EDGAR VARESE. L'IMMAGINAZIONE DEL POSSIBILE

Emiliano Barbieri

Se si parte dalla semplice constatazione che alcune persone sono capaci di immaginare ciò che poi in futuro avverrà e che proprio tali visioni indirizzano il progresso tecnologico, all’interno della musica del secolo passato un posto di rilievo spetta di sicuro al musicista francese Edgard Varèse, capace di regalarci nel 1936 l’utopia di ciò che poi sarebbe realmente accaduto: “…verrà il giorno in cui il compositore, una volta realizzata graficamente la sua partitura, potrà affidarla a una macchina che ne trasmetterà fedelmente ed automaticamente il contenuto musicale all’ascoltatore.” Come i suoi colleghi futuristi che volevano forgiare il rumore come materia astratta e quindi adattabile ad ogni esigenza compositiva, anche Varese era semplicemente nato troppo presto.
La sua vita artistica inizia nel 1915 a New York, mentre è intento alla divulgazione di autori europei come Debussy e Stravinsky e alla composizione dei suoi primi lavori: “Hyperism” del 1923 con il quale, mischiando strumenti a fiato e percussioni, riesce a far scappare metà platea durante l’esecuzione (anche se l’altra metà chiedeva il bis), e “Ionisation” del 1931, dove 13 musicisti suonano 37 tipi diversi di percussioni e due sirene suonano su ottave diverse come veri e propri strumenti musicali. So che pensare a tredici batteristi e due sirene non sembra oggi il massimo della sperimentazione, ma ricordiamoci che stiamo parlando di prima della seconda guerra mondiale e, a quei tempi, un compositore europeo che utilizzava strumenti provenienti dal jazz era già una piccola rivoluzione. La nostalgia del futuro lo spinge nel ’27 a chiedere di lavorare per i Bell Telephone Laboratories pur di poter avere accesso alla possibilità di sperimentare nuovi suoni. Incassa un secco rifiuto (…questi laboratori diventeranno anni dopo il fulcro della sperimentazione sulla sintesi dei suoni al computer…strano destino, vero?). La frustrazione lo spinge alla stesura di un manifesto intitolato “liberation of sound” in cui auspica l’avvento di una macchina capace di superare contemporaneamente il sistema temperato, la fissità timbrica, la rigida suddivisione delle ottave e tutto ciò’ che appare ai suoi occhi come arbitrario e legato al sistema musicale europeo tardo ottocentesco. Non più fissata dalla tradizione, la forma musicale potrà “dare corpo all’intelligenza che è nel suono”.
Varèse dovrà aspettare la fine della seconda guerra mondiale e le prime sperimentazioni elettroniche di Schaeffer, Henry e Stockhausen per essere riconosciuto da tutti come il profeta di questo nuovo mondo sonoro finalmente dischiuso. All’età di 71 anni, il sognatore ostinato ritornerà sulle scene e comporrà “Desert”, una sorta di collage di suoni su nastro e fiati tradizionali definita all’epoca la “prima pistola nella battaglia per la liberazione del suono”. Le Corbusier costringerà la Philips ad averlo come compositore per il suo padiglione multimediale costruito in occasione della fiera di Bruxelles del 1958. All’interno di questa struttura realizza un lavoro chiamato “Poem electronique” dove 425 altoparlanti sistemati all’interno della struttura mandano suoni di ogni tipo accompagnati da fasci di luce colorata che mutano al variare degli stessi. Un lavoro che ricorda molto le odierne istallazioni audio-video.
Muore nel 1965 al culmine di questa sua seconda vita, finalmente accettato da un mondo che aveva profetizzato anni prima senza essere compreso. La sua influenza è stata riconsciuta anche nell’ambito più popolare grazie ai tributi di Frank Zappa, Charlie Parker, Beatles, Pink Floyd. Anche io, ora che il laptop lo sto usando per scrivere, riconosco che forse era proprio questo lo strumento sognato da Varèse. Basterebbe chiudere questo orribile programma di videoscrittura per dare fondo alle infinite possibilità di sintesi offerte dalla potenza dei nostri calcolatori…basterebbe la sua vita a ricordarci che l’innovazione non è un puro frutto del caso ma va continuamente ricercata attraverso sogni ostinati che prima o poi saranno tecnologicamente tradotti.

(01/2)