WIRE

Francesco de Figueiredo & Valerio Mannucci

Intervista

Non è cosa da tutti i giorni avere la possibilità di intervistare un gruppo senza tempo come gli Wire. Ci è sembrato quindi un passo obbligato pubblicare l’intervista fatta parecchi mesi fa a Colin Newman (frontman della band), in occasione della loro data romana all’Init.. Quel giorno, dopo un lungo sound-check, mentre i quattro si dedicavano alla degustazione della cucina italiana, siamo riusciti a scambiarci quattro chiacchiere, fra l’antipasto e il primo…

Di solito col passare del tempo molti gruppi tendono ad andare oltre l’inquietudine e ad indirizzarsi verso un suono più stabile. Send, il vostro ultimo lavoro, a tratti ci è sembrato uno degli album più furiosi e taglienti della vostra carriera…

Se sei un gruppo vecchio e torni per dare ancora qualcosa, fai meglio a portare qualcosa di nuovo, perché nessuno vuole più sentire roba vecchia, questa è l’opinione degli Wire. Siamo più interessati ad essere un gruppo nuovo, è più stimolante per noi ..è più divertente…

Che cosa stai ascoltando ultimamente?

Niente al momento perché sono in tour, ma sono al corrente di quello che sta succedendo nel mondo della musica. Il 2003 è stato un anno molto strano per la musica, perché mentre nel 2000 e nel 2001, quando c’è stato il grande ritorno del rock, c’erano alcune cose abbastanza interessanti in giro, ora forse ci sono un po’ troppi giovani vecchi, gruppi giovani che cercano di essere evocativi di un certo Rock retrò, tipo i Kings of Leon; non c’è davvero più bisogno di sentire quella roba, almeno non per me. Voglio dire.. è ok per un gruppo di ventenni fare quella musica, ma non per un gruppo come il nostro; se noi facessimo quella roba retrò, saremmo solo vecchi, almeno i giovani hanno la scusa di essere troppo giovani per esserci stati la prima volta. Comunque qualche anno fa mi piacevano molto i Liars, erano la migliore band nella scena di Brooklyn.

Che ne pensate della cover dei Fischerspooner di “ The 15th” (un loro pezzo, n.d.r)?

Penso che sia una grande cover, non conosco bene i Fischerspooner come fenomeno, ma ho sentito la canzone ed è fantastica. “The 15th” ed “Emerge” mi sembrano le loro uniche canzoni belle, ed una delle due è nostra…

Parliamo un po’ dei vostri progetti. Send è il primo album completo degli Wire che esce su ‘Pink Flag’, la vostra attuale etichetta personale; avete deciso di creare questa label principalmente per la necessità di una vostra autonomia discografica o perché avete intenzione di dare spazio a nuove realtà?

Certamente non per il secondo motivo. Ho avuto per dieci anni una label chiamata Swim che utilizzavo anche per promuovere cose degli altri; la Pink Flag invece è diventata una label quasi accidentalmente: abbiamo iniziato col produrre un paio di pezzi nostri, solo per i fan, materiale tipo live o cose suonate durante le prove, poi abbiamo detto: beh, piuttosto che andare dal Signor record-company a dirgli ogni volta “hey, mi dai dei soldi?”, perché non ci produciamo da soli? E’ più facile, poi lo fai sentire e vedi che succede, se non funziona tutti penseranno che fai cagare e allora pazienza, avrai perso un po’ di soldi al massimo; ma a noi è successo quasi l’opposto.. ed è scioccante.
Siete sempre stati molto attenti alla produzione dei vostri dischi. Non è facile trovare una band che per 25 anni ha fatto della produzione un punto fermo; quindi è forte la tentazione di sentire una testimonianza diretta di come il continuo progresso delle tecnologie di editing ha influito (se ha influito) sul vostro lavoro.

Sai, se parli di persone come Jack White, cioè di musicisti che hanno un approccio molto analogico con lo strumento, non è cosi importante l’elaborazione del suono; per persone come noi invece contano più le idee, quindi è molto importante la produzione. Sai, noi non siamo musicisti così bravi, per noi fare musica riguarda più le attrezzature, la registrazione su hard disk e la produzione. Adesso questi sono i veri mezzi per fare la musica, allo stesso tempo però dobbiamo stare molto attenti a non fare di tutto questo uno stile definito, voglio dire.. ascolta il nuovo album dei Charlatans .. si sente che è fatto con pro-tools…

Ascoltando i vostri lavori sembra che vi piaccia entrare nei generi musicali senza mai rimanervi dentro. Per questo, forse, di voi sono sempre state date definizioni in negativo…

Aaah, definiti in negativo, nel senso che siamo spazzatura…

No, no, volevamo dire…

Si, si, so quello che volevate dire, stavo scherzando…comunque credo che siamo stati fraintesi…

..in che senso credete di essere stati fraintesi?

Nel senso che secondo noi puoi solo operare nei limiti del tuo tempo e del tuo spazio. Voglio dire, a noi non interessa davvero il passato e i suoi canoni: noi viviamo adesso a Londra, siamo inseriti ora nella scena londinese, almeno per quanto riguarda me e Bruce, voglio dire.. la riflettiamo, ma non perfettamente, un po’ distorta, un po’ sbandata, perché noi siamo così…


..a proposito di Londra, sappiamo che non vivete più tutti lì, come avete affrontato il lavoro di composizione per i pezzi degli ultimi due anni, che sono poi confluiti in Send?

E’ un modo di registrare molto anti-convenzionale, non registriamo mai come fanno le altre band, prima impariamo il disco, poi lo suoniamo live e alla fine lo registriamo; facciamo al contrario, ma sembra funzionare…
Rimaniamo sui live, vi abbiamo sentito l’estate scorsa in Belgio, al Pukkelpop, uno dei più grandi e trasversali festival d’Europa, e personalmente abbiamo avuto difficoltà a recepire in pieno le performance di molti artisti, visti i tempi e l’estrema varietà della line up. Qual’è il vostro rapporto con questo tipo di festival?

Beh, noi abbiamo suonato dentro lo Chateaux (uno degli otto stage. n.d.r.) , dopo i Rapture, almeno era un contesto a cui ci potevamo rapportare.. voglio dire, i Rapture non sono male… almeno non abbiamo suonato sullo stesso palco dei Limp Bizkit; non so che cosa sono i Limp Bizkit, è musica per quattordicenni…

..quindi vi sentivate a vostro agio?
Beh si, la persona che ha scelto la line up dello Chateaux è uno che ha un programma radio in Belgio e ha scelto solo i gruppi che gli piacciono… quindi quello era un contesto migliore, come un festival dentro a un altro festival. Oltretutto, dal nostro punto di vista, la cosa bella di suonare nei festival è che suoni per tante persone che forse non sanno chi sei, quindi si ha la possibilità di avere impatto; abbiamo suonato prima in un festival in Spagna, non avevamo mai suonato lì e c’erano tutte queste persone che erano completamente stupite, dicevano: cazzo, chi sono quei vecchi che fanno così casino?

Credi che ci possa essere un nesso fra la complessa situazione della discografia e il proliferare di festival così ampi?

Non so, voglio dire, alla fine è inevitabile che qualsiasi show è li perché qualcuno pensa: facciamo suonare quelli e quegli altri, così saranno soldi. Anche su un prato in Belgio è sempre la stessa idea ma su altre scale: vedi “Pukkelpop”, è tipo un minestrone, è evidente che sono andati a pescare da ogni genere…ci mettiamo un po’ di questo e un po’ di questo… non penso che abbiano applicato dei criteri di gusto, hanno solo scelto le band più famose che si potevano permettere. Questo è quello che penso.

Ok, prima di salutarci…quando vi rivedremo da queste parti?

Non so, adesso rimaniamo in Italia per un altro paio di date, poi vedremo…speriamo presto.

(01/2)