Sushi Bar Sarajevo

Giordano Simoncini

Giovanni Di Iacovo

(Palomar, Euro 14.00)

Ad otto anni dall’ esordio, nella misconosciuta antologia “Sporco al Sole”, e dopo essere stato vincitore della Biennale dei giovani Artisti dell’ Europa e del Mediterraneo nel 2001, Giovanni Di Iacovo approda al suo primo romanzo. Il titolo, ammiccante, se vuoi anche paraculo, centra la storia in un luogo preciso. Il che è bene, a fronte di uno svolgimento fortemente ritmato, quasi frammentario, che talvolta finisce per confondere chi legge un pizzico oltre ciò che potrebbe concedersi l’ artifico, soltanto per qualche millimetro ancora dentro agli argini delle effettive esigenze narrative. La storia dei tre fratelli Maja, Vlado, Tomislav, dispersisi a seguito dell’ assedio di Sarajevo si intreccia a quella di una donna intenzionata a portare a termine l’ ultimo sogno di Guglielmo Marconi, dipanandosi a cavallo di una fantomatica Nova Pescara (!) e dell’ Ex Jugoslavia, riprese entrambe in una bizzarrìa di ventaglio temporale aperto tra un mesto passato (evocato da principio, assai velocemente, con teatrale drammaticità) ed un futuro temibile, apocalittico, fatto di corpi di polizia emotiva (Equilibrium?), di malefici politici bio-pederasti (Brian Yuzna?), di insalubri e perversi Show televisivi (Running Man?), di città-stato commerciali Mall Ville (Romero a fare i conti col post-strutturalismo?) e di intrattenimenti samizdat Brainvision Flash, che aprono pop-up direttamente nel cervello dell’ utente e che fanno sì che il testo acquisisca il lontano (lontanissimo) retrogusto, o sentore, di trovata a la Infinite Jest – evidentemente, ha fatto scuola per davvero. Gridate e declamate, come si è detto, con un ritmo talvolta eccessivamente licenzioso, le storie / parti di una vicenda unitaria, trapassata a propria volta da una certa suspense innescata dall’ incombere della “Scadenza”, sono rapidi grovigli di nomi, date, dialetti, aneddotica a-sincrona ed a-topica; e di personaggi individuati ad occhio di bue uno per uno, cinematograficamente, e di scrosci di dialoghi impetuosi e reali. Una scrittura vitalista, quella dell’ Autore, marcata dall’ ansia della prima prova in lungo, quell’ ansia che punta immodestamente dritto a risolvere in quattro e quattr’ otto, ed una volta per sempre, il Dilemma della letteratura. Da cui i soli, pochissimi inconvenienti: l’ ardore, l’ ambizione, l’ enciclopedismo (veloce per essere classico, lento per essere postmoderno) e gli eserghi, da Blake a Crowley, da Marconi a Žižek in una trafila pornografica e magari anche kitsch. Aggettivo, quest’ ultimo, che a fronte di un testo come “Sushi Bar Sarajevo” non offende davvero nessuno, ed anzi. Sul libro in questione, Valerio Evangelisti si è espresso così: “In pratica, una sintesi di tutte le critiche del presente elaborate a suo tempo dalla cosiddetta “fantascienza sociologica”, o dal cyberpunk, ma in una versione aggiornata che prende atto dell’ ormai avvenuta fusione tra politica […] e spettacolo”. Il che è appropriato; ed ancora, “Come se McLuhan e Marcuse si fossero alleati a Philip Dick e a Robert Sheckley”. Giudizio, quest’ ultimo, filosoficamente aberrante, stilisticamente pertinente.

(Giordano Simoncini)