ARCHIGRAM

Luca Lo Pinto

Francis Choay sostiene che nella storia del pensiero sulla città vi sono due modelli principali, due tradizioni: la prima inizia con Leon Battista Alberti e il suo “De re aedificatoria”, che propone di costruire un pensiero sulla città basato su di un sistema di regole e che ha avuto importanti esempi nell’urbanistica austriaca e tedesca di fine ‘800 e inizio ‘900. L’altra tradizione è quella che la Choay attribuisce all’ “Utopia” di Tommaso Moro, ovvero il modo di pensare alla città non a partire da alcune regole di convivenza di chi abita la città, ma a partire da un modello, che il più delle volte è un modello utopico.
Gli Archigram derivano sicuramente da quest’ultima tendenza.
Negli anni ’60 Peter Cook,Warren Chalk, David Greene e Ron Herron erano tutti allievi e compagni di studi in quella “Architectural Association” di Bedford Square a Londra, dove, a quei tempi, si potevano incontrare gran parte dei futuri architetti che adesso compaiono nelle bibliografie universitarie.
Il gruppo nasceva in un contesto culturale che ancora non criticava l’avvento della tecnologia, ma che, al contrario, credeva in un suo utilizzo per creare un mondo migliore, unito, considerandolo come un unico, grande network collegato attraverso tanti elementi. Non a caso nel 1963, a bordo di una vecchia nave da crociera si incontravano un giovane Marshall Mcluhan, un anziano Buckminster Fuller e altri importanti studiosi di diverse discipline per discutere di come il fenomeno dei “networks”, vale a dire le reti visibili e invisibili attraverso le quali si svolge la comunicazione ed il movimento tra diversi sistemi di individui e di oggetti, stia rimodellando il pianeta intero come una sorta di “villaggio globale”.
Nel 1964 esce il primo numero della rivista omonima, che rappresenta il manifesto ideologico del gruppo e che propone, attraverso un linguaggio pop, un nuovo concetto di abitare e vivere la città.
Nel 1966, influenzate dalle ricerche che avrebbero portato l’uomo a salire sulla luna, gli Archigram progettano una capsula abitativa composta da una ossatura in vetroresina con quattro aperture, due bagni con pulizia automatica del corpo e dei distributori di cibo preconfezionato.
I loro progetti: città ipertecnologiche in continuo movimento costituite da giganteschi e robotici elefanti computerizzati.
“Plug in city” è la città delle connessioni, dell’intercambiabilità delle parti basata sul concetto di dinamicità e movimento. Una megastruttura che non ospitava edifici, ma “intelaiature” in cui potevano essere inseriti elementi standardizzati. “Instant city” è una sorta di modulo sociale, che, all’interno di un enorme dirigibile, approda nei luoghi depressi e comincia ad attivare una serie di funzioni ludico-culturali. “Walking city” è un enorme scarafaggio, dotato di braccia telescopiche attraverso le quali poteva connettersi con altri suoi “fratelli”, che, nel progetto, apparivano in movimento sopra l’acqua in direzione di Manhattan.
In questi progetti vi è certamente una forte dose di ironia che a volte sembra difficile distinguere dall’ utopia. Se certamente negli anni ’60 progetti del genere potevano apparire rivoluzionari nel senso di un’impossibilità d’ attuazione, rivendendoli oggi sembrano corrispondere esattamente alle idee di molti architetti contemporanei con la differenza di una maggiore facilità a realizzarli e da qui la loro attualità. Anche il modo di concepire i progetti con uno stile fumettistico si potrebbe paragonare a quello di una Zaha Hadid, le cui “maquette” assomigliano più a un quadro astratto di Kandinsky che ad un razionale e geometrico progetto architettonico. L’originalità degli Archigram sta, appunto, nella consapevole trasformazione dell’architettura in immagini e nella demistificazione del progetto come strumento di operatività dell’architettura. Usavano ogni strumento possibile dalla tecnica dei giornali alle dimostrazioni politiche fino alle magliette. “L’uomo deve reinventare se stesso” affermavano Peter Cook e compagni “e deve inventarsi una vita che gli conceda la possibilità di scegliere e dirigere i propri consumi. Noi pensiamo ai nostri progetti come oggetti di consumo”.
Città che si snodano e si collegano come punti di una gigantesca rete, unità di abitazioni semimoventi, interi edifici che, simili a giganteschi ragni, si aggirano per la città (anticipando un tema di grande attualità come il nomadismo visto come un nuovo stile di vita, che condiziona anche il concetto stesso di “casa”). Fumetti, fotomontaggi, immagini che fanno il verso all’immaginario pop inglese degli anni ‘60. Un’architettura destinata a rimanere solo sotto forma di progetto, dovuto anche ad una attitudine più “sociologica” che propriamente “architettonica” da parte del gruppo.
Anticipatori di quelle tematiche che verranno poi sistematizzate dagli Archigram sono soprattutto Yona Friedman e Buckminster Fuller, senza dimenticare la “città del futuro come macchina dinamica” di Sant’Elia.
Yona Friedman nel 1956 coniò il termine “architettura mobile” ovvero un’architettura capace di comprendere le continue trasformazioni che caratterizzano la “mobilità sociale” e basata su “infrastrutture” che prevedevano abitazioni passibili di essere create e ricreate a seconda delle esigenze degli occupanti.
Buckminster Fuller, ingegnere, architetto, antropologo, è stato uno dei primi teorizzatori del pensiero globale ed uno dei primi a mostrare una fede ottimistica nella tecnologia al servizio dell’umanità. Divenuto popolare per l’invenzione della cupola geodetica, stimolò la nascita di una scuola di “stregoneria tecnologica” che portò alla affascinante idea di coprire Manhattan con un’enorme calotta ambientale.
Da queste due grandi personalità gli Archigram hanno ereditato un certo modo di concepire l’architettura e di guardare alla tecnologia che il più della volte non mancò di trasformarsi in utopia.
Un’architettura non tettonica e potenzialmente immateriale: Peter Cook e gli altri rifiutavano l’idea di un’architettura per architetti, ma volevano intervenire nello spazio quotidiano, confrontandosi con i problemi della vita di tutti i giorni, volevano soddisfare il bisogno umano, ottimizzando la tecnologia e l’economia disponibile a loro uso e consumo: “l’architettura è divertimento, e non siamo superficiali. Pensate alle cose su cui stiamo lavorando: la creazione di una città elettrica, un’unità intercambiabile, pulita, comoda, perfettamente controllabile. La vecchia lotta tra l’uomo, la strada e le auto forse non sarà mai vinta: sarà semplicemente bypassata. La macchina elettrica non sarà più un servizio che si ferma alla porta di ingresso: diventerà una parte della casa. La sedia lascerà il tappeto e fischiettando seguirà la strada che porta in campagna o in centro (ovunque succedano davvero le cose). La casa non è l’abitazione. Una stanza non è una stanza, né un muro è solo un muro, basta volere che non lo sia. Gli alloggi a gabbia sono una nostra nuova creazione collegabile alla plug-in city: una struttura minimale alla quale possono essere appese altre strutture, sottocapsule, macchine e sedie a reazione. Si tratta di zone, più che di parti. E ci suggeriscono che in alcuni casi si può coordinare — più che allineare — la posizione degli oggetti. Queste coordinate creano una serie di opzioni: da qui il bisogno di creare binari per schermi, buchi nel pavimento dai quali estrarre aria compressa per gonfiare il pavimento o i nostri schermi televisivi. L’arredamento scomparirà, come l’architettura”.

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