Son[n]o

Giordano Simoncini

di Antonio Rezza

Bompiani, 2005 pp. 199 Euro 7.20

Non cogito ergo digito, incastrato nella sua piccola fenditura sulla libreria, lo serbo alla stregua di un esemplare di pregio. Un po’ per la copertina, che pretende di essere un ritratto di Giovanni Semerano – linguista schivo e granitico scomparso peraltro non moltissimi mesi fa; un po’ perché il libro l’ ha scritto pur sempre Rezza, che è l’ unico vero perfomer italiano vivente, uno che quando l’ Italia lo capirà appieno sarà comunque troppo tardi, come con Carmelo Bene; ed un po’ per come è stato scritto, questo libro, nel senso specifico della tecnica adoperata. Che poi sarebbe un mirabolante flusso di coscienza, con la coscienza spostata dal cervello alle mani in quanto “emanazioni di materia grigia in grado di comporre storie fantastiche”. Dalla prova letteraria che è stata Non cogito, primo brillìo di una creatività fugace ma appagante, non ci sarebbe però stato verso di prevedere che il terzo parto del Rezza/scrittore, entità diagonale ed incostante, somigliasse a qualcosa che è stato prodotto non più da mani disconnesse dal pensiero sintetico, ma addirittura da puro pensiero disconnesso dallo stato di veglia, cioè “sacro” in quanto indifferenziato. Son[n]o calca e insiste così tanto e così propriamente sul dormire che non si può neanche escludere che sia stato trascritto nella fase di pre-veglia che separa il momento in cui si aprono gli occhi da quello in cui si riorganizza la coscienza in una forma analoga a quella del dì precedente. Ciononostante, paradosso di quelli che sono legittimato ad imbastirne proprio perché parlo di cose paradossali, Son[n]o è un libro pensato: pensato nel senso che è pensato in un certo modo, che poi è lo stesso di un celeberrimo best seller, anch’ esso Bompiani, Neve di Fermine (la somiglianza è abbacinante, verrebbe da dire che è un altro modo di essere di quel libro); e pensato, anche, nel senso che, “come un libro”, ha trama e mantiene personaggi. I quali hanno in comune un immediato sentore orientale – ancora, Neve. Brevemente, si tratta della storia di Anto, che potendo decidere se diventare morto oppure operaio, opta per il semplice dormire. Non essendo però capace di dormire dinanzi agli altri, si reca verso il sud est della vita, per imparare specificamente questo dal maestro del sonno Sonnekj. Una volta scovato il maestro, lo accompagnerà alla ricerca della sua ex compagna, perduta molto anni prima (e dove si va a parare lo scopri da te). Tolta la trama, che è pensata, di pensiero ne rimane comunque altro. Ogni singola pagina di Son[n]o ospita infatti figure ed assonanze, anche l’ amore perde d’incanto se è vero amore / e resta l’ amore che è / e se eterno non sarà mai l’ amore che era / ma solo l’ amore che è ancora / per sempre l’ amore che è ora, cose che quasi si pensa a Pascoli!, e lambiccature e raffinatezze, ed effettivamente taluni frammenti sciorinano una verve poetica quantomeno spiazzante, posto il Rezza che conoscevamo noi. Va a finire che, sfogliata l’ ultima pagina, si è riso poco, sussultato spesso ed immagazzinato decine di haiku paraculi da dedicare ai/alle partner del momento. Tutto questo per pochi euri ed uno sforzo contenuto: facci.

(Giordano Simoncini)