CRISTIAN RAIMO

di Giordano Simoncini

Un assunto, incardinato più che altro su regolarità empiriche: di racconti come quelli di Christian Raimo, in Italia, di questi tempi non ne compri molti. Comprare, si, il verbo deve essere quello: che c’è poco da trovare, se uno le librerie le passeggia anche meno che adeguatamente, così, a perder tempo, almeno un paio di volte al mese. Da comprare, invece, ce n’è ed anzi: perché uno magari trova su di un espositore Dov’ eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (Minimum Fax, p. 207, Euro 11,00), che è lì, col suo poco tollerabile titolo, e dopo un’ istantanea rassegna della partita doppia della coscienza (supponiamo: i libri costano tanto / di soldi ne ho sempre pochi; non li spendo per gli emergenti / là in fondo c’è la pila della nuova trovata di Baricco; però dovrei rinunciare alla cena di Sabato / fuoriesco dalla libreria) è verosimilmente portato a voltare le spalle all’ apparire del volume, perdendoselo in maniera drastica e quasi sempre ineluttabile.
Un peccato.
Di Cristiano Raimo, innanzitutto, cosa dire: che è giovanissimo, che ha già all’ attivo un’ antologia di racconti (Latte, Minimum Fax, 2001) con la quale ha vinto il Premio Tondelli ed il Premio Settembrini, che vanta un possesso della lingua madre tale da consentirgli di tradurre niente meno che David Foster Wallace, che nella vita – a leggere qui e lì sue lacunose (auto)biografie – pare abbia fatto già tutto, compreso il cabaret, che cura un’ interessante pagina di confronto letterario sul sito- base di Minimum Fax.
Dei racconti del suo ultimo “Dov’ eri tu…”, invece, che cosa: si tratta, in un certo senso, di unici connessi, come fossero le componenti di un catalogo, forse un compendio, che potrebbe illustrare il frastornamento emotivo dell’ universa societas dei 20/30enni d’oggigiorno, un intontimento equivoco e grave del quale questi stessi giovani non sembrano affatto essere artefici. Meglio; non viene presentato come plausibile o sensato il semplice protendere alla ricerca di una qualche spiegazione in merito a tale ingrata e diffusa condizione, dato lo strano e flebile e costante presentimento che ciascuno dei personaggi sia in qualche modo cementato per le estremità nel bel mezzo di un susseguirsi irrazionale di vicende eterne, necessarie, che sopraggiungono e si dileguano all’ esperienza, indistintamente come – perlomeno di norma – “regolari” (la nascita della vita, che apre il libro, o la morte, che non lo chiude) così come anche decisamente stranianti (la cinese che vuole farsi odorare da quella sorta di Malaussène-in-contumacia che è il protagonista di Cassius Clay), e che sovrastano l’ individuo, esistendo a prescindere da lui. In tal senso, il modo in cui Christian Raimo pensa la sua narrativa è decisamente quello del racconto postmoderno americano; e non in questo solamente, come dicono il marcatissimo citazionismo di Magari no, suppergiù fine a sé stesso, o i molti vezzi del conclusivo Il segno di Giona.

Postmodernismo: ma al limite, come dice lo stesso autore, poiché etico; quasi una contraddizione in termini. Ed ancora, in un certo senso, dropout (come dico io), nella misura in cui non defamiliarizza il lettore, ed anzi lo tira dentro a forza, anche e soprattutto grazie al modo in cui vengono presentati gli scenari ed i personaggi che li occupano. In virtù di ciò le storie si fanno vive, a volte irresistibili, proprio lì dove lo scrittore, romano, parla dell’ Urbe, dipingendola come l’ incantata eterotopia del 60notturno (Coma Morfico), o come un ecosistema di personalità semplici dai triviali valori (Gli amici della Canottieri Lazio), o magari come il mesto scampo di chi, giorno dopo giorno, convive con lo sconforto di Latina o con l’ indolenza viterbese (La vita che verrà).

Qui di seguito, una manciata di risposte estorte all’ autore nel mezzo del trambusto dei suoi impegni. E qualora ti trovassi a solcare nuovamente l’ ingresso di quella libreria, dai, fai lo sforzo.



D: Il tuo personale Vacanze romane, da dove – ed in che modo – prenderebbe le mosse? Da dove viene Christian Raimo?

R: Nato vissuto vivente a Roma. Forse non ne può più di respirare quest’aria racchiusa nel raccordo anulare, ma lo conforta la presenza di persone senza le quali la sua vita sarebbe un fico secco. Vorrebbe essere, più che uno scrittore famoso, un padre di famiglia con tre piccoli bambini

D: Non posso fare a meno di chiederti più diffusamente della tua attività di cabarettista…

R: Ho fatto cabaret per sei - sette anni con un gruppo di altre persone e ci chiamavamo I cavalieri del Tiè. Mi sono stufato perchè forse non era la mia vocazione, perchè la destinazione del cabaret è una televisione alla Zelig nel migliore dei casi, e il mio modello era Lenny Bruce o i Monty Python, perchè non avevamo tempo sufficiente per diventare bravi. Cosa facevamo? Un misto tra satira, demenzialità, cose più teatrali, il che me ne rendo conto vuol dire tutto e niente. Ma è un po’ come mi capita nei racconti: il desiderio di sperimentare, di fare cose diverse mina la possibilità  di omogeneità, e forse può far sembrare che non ci sia stile. Spero che non sia così.

D: Perché un titolo così poco sobrio per la tua ultima pubblicazione? Suona come ad personam, tra l’ altro… ci prendo?

R: E’ una citazione di Dio. Precisamente una frase che Dio dice a Giobbe alla fine del Libro di Giobbe. Dopo che Giobbe si è lamentato fino allo strazio, chiedendo spiegazioni e conto a Dio delle disgrazie che gli sono accadute. Alla fine Dio gli risponde e gli pone domande ancora più maiuscole…

D: Perché due raccolte di racconti, una a seguire l’ altra? Solitamente – certo, non è legge universale; ma solitamente il corso più consueto è la classica matrice “racconti – romanzo – (saggio) – romanzo”. Cosa che tu hai assolutamente dribblato. Che dici?

R: Uno prova a fare quello che sa fare, forse oggi sarei capace di scrivere un romanzo. Finora no. Sto scrivendo un romanzo effettivamente, ma a otto mani, e quindi il mio sforzo anche lì è minore. Oppure più intenso, perchè trovare la sintonia in una scrittura collettiva non è facile, ma è anche uno dei regali più grossi che può ricevere uno scrittore, che altrimenti fa un lavoro quasi del tutto solitario.

D: “Latte” pare averti dato alcune soddisfazioni. Cosa riguardo il livello di attenzione che hai guadagnato da parte e di pubblico e di stampa? Se non sono indiscreto, sei a conoscenza dei dati di vendita? Se sì, li ritieni appropriati?

R: Non so i dati di vendita precisi. Credo che Latte abbia venduto 2000 copie, che è quanto (poco) vende un libro di narrativa italiana che va benino. La narrativa italiana giovane è un po’ come l’ aeromodellismo: interessa una schiera di appassionati e poco altro, se si è pessimisti. Se si è ottimisti, pensi che invece hai la possibilità di cambiare non dico il mondo ma un po’ le idee e i sentimenti delle persone.

D: Il tuo stile – vivace ed al contempo contenuto – è verosimilmente definibile come “un qualche tipo di postmodernismo”. Tu come descriveresti quello che scrivi? O come diresti che lo percepisci, dopo che l’ hai scritto?

R: Io direi che mi piaceva quello che una volta mi ha detto Vincenzo Ostuni, un mio amico poeta ed editore, e cioè parlava di postmodernismo etico, che è quasi un ossimoro o una categoria al limite. E’ vero che provo a usare stilemi, e virtuosismi anche, di scrittori americani contemporanei, postmoderni o no non vuol dire molto, e ad iniettare in questo tipo di possibilità  stilistiche quelle istanze etiche che mi sono più a cuore…