White Out + Jim O’Rourke e William Winant

Valerio Mannucci

“China is near”

(CD, ATP recordings, Goodfellas, 2005)

Quest’album/collaborazione fra i White Out (Lin Culberston e Tom Surgal) ed il duo formato da Jim O’Rourke e William Winant è uno di quegli oggetti delicati che forse sarebbe meglio non toccare. Da bambino ti insegnano a stare alla larga da tutto ciò che è considerato prezioso perché non puoi essere in grado di valutarne il valore. Ma non sapendo se il valore reale è quello dell’adulto preoccupato o del bambino che se ne fotte, di fronte ad un disco come “China is near”, che si inscrive di diritto all’interno della musica improvvisata - evidentemente di indiscutibile valore tecnico e stilistico (basterebbe guardare i nomi dei musicisti..) - vorrei almeno potermi fare delle domande. La prima, e più semplice, riguarderebbe il concetto stesso di improvvisazione, che oggi, legato al supporto ‘disco’ (per definizione finito e riproducibile), sembra essere diventato un ‘genere’ con tutto ciò che esso comporta. La seconda riguarderebbe il fatto che di collaborazioni se ne vedono davvero tante e che è difficile capire se sono degli allegri convivi fra professionisti o dei lavori con un progetto dietro. Sarebbero solo domande. Dopodiché sarei felice, perché in fondo il disco ha una sua andatura, che non manca certo di momenti musicalmente evocativi. L’interazione trascinante fra gli strumenti percussivi, suonati da Tom Surgal e William Winant, e i sintetizzatori, nelle mani di Lin Culberston e Jim O’Rourke, funziona bene; l’impasto di suoni analogico-sintetici e di percussioni scivola via senza troppi giri a vuoto, fra echi e riverberi metallici (che a pensarci bene sono un pò retrò). D’istinto ho pensato agli anni settanta e poi agli Einsturzende Neubauten, alla musica accademica del secolo scorso e all’elettroacustica di oggi. Il tutto in un gioco forse un po’ troppo serioso, in cui il problema vero è che non si va oltre l’eclettismo e l’ispirazione mistificante dell’artista. Per chiudere: quello che questo disco mi ha lasciato di sicuro, oltre ad un piacevole ascolto, è il senso (spiacevole stavolta) di essere ancora una volta passato fra le scorie di una non meglio identificata ‘postmodernità’.

(Valerio Mannucci)