SAGGIO DI FINE

Carola Bonfili

La mattina si masturbava regolarmente. Era l’unico modo che conosceva per riuscire ad alzarsi. Un piccolo incoraggiamento per farsi prendere bene la giornata.
Mentre si toccava non pensava a volti da lui conosciuti o a parti del corpo standard e ben sviluppate.
Nella sua fantasia c’era una ragazza dall’aria molto tranquilla che gli diceva che nulla aveva importanza. Gli diceva anche che tanto era tutto un gran casino e bisognava solo viversela. Ovviamente questa era l’aria generale, poi le dinamiche cambiavano ogni volta.
Ora era sdraiato sul letto, si guardava la pancia, le mani sulla pancia, l’ombelico leggermente sporgente e pensava a quando da piccolo riusciva a tirare fuori tutto il ventre e il gonfiore faceva tirare la pelle.
Gli piaceva vedere quella pancia così pronunciata, come ora provava lo stesso piacere nel guardare il suo viso quando era particolarmente stanco. Le linee della faccia si accentuavano procurandogli quell’aria sinistra di cui andava così fiero.
Continuava ad osservarsi, l’ attenzione adesso era rivolta alle ginocchia che gli sembravano gonfie e irrigidite; non riusciva neanche a distenderle completamente e questo lo preoccupava non poco.
E si interrogava sul perché riuscisse a fare le cose solamente quando era spaventato, fosse stato per lui non avrebbe fatto niente dalla mattina alla sera. O almeno solo attività assolutamente basilari con risultati immediati, e poi non era neanche particolarmente bravo nelle cose pratiche. Cronicamente sbadato, la sua noncuranza verso qualunque cosa che non lo riguardasse in prima persona lo portava a fare continuamente delle cazzate.
Ma quando studiava non gli succedeva niente di simile. Studiava matematica ed era sinceramente affezionato a questa disciplina. Amava i numeri planici, quelli di Renard, i ciclici e gli affini. Le teorie di Cardano e di Binet. La sua preferita era quella di Euler-Lindemann. Questa preziosissima teoria racchiudeva dentro di sé le cinque unità fondamentali della matematica.
Qualcuno gli aveva detto che assomigliava ad un’opera che un signore aveva fatto su un vetro, lui però chi fosse questo signore ora non se lo ricordava più.
Quando qualcosa lo infastidiva si metteva a leggere, a poco a poco i muscoli della fronte si rilassavano e a volte sorrideva anche.
Stava cercando di provare una sua tesi sulla possibilità di fissare i procedimenti tecnici ed ideativi di un artista. Li avrebbe calcolati tenendo conto delle modalità diverse di lavorazione e delle caratteristiche stilistiche e fisiche della persona in questione; modalità che sarebbero state cristallizzate a priori in formule standard.
Non aveva mai disegnato, né scolpito, né prodotto nulla di vagamente artistico, ma era sempre stato un attento osservatore e gli sembrava di riconoscere più di una similitudine tra le due discipline. Sosteneva che un buon matematico doveva essere tanto fantasioso quanto doveva esserlo un artista per dare di più del minimo dovuto.
La prima persona che glielo fece notare fu il padre; lui diceva che se volevi proporre un punto di vista creativo dovevi esserne all’altezza. Se no era come fare qualcosa per il saggio di fine anno, dove non gliene frega un cazzo a nessuno ma tutti applaudono.
L’unico artista che lo studente conosceva era Gigi Ressa. Che nel ’ 70 si distinse per alcune elaboratissime sculture feticcio. Erano assemblaggi di oggetti lasciati in casa sua dalle amiche di una notte del fratello. Ora che i tempi erano cambiati e il fratello si era sposato ormai da dieci anni, lo scultore aveva iniziato a comporre le sue opere con avanzi, in particolare con schifezze raccattate furtivamente da buffet inaugurali di mostre fatte solo in posti importanti. L’unica certezza che aveva Gigi Ressa, era quella che non si sarebbe mai trovato a raccogliere ombrellini cinesi al suo vernissage.
Ed era proprio lui che lo studente avrebbe dovuto incontrare quel pomeriggio; Ressa lo aveva invitato a passare del tempo nella casa che divideva con un tizio dal passato incerto che diceva di chiamarsi Christer Blomquist.
Non era affatto solleticato dall’idea di stare tutto quel tempo in compagnia dei due gentiluomini, avrebbe ascoltato disquisizioni sul vecchiume inghingherlato e sulla gioventù standard e impalata frequentatrice di vernissage; si sarebbe addormentato, probabilmente col gomito steso su un piatto di plastica colmo di avanzi non identificabili, Sprite e modellini di carta.
Inoltre, da quando frequentava gli amici dello scultore, aveva cambiato il suo modo di parlare. La voce si era leggermente incrinata e gli rimaneva difficile scandire correttamente una frase senza mangiarsi metà delle parole.
E rimase disteso tra le lenzuola ancora per qualche minuto. Però doveva andare al gabinetto e aveva anche molta fame. Mangiava sempre al bar e sempre le stesse cose, tranne le due volte al mese che si ritrovava a trangugiare tutto quello che era a portata di mano. Per il resto solo tramezzini della peggior specie.
Scese velocemente un piede dal letto, poi l’altro e si girò con tutto il corpo. Non mangiò nulla, si lavò distrattamente e uscì di casa per rientrare subito dopo. Doveva controllare il gas. Sapeva di averlo chiuso ma non riusciva ad evitare quello strano rituale. A volte gli capitava di pensare alle conseguenze di un’esplosione nel suo appartamento.
Si immaginava di tornare la sera e trovare la vicina avvolta in un asciugamano verde chiaro davanti ad un paesaggio di fumo e detriti. A quel punto sarebbe andato da qualche altra parte ad aspettare che la situazione si sistemasse.
Ci mise un po’ ad arrivare al motorino, si soffermò per spostare alcune lumache che con la pioggia erano uscite da un piccolo prato per transitare sul vialetto, in balia di qualche probabile piede incauto.
Nonostante la buona azione verso il regno animale un cane gli aveva pisciato sulla catena ora impregnata di un odore acre e malsano che svampava ad intermittenza, quindi il ragazzo si trattenne ancora qualche istante per imprecare.
Era già lanciatissimo per la discesa quando le maniche della giacca troppo lunghe per fargli cambiare le marce e la strada che improvvisamente curvò lo fecero sbandare e cadere. Rimase accovacciato a terra, i palmi delle mani erano sbucciati quasi fino a scoprire la cartilagine e dove si vedeva ancora della carne intatta c’erano pezzettini d’asfalto conficcati nella pelle. La sensazione era quella di abbandono che si prova dopo una violenta sgridata da parte di qualcuno che non ti vuole più tanto bene.
L’ultimo ricordo che ebbe, prima di svegliarsi in una stanzetta che odorava di piedi, fu il viso di un signore in tuta blu da lavoro che secondo lui lo fissava senza parlare.

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