A brief history of invisible art

Luca Lo Pinto

Ralph Rugoff

CCA WATTIS - 2005

Mi diverte l’idea che, mentre mi accingo a scrivere la recensione di un catalogo di una mostra sull’arte invisibile, ho sotto gli occhi l’immagine del gigantesco coniglio rosa di 50 metri dei Gelatin. Ralph Rugoff, il curatore di “A brief history of invisible art”, alla gigantesca installazione del collettivo austriaco preferisce sicuramente la celebre affermaizone di Douglas Huebler: “il mondo è pieno di oggetti, più o meno interessanti. Non ne voglio aggiungere altri”. Cosi negli spazi del CCA Wattis di San Francisco ha allestito una mostra dove il filo comune è appunto l’invisibilità dell’opera, intesa non semplicemente con un’accezione formalistica, ma intendendola come figura retorica su cui molti lavori si basano. Si parte naturalmente da Yves Klein, Robert Barry (la sua famosa installazione a base di gas), Michael Asher (con le sue correnti d’aria), Art & Language fino ai più giovani Carsten Holler, Trisha Donnelly e Jay Chung (che ha coinvolto un’intera troupe cinematografica per girare a loro insaputa un film senza pellicola, ovvero a lavorare per non produrre nulla). Nel breve testo introduttivo, Rugoff cita diversi artisti non presenti nella mostra, ma affini al tema e traccia un possibile percorso storico-artistico da un punto di vista molto particolare: l’assenza dell’oggetto, appunto. Un piccolo catalogo per una mostra curiosa, che, per restare in tema, non ho visto e ho cercato solo di immaginare.

(Luca Lo Pinto)