IL RITORNO IN CAMPER DEL LUDWIG VAN

Rudi Borsella

Nel gioco circolare delle “reunion” che ciclicamente investe il mondo del rock, da quelle benedette, dei Pixies, a quelle (???)tipo Duran Duran, è passata pressoché nell’ombra, la notizia del ritorno sulle scene dei Camper Van Beethoven. Non che mi aspettassi grossi clamori, visto che neanche durante la seconda metà degli anni ’80, periodo delle operazioni, avevano goduto della giusta attenzione da parte della stampa specializzata, troppo presa dalla ricerca di nuovi trends e santificazioni di dinosauri. Troppo vari per essere catalogati e troppo stimolanti e divertenti per i censori bacchettoni, i “Camper” godranno dell’amore incondizionato di fedelissimi fans, attirati all’inizio da quel nome bislacco, che li seguirà nei vari progetti paralleli e postumi. I ”CVB” sono una di quelle band per cui è necessario coniare un nuovo nome per catalogarne lo stile. Ascoltando i loro dischi si entra in un caleidoscopio musicale inarrestabile e sorprendente. Dallo ska al folk, dal punk alla musica balcanica, tex-mex che segue al pop, sirtaki e psychedelia si rincorrono senza confini fisici e temporali; ogni canzone è una piccola gemma spiazzante, non sai mai cosa ascolterai nel prossimo solco. Il tutto servito con testi ironici e surreali e titoli esilaranti quali: ”The day that Lassie went to the moon”, ”Jo Stalin’s Cadillac” o “ZZ Top goes to Egypt”. E’ il mondo frullato e curioso di 5 ragazzi californiani che si divertono a giocare con la musica, abbattendo barriere, che pochi prima di loro, Zappa, Captain Beefheart, Kaleidoscope, avevano avuto la sfrontata leggerezza di affrontare. I “ CVB”, D. Lowery (chit. voce), V. Krummemaker (basso), G. Lisher (chit), J. Seagel (violino), C. Pedersen (batt.), e in tempi diversi C. Molla, M. Flichter (viol.) e D. Immergluck (pedal steel), nascono nel 1985 a Santa Cruz, in un periodo in cui le tendenze dominanti, passata la furia del primo hard-core, venivano dettate da una parte da bands come i REM, Dream Syndicate, Thin White Rope, proiettate al recupero delle radici, dall’altra, la propensione a superare i limiti sonici di Sonic Youth, Swans, Big Black. I CVB con il loro originale miscuglio di generi e humor furono una boccata d’aria fresca tra tanta seriosità e divennero, inconsapevolmente, tra i precursori della scena indie americana del decennio successivo. L’esordio è dell’85 “Telephone free landslide victory”; è subito chiaro che gli autori, oltre ad essere dei fusi di testa, hanno un grande talento nel costruire irresistibili pop-songs, vestendole con gli abiti più improbabili. Profumi di steppe russe, cow-boy sonnolenti, adrenalina punk e marcette stampalate, accompagnano una “Take the skinhead bowling”, che li impone nelle college-radio e fa guadagnare loro l’attenzione della Rough Trade, lungimirante label inglese, che li mette sotto contratto. Questo ed altro ancora è il menù offerto dai 5 mattacchioni, nel successivo “II & III”, dell’86, probabilmente più duro e spigoloso del precedente, colpisce per l’eclettismo di scivolare dentro linguaggi così disparati con tanta naturalezza. Esce nello stesso anno il terzo capitolo, intitolato semplicemente “C.V.B.”, segno di una produzione debordante che continua ed amplia il solco dei lavori precedenti. Stakanovismo quello dei nostri, che trova il giusto sfogo nei side-projects e nel gruppo ombra “Monks of Doom” con la soundtrack “Breakfast on the beach of beach of deception”, in compagnia di un altro squilibrato come Eugene Chadbourne, ex leader dei Shochabilly, in 2 album di deliri, tributi e cazzeggi sotto il nome “Camper Van Chadbourne”; ed ancora, la pazzia di rifare un clone di “Tusk” dei Fleetwood Mac, uscito postumo nel 2001. Dopo il brillante, ma interlocutorio e.p. “Vampire can mating oven”, con l.p. ”Our beloved sweetheart” dell’88, raggiungono il loro apice creativo. Gli ingredienti che avevano caratterizzato i dischi precedenti vengono metabolizzati e plasmati, in canzoni mai così personali e mature, una forte crescita artistica,che regala alla musica del quintetto una nuova luce, più emozionale ed intima. “Key Lie Pie”dell’89, prosegue il cammino intrapreso, e conferma i CVB band di statura eccelsa, ma è anche il canto del cigno del gruppo, che si scioglie di lì a poco. “New roman times”, in uscita imminente, dopo il ritorno on stage, diventa un’occasione unica per testare se questa reunion, comunque gradita, sarà all’altezza di un passato tanto brillante. Per conto mio, ho pochi dubbi, dopo aver letto la loro presentazione “…it’s Abbey Road of neo-futuristic sci-fi country rock concept album…”!!!!!!!!!

(01/2)