LIGHTNING BOLT

Francesco de Figueiredo

Consapevolezza e Passione. Lightning Bolt, intervista...

Cosa che a pensarla (e a farla) stimola un piacere particolare: - perchè scardina, come tutte le interviste, il rapporto verticale che inevitabilmente si instaura fra artista e fruitore. - perché da questa frattura, a volte, fuoriesce qualcosa di profondo e inaspettato. - perché il fruitore in questione (me medesimo) adora i lightning bolt. - perché stando ai gossip (vecchie care allucinazioni culturali), mr. Brian Chippendale e mr. Brian Gibson preferiscono tenersi lontano dall’ espressione personale sotto forma di “mi domandano,rispondo”. - perché se sei stato a un loro live so che vuoi saperne di più…

Brian Chippendale (batteria) e Brian gibson (basso) sono amici fin dai tempi della scuola e condividono un universo musicale chiamato Lightning Bolt, un territorio scomposto, difficile da inscatolare, un posto fatto di schizofreniche pulsioni e volontà surreale di relativo controllo, insomma una espressione sanguigna di sentimento e oppressione.
Noise/free-core, questo forse il nome che si avvicina più al loro suono, fatto di riff taglienti e di sezioni ritmiche forsennate. La cosa che colpisce allo stomaco è la volontà lucida di sottomettere un sound agressivo e scomposto, quella matrice noise che rischia sempre di strabordare, la decisione di fare quadrato in un posto che di lineare ha ben poco. Chi ha visto i loro live sarà rimasto impressionato da quel basso capace di tirar fuori riff alla slayer, da quel muro di amplificazione eccessivo, da quell’uomo mascherato di stracci colorati che si agita come un diavolo in prigione, generando sezioni ritmiche impressionanti, paradossali, assassine.
I Lightning Bolt muovono i primi passi nel 95 a providence, prolifica cittadina di Rhode Island, stati uniti, con una formazione a tre (alla voce hisham baroocha, ora voce dei black dice) che avrebbero presto abbandonato. Il percoso dei due è stato sicuramente segnato dall’appartenenza ad uno spazio creativo come Fort Thunder, squat che si era fatto portavoce durante gli anni 90 di un cambiamento di interpretazione dello spazio creativo, della città intera, dell’arte e di ciò che significa provocazione. L’intervista è stata fatta in occasione delle loro date italiane allo zufest, festival itinerante che nel mese di ottobre ha portato in giro per l’Italia realtà di indubbio valore e di grande capacita’ tecnico-creativa (zu, mats gustaffson, lightning bolt, black forest sea). Brian Chippendale, nonostante il famoso gossip che lo dava avverso alle interviste, si è lasciato fare un po’ di domande, dimostrando lucidità, passione e consapevolezza.


francesco: il “mondo dell’arte” e delle gallerie più o meno istituzionali sembra avvicinarsi velocemente all’approccio musicale performativo e al noise in genere, cosa ne pensate? Credete che sia la giusta dimensione per questo tipo di espressioni?

brian: .. non so.. credo che il mondo dell’arte di cui mi parli tenda a eliminare la crudezza dell’espressione creativa e a impilare tutto quello che riceve in un grosso pappone, in questo modo prende forza dal mondo che gli è esterno. Come nel caso della cruda espressione musicale, che non ha quel senso di “fashion” proprio delle gallerie in genere.
Sai, credo che ognuno tenda a portare acqua al proprio mulino, il mondo della musica ha più potere mediatico, loro cercano di accaparrarsi questo audience.
Va bene la sovrapposizione fra artista e musicista, ma sta allo spettatore capire cosa e’ vero e cosa no. Mi piace quando la musica, l’arte e tutto il resto si amalgamano. Spero però che gli artisti abbiano giudizio per realizzare qualcosa di vero.
Comunque credo che il mondo delle gallerie di un certo tipo si sia avvelenato, non sono un fanatico di quel tipo di concezione, lo ritengo sterile.. credo che tutti debbano starne lontano.

francesco: Ci vuoi parlare di fort thunder e di cosa ha significato per voi questa esperienza?..

brian: Fort Thunder era uno squat dove abbiamo vissuto per sei anni, poi tre anni fa fu raso al suolo. Era una situazione vitale, la perfetta collisione fra arte e musica. La cosa strabiliante era quella di essere costantemente circondati dalla creatività, era come vivere in un opera d’arte. Vivere dentro di esso costantemente, non per una o due ore al giorno, interagire sempre con nuove persone che si stabilivano li, magari anche per pochi mesi, era significativo e naturale allo stesso tempo. Le casse incastonate nel muro, con musica sempre e ovunque, anche mentre cucini o fai altro, era qualcosa di strabiliante.
La cosa che mi colpisce profondamente è che questa realtà non c’è più, e questo mi manca terribilmente. Apparentemente può sembrare semplice ricreare Fort Thunder, ma è frustrante e difficile, noi stiamo provando a ridisegnare uno spazio simile, ma tutto oramai tende a definirsi e chiudersi.

francesco: Providence, vostra citta di origine, prolifera di gruppi di un certo settore, pensi che sia una influenza dovuta all’ambiente che vi circonda o c’è una scena che accomuna e che permette la continua evoluzione di uno specifico settore?

brian: A Providence c’è una scuola d’arte molto grande, che è quella in cui ho studiato. Molte persone creative quindi sono confluite qui. La cosa che però contraddistingue particolarmente la mia città è che non ha nulla di elegante, Providence è una città molto sporca e degradata.
I ragazzi infatti non sembravano voler restare dopo aver finito gli studi, ma quando abbiamo dato via al Fort Thunder le persone hanno cominciato a vivere Providence in un modo diverso, è cominciata una specie di tradizione. In un certo senso c’era già una sorta di scena rock, ma l’interazione tra gli studenti d’arte e quel settore ha generato qualcosa di elettrico. Era una sorta di “Fort Town”, economica, sporca e degradata, e c’era una scena indipendente musicale veramente cruda che cominciava ad emergere.
La cosa ha cominciato a crescere, le persone cominciarono a decidere di restare lì, molti eventi prendevano piede. Come se una piccola ape avesse cominciato a volare e tutte le altre la avessero semplicemente seguita.

francesco: la cosa che stupisce ascoltando i vostri dischi è la capacita’ di controllare la tensione e l’aggressività, di farla propria, di domare le pulsioni schizofreniche del vostro suono…

brian: Probabilmente hai ragione, credo che questo venga prevalentemente dal fatto che suoniamo in modo continuo, tutti i giorni. Potendo suonare nel posto in cui vivo abbiamo modo di fare pratica, questo ci porta ad un alto livello di controllo sonoro.
Credo che quello di cui parli derivi da un’equazione fra una discreta capacità tecnica, la continuità nel suonare, la voglia di creare un blocco sonoro compatto e il forte affiatamento personale di cui disponiamo.
Io e Brian siamo integrati, il basso e la batteria sono due strumenti che naturalmente tendono a fondersi, in questo modo si forma una tavola schematica, un suono uniforme, deciso.

francesco: pensate che questo venga anche da una elevata capacità tecnica? Quali sono state le vostre esperienze di studi musicali?

brian: Per me suonare la batteria significa entrare in uno stato di eccitazione, sentirmi pieno di forza, di energia. Non ho studiato musica, ho solo suonato e suonato. Per quel che riguarda Brian, credo che neanche lui lo abbia fatto, magari qualche lezione all’inizio. Sai, noi veniamo da una scuola di arti visive, la nostra musica è più un riflesso di ciò. Probabilmente siamo anche musicalmente ignoranti, grezzi.

francesco: da quale necessità è nata la decisione di suonare in due?

brian: Quando abbiamo cominciato a suonare avevamo un cantante, poi dopo un anno e mezzo abbiamo deciso che la cosa migliore era quella di dare spazio solo alla sezione strumentale, noi due. Più persone fanno parte della band più devi creare compromessi, e la cosa che volevamo noi era fare colore (poker), senza preoccuparci di dover lasciare spazio a nessun altro.
Oramai sono più di dieci anni che le cose vanno cosi, fin dai tempi della scuola. Ci sono molte persone che vorrebbero suonare con noi ,ma non riesco proprio a immaginarlo. Abbiamo una complicità musicale troppo forte.

francesco: intervenite molto durante la produzione o avete un approccio lo-fi?

brian: Credo che probabilmente non si possa parlare di una produzione lo-fi. All’inizio le prime registrazioni venivano fatte su nastro, con un mixer a otto tracce e con un walkman che tenevamo sempre in sala. Col tempo invece il suono è diventato costantemente più denso e fitto, da qui la necessita’ di registrare con più microfoni e con un sistema di produzione più complesso. Sai, il fatto è che noi cerchiamo di riprodurre la violenza dei nostri live e la nostra energia interna, la conseguenza quindi è che abbiamo necessità di registrare con un sistema che ci permetta di riprodurla fedelmente. Lentamente quindi ci avviciniamo ad una produzione hi-fi, ovviamente non nel senso pieno della parola, diciamo che c’è stata una continua crescita evolutiva che ci ha portato a guardare con attenzione ciò che veniva prodotto. Comunque vedremo come sarà in futuro, stiamo per ricominciare a registrare nuovo materiale, cosa che mi piacerebbe decisamente fare a casa mia…

francesco: ok, grazie davvero, vorrei chiederti solo un ultima cosa, come mai vi siete spesso tenuti lontani dalle interviste? Pensate che la parola possa fraintendere la vostra espressione o sminuirla in qualche modo?

brian: Non è che non ci piace essere intervistati.. semplicemente non lo cerchiamo.
Siamo sempre circondati da persone con cui comunichiamo, non è una cosa che ci crea problemi. Non so perché la gente dica che a noi non piace essere intervistati. Probabilmente questo succede perché ricevo moltissime e-mail, non avendo il computer a casa non ho modo di controllare sempre la mia casella, e ogni volta che apro e ne trovo una mi dico “ok… faro’ la prossima”. E cosi il gossip cresce e gira… beh.. comunque.. sempre meglio di una voce tipo “i Lightning Bolt vogliono sempre essere intervistati”…

(01/6)