Scultori di Suono

Valerio Mannucci

di Daniela Cascella

(Libro, Tuttle Edizioni, 2005)

Il testo di Daniela Cascella, “Scultori di suono - Percorsi nella sperimentazione musicale contemporanea”, si propone un compito ad alto rischio (come si può intuire già dal titolo): quello di correre sul filo sottile che passa fra la musica sperimentale nelle sue molteplici sfaccettature e le ‘arti visive’ (intese come attitudine estetica e non come criterio formale). In fondo è un racconto, come sembra anche premettere la stessa autrice: “...L’intenzione è quella di indicare alcuni dei principali tracciati definitisi in questo breve e recente periodo di tempo e di catturarne le sensibilità più marcate che guidano un fenomeno ancora suscettibile di mutamenti”. Ed è un bel racconto, ricco di esempi e richiami a fonti dirette (interviste, citazioni. ecc), che si snoda agilmente, definendo molto bene quello che, pur essendo un percorso inevitabilmente personale (la stessa autrice ne fa esplicita ammissione), si avvicina non poco al concetto di semi-universalità. Tutto sta ovviamente nel condividerne il metodo e l’approccio, dopodiché c’è veramente poco da recriminare. Ecco qual è forse l’unico punto di disaccordo. Secondo il mio modo di vedere c’è troppa attenzione al concetto di ‘suono’ e non abbastanza a quello di ‘contesto’. Mi spiego meglio, se un’analisi si propone di vedere in che modo l’uomo si sia approcciato al suono (in determinati ambiti artistici) senza mettere in questione i meccanismi che contribuiscono allo sviluppo stesso di queste pratiche artistiche, essa rischia di rendere il suono una specie di oracolo, che maschera la realtà, come se (estremizzando) l’uomo fosse un essere vergine di fronte ad un essere mitico (che sarebbe il suono). Le succitate ‘sensibilità’ potrebbero diventare dei catalizzatori d’attenzione che devierebbero da tutto il resto. Non siamo certo a questo punto, ma se in alcuni casi, come quando l’autrice affronta la questione dello svilupparsi improvviso dell’estetica riduzionista e neo-minimalista dei vari Carsten Nicolai, si guarda in un certo senso anche al contesto, in altri casi ci si ritrova a proseguire sul solo filo logico definito dai nomi e dai dischi. Un viaggio sulla strada collaudata dell’innovazione > assimilazione del nuovo > necessità di una nuova innovazione; mentre per un ‘oggetto’ come quello in questione, così invischiato in una serie di dinamiche e di trasformazioni dovute anche e soprattutto al suo travalicare di continuo gli ambiti e i contesti, si sarebbe forse dovuto andare un po’ più a fondo nei meccanismi e nelle pressioni di un sistema, intellettuale e commerciale, come quello contemporaneo.
A parte questa digressione personale, devo dire che “Scultori di suono” è un testo completo, frutto di un percorso personale solido, che in Italia ancora non c’era e che, pur tappando un buco nel panorama editoriale italiano, si tiene consapevolmente alla larga dal voler essere un compendio o (peggio) un manuale della sperimentazione musicale contemporanea. Insomma, se solo fosse andato ad indagare alcuni fattori non lineari, laterali, nascosti che sono esterni al suono in quanto tale, ma che ne condizionano l’esistenza e lo sviluppo allo stesso modo, non avrei avuto nulla di cui farmi bello in questa recensione...

(Valerio Mannucci)