Pamela M. Lee

Francesco Ventrella

Chronophobia

(MIT press, 2004) pp. 368 £ 22.95

Mentre gli scaffali delle librerie d’arte contemporanea si affollano di testi di politologia, sociologia, economia e studi post-coloniali ad uso di improvvisati curatori di eventi culturali (chè andarsi a leggere direttamente Rifkin, è troppo dispendioso se nell’agenda c’è il vernissage dell’artista tedesco che espone Pierrot!), la casa editrice del Massachusetts Institute of Technology sembra fare un meditato passo indietro per riprendere i suoi studi sul rapporto arte e tecnologie, pubblicando il saggio di Pamela M. Lee. Chronophobia affronta il tema dell’arte degli anni Sessanta in rapporto al modo in cui le nuove tecnologie, la cibernetica e la nascente comunicazione multimediale stavano cambiando la coscienza del tempo nella società occidentale: il topos del tempo della contemplazione consumato dalla Storia viene sostituito dall’’ansia del tempo velocizzato e la storia viene ingoiata da questo vortice. Molly Nesbit scrive che la Lee, chiedendosi “In quale tempo tu e l’opera d’arte esistete?” ha fondato le basi di una nuova critica. Di fatto, l’analisi storica di Pamela M. Lee non parte dalla Storia dell’Arte, ma dalla cultura visiva contemporanea a Warhol, On Kawara, Robert Smithson, Carolee Schneemann, Bridget Riley e Lygia Clark solo per citare alcuni degli artisti/e che rientrano nel suo discorso. Gli immaginari diffusi dai magazine, dalle campagne promozionali in favore della ricerca scientifica, dall’avvento dei computers e dei processi di automazione, dalla moda, per non parlare dello sbarco sulla Luna, trasmesso nelle tv americane l’estate del 1969, compongono un panorama complesso che le opere d’arte stesse possono contribuire a definire criticamente. La personale posizione della Lee è proprio questa definizione dell’opera d’arte: non è il critico a fare la critica (e l’opera), ma l’opera stessa. In rapporto ai contesti culturali in cui viene “consumata”, l’opera attiva una critica sui contesti stessi. Il ruolo del critico/storico/curatore, quindi, è invece quello di intessere delle reti attraverso le quali veicolare delle storie. Forse si sta chiudendo l’era dei post- e si sta aprendo la possibilità per una storia multipla di fatti e persone? Ma vi prego, non portatevi via il post-rock!

(Francesco Ventrella)