porta a vivere fino in fondo il rapporto con ciò che lui chiama ‘soundscape’. Il soundscape (da contrapporre al landscape) è un paesaggio sonoro: un ambiente in cui ci immergiamo e di cui facciamo esperienza attraverso l’udito. Stando alle parole di Bennett un soundscape è tutto ciò che si manifesta attraverso la vibrazione, quasi un mondo parallelo rispetto al paesaggio visivo. E’ quindi qualcosa di profondamente fisico, non narrativo, non musicale, che una semplice registrazione audio può solo raccontare di rimando, più o meno allo stesso modo di quanto una fotografia può descrivere uno spazio.
Ad essere sincero, quando cerco di immaginarmi lo spazio sonoro mi viene da pensare all’immagine di un recente e quasi sconosciuto film di fantascienza di cui non ricordo il nome, quello in cui il protagonista (vestito di nero con il cappotto di pelle ancora più nera dei suoi occhiali) riesce a vedere la realtà che si scompone in una serie di stringhe di codice binario e così si conferma come “l’eletto“; purtroppo non ricordo il nome del film, ma sta di fatto che idealmente sostituisco quel codice con delle linee curve che rappresentano le vibrazioni. Solo così riesco alla fine a vedere una struttura reale, un’architettura sonora concreta.
Comunque Bennett mi ha detto che secondo lui questa architettura esiste, e che quindi, film a parte, non sono matto. Ma dice anche che non è possibile essere sicuri di poterla rappresentare, per cui la cosa migliore è quella di giocare a crearne di nuove.
Ecco allora un primo punto pratico: come fare a manipolare le vibrazioni, il suono e la sua spazialità? La via percorsa da Bennett si muove fondamentalmente su due binari: registrazioni su campo (field recordings) e lavoro di editing audio per ricreare quelli che lui chiama soundscape ‘artefatti’.
C’è quindi un doppio passaggio, egli prima cattura ciò che ha ascoltato, intrattenendo in questo modo uno stretto legame con lo spazio fisico nel quale sta effettuando le registrazioni, e poi lo lavora e propone la sua interpretazione tramite una audio-installazione. Le sue parole al riguardo chiariscono molto i fatti: “…quando affronto un soundscape il mio coinvolgimento avviene a vari livelli: ascoltando, muovendomi, scegliendo, interagendo con l’ambiente e i suoi abitanti, decidendo quando registrare e quando no. Uso queste ‘tracce sonore’ per comporre le mie opere. Certe volte le registrazioni sul campo sono esse stesse un pezzo compiuto. Altre volte intervengo sul suono…”.

Chi è quindi Justin Bennett? :
Justin Bennett è un artista difficile da definire. Non credo che ci si possa rifare a qualche categoria pronta ed impacchettata. Musica? Arte visuale? Performance? Installazioni? Forse ponendosi in una prospettiva diversa, partendo dalla convinzione che si può fare arte ascoltando la realtà, si riesce a vedere più chiaramente la cosa. Quelli come lui di solito sono definiti sound artists.

Conclusione:
Insomma, come dice lo stesso Bennett, il termine sound-art è puramente funzionale e riguarda la lingua. Infatti aiuta un certo tipo di artisti a distinguersi sia dall’idea tradizionale di musicista che da quella di artista visuale.
Semplificando: egli si distingue dagli artisti visuali per il materiale che usa, dai musicisti tradizionali perché non si rifà a nessuna tradizione linguistico-musicale, e anche dai musicisti più ‘concettuali’ perché, se questi ultimi si sono occupati dell’idea di musica, essi sono comunque rimasti nella sfera del suono e della sua essenza. E’ come se Justin Bennett fosse affascinato prima di tutto dal fatto che si può ascoltare e solo dopo da quello che si ascolta.
Se fossi stato ad un convegno di scienziati avrei chiuso così: “ cari colleghi possiamo in definitiva affermare che Bennett non parla del suono, ma dell’udito”. E il teorema si sarebbe chiuso fra gli applausi.

(è possibile trovare l’intervista fatta da me a J.Bennett su Decibel, la rubrica di Sound Art e Musica Elettronica di Exibart [http://decibel.exibart.com], un progetto editoriale a cura di Marco Altavilla)

Bio:

Justin Bennett è nato a Nuneaton, Warwickshire, Inghilterra nel 1964.
Vive e lavora a Den Haag, Paesi Bassi. Fa parte del gruppo performativo BMB.con.


Progetti e performance da solista (recenti e selezionati)

2003
Transmediale festival, Berlin. Award (con 242.pilots)
"Ovipool" Performance/Installazione per i Mercati Generali
all’interno di "Sonícity-architetti del suono/compositori del luogo", Roma.
“De Boulevard, Den Bosch”. Smart Project Space, Amsterdam.
“Sound Mirror” un lavoro in spazi pubblici (con Jaap de Jonge)

2002
"Europa" spatial sound installation, spersonale presso il CCNOA, Brussel.
"De Stand van Zaken", Stroom HCBK, Den Haag.
“2-Step”. Collettiva presso CCNOA, Brussel.

2001
"rumours/resonances" una guida audio per Den Haag
"You Never Walk Alone", Stroom HCBK, Den Haag.
“Soundwork in railway station”, CityJam, Hooghuis, Arnhem
Zeppelin soundart festival, CCCB, Barcelona

2000
SITE (wasteland) De Verschijning, Tilburg
"Urban Rumours" Fri-Art, Fribourg.
"Magnetic City" Box 23, Barcelona.
"Mutations" Arc en Reve, Bordeaux.


Discografia selezionata (da solista)
“Accelerator/Accumulator #1 the burning'”, C30 cassetta 1991 JB.
“Ocean”, C60 cassetta 1992 JB.
“Radioworks”, C30 cassetta 1993 JB.
“Tanger”, CD single, `cityscape' CD-extra, 1997, Staalplaat.
“Demolitions”, CD Spore records CD001 1998.
“Dervish”, CD spore CD002 2000.
“Sonic City”, CD Arc en Reve.
“Magnetic City”, CD spore CD004 2001.
“LoopERS" 12”, LP ERS / Variious CD Intransitive.
“Live in Bruxelles”, 242.Pilots DVD 2002.
“Noise Map”, CD sporeCD005 2003.
“Surround Music”, with Fiber Jelly, DVD-audio ZKM/Wergo 2004.
“Cacerolada” LP Stichting Mixer 2004.
“Idroscalo d'Autore”, compilation 2004.

Molte altre info le trovate su www.bmbcon.demon.nl/justin

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