PARLAMI DI TE

Ilaria Gianni

Vi siete mai sentiti seguiti, spiati, osservati, ascoltati? Attenzione perché passando di fronte ad una galleria d’arte potrebbe capitarvi di vedere le fotografie della vostra vita quotidiana appese alle pareti! L’artista francese Sophie Calle (1953) compie delle intrusioni nascoste e indolori, tentando di dissolvere i confini tra arte e vita, pubblico e privato, voyeurismo e partecipazione. Ha seguito sconosciuti, li ha spiati coinvolgendoli spesso inconsapevolmente nel suo gioco di invenzioni narrative, fantasticando su una vita di cui si appropria attraverso il racconto. Un’artista “detective”, le cui opere risultano come racconti e biografie immaginarie. In “Suite vénetienne” (1980), Calle seguì un uomo che aveva incontrato ad una festa a Venezia, fotografandolo per due settimane. In “L’Hotel” (1981), si fece assumere come cameriera in un albergo dove ogni giorno fotografava gli oggetti personali degli ospiti delle camere creando un’opera bastata su percorsi narrativi immaginari, a partire da dettagli rinvenuti rassettando. Ma il lavoro di Sophie Calle, se da una parte ricostruisce la vita altrui senza il consenso del protagonista, dall’altra invece, espone l’artista in prima persona, mostrando la sua vita privata: in “La filature” (1981), Calle chiede alla madre di assoldare un detective privato che la segua per un giorno, ignaro del gesto artistico; un ulteriore modo di raggiungere quella fusione tra arte e vita che solo la macchina fotografica con il suo effetto di testimonianza contribuisce a creare.
Inserire la propria vita nell’arte, raccontare se stessi e il mondo da cui si è circondati è anche la modalità artistica praticata da Nan Goldin, fotografa americana nata nel 1953. Negli ultimi trent’anni, Goldin, ha creato un “diario visivo” documentando giorno per giorno la complessità di rapporti e legami vissuti tra sesso e droga, ambiguità e violenza, vita e malattia, divertimento e nostalgia, amore e morte, con una intensità che trapela dagli scatti sentiti e necessari. Foto scattate con consenso e estrema consapevolezza da parte di amici, amanti e compagni di avventura. Consapevolezza non tanto del gesto artistico, in un primo momento non contemplato, quanto dell’intrusione dell’obbiettivo nell’intimità della loro vita, dove non esistevano più muri e confini, ma spazio e tempo liberamente e consapevolmente condivisi. L’identità di Nan Goldin si nutre e vive solo grazie alla tessitura sociale in cui si muove, un’espansione della nozione di se stessi nella quale la partecipazione dell’altro e di sé nell’altro assume un valore fondamentale. Foto dunque prive di qualsiasi indiscrezione voyeuristica. Osservandole è evidente una profonda condivisione fra l’artista e i suoi soggetti, quasi l’obiettivo fosse una protesi del suo occhio e del suo spirito, che potesse raccontare i suoi sentimenti e conservare quelli dei suoi cari diventando un momento di ulteriore e più profonda connessione con l’altro.
Un lavoro pressoché simile compie Araki (1940) fotografo giapponese con il suo libro “Voyage Sentimental” del 1971. Una serie di fotografie narrano momento per momento il viaggio di nozze con la moglie Yoko: situazioni intime, gesti quotidiani e avventure vissute. Ma l’esibizione sistematica della vita di Araki raggiunge l’apice con la malattia e la conseguente morte della moglie. Araki ha fotografato in maniera maniacale ciascun istante di ciascun giorno: Yoko seduta, mentre fuma, mentre cammina, nel letto di ospedale, nella bara. Un’opera immensa in cui narra e espone la propria vita con il desiderio di rendere eterni quegli istanti e di fissare il fluire del tempo. Araki vive attraverso il medium della fotografia, esattamente come Nan Goldin (con la quale ha collaborato nella serie Tokyo Love, 1994). Tuttavia le fotografie meglio note di Araki sono i ritratti erotici di giovani donne denudate, appese al soffitto, legate, aperte, donne bellmeriane. Modelle che si assoggettano volontariamente e consapevolmente all’obiettivo e alla storia che il fotografo inventa: molti dei suoi lavori si configurano come veri e propri racconti che si sviluppano durante gli scatti, attraverso la complicità che si instaura tra i due. Una storia che nasce sul momento grazie alla disponibilità del soggetto di farsi tutt’uno con il fotografo, di fidarsi e di farsi raccontare. Araki non chiede semplicemente di posare, quanto di partecipare alla creazione di quell’atmosfera particolare, capace di restituire attraverso le immagini di corpi nudi l’idea del desiderio, la narrazione della sensualità pura, dell’erotismo estremo che nulla ha di volgare né tanto meno da intendersi come frutto di un semplice divertissement voyeuristico, che risulta essere un’urgenza dell’artista e delle sue modelle.
Tre modi di raccontare l’altro e se stessi: fantasticare, partecipare, inventare.
Tre modalità che si sovrappongono negli artisti presi in considerazione.
Tre effetti ottenuti con la potenza della fotografia, unico medium capace di ottenere un effetto di credibilità. Sophie Calle ruba i gesti quotidiani di uno sconosciuto fantasticando sulla sua vita, Nan Goldin documenta la propria vita narrando la propria intimità, Araki inventa una storia con un soggetto che subisce volontariamente e consapevolmente l’obiettivo godendo della sua aggressione. Momenti che si sovrappongono in ognuno dei tre fotografi come in un cerchio: raccontare, raccontarsi e farsi raccontare. Si entra, con o senza il consenso, nella vita degli altri e si mostra la propria senza la richiesta dello spettatore che a sua volta penetra nella vita dell’artista con il suo consenso. Tre punti di vista, tre punti da guardare. Urgenza di catturare e raccontare l’altro, se stessi e la propria fantasia, l’altro che invado, l’altro in cui mi riconosco e l’altro che vuole essere costruito.

(01/5)