Gridare amore dal centro del mondo

Giordano Simoncini

Kyōichi Katayama

(Salani editore, Euro 9.90)

Questo libro, come è cresciuto. Sponsorizzato (a fondo perduto) da un’ attrice a propria volta rinomata sponsor della Sony, tramutato in manga ed in dorama (il famoso “Socrates in Love”), poi in film, approdato dunque in Europa e diffusosi con piccole variazioni sulla traduzione del titolo, oggigiorno è di gran lunga il romanzo più venduto nella storia dell’ editoria nipponica. Ha surclassato anche i picchi di Tokio Blues: un fenomeno, un boom, irridimensionabile. Ed allora si impone di farci i conti, con la storia di Aki e Sakutarō, due giovani ragazzi cresciuti assieme, innamoratisi all’ interno di una calda placenta scolastica costituita tutta di consuetudine e certezza, due vere eccezioni del mondo moderno, strette vicine e risolute al futuro comune, al Programma, che hanno la forza composita del sentimento perfetto, il “sentimento veritè”; due che sono troppo impacciati, troppo giapponesi per il sesso e troppo colti per la castità risibile dei frusciante che escono dal gruppo. Si baciano, però veloce. Citano Nuovo cinema Paradiso (!). Quando lei scopre che lui ha organizzato una piccola truffa per portarla in una stanza d’ albergo, lui dice “scusami” e lei “pazienza”. La morte non li rispetta, due così, si prende Aki e lascia penzoloni, reciso, un sentimento che era l’ unico movente di due vite. Tutto dunque inizia e finisce, al contempo, con Sakutarō che disperde le ceneri della sua amata in Australia, nel bel mezzo del consueto turbinio di petali rosa, con il cuore pieno di tutto, dì una cosa qualsiasi e c’è, tanto lui non se ne accorge, attonito, deietto. Si tratta di una storia semplice, raccontata semplicemente, fatta per tutti. Toccante, universale, immediata. Chi ha la forza di leggerla ancora una volta, ed una volta ancora, ha però la possibilità di farle dire cose che all’ inizio erano lì e nessuno le notava: cose sul rapporto tra nonni e nipoti, che fa da sempre a meno di qualsiasi genitore. Cose sul paradiso, su quanto sia stupida l’ idea dell’ aldilà cristiana – su come possa scovarla anche un bambino, tanta e tale stupidità. E cose come “dire le cose apertamente”, che in giapponese, all’ origine, significava “solo un po’ ”, “appena”. Un libro che è detto tutto “solo un po’”, che si legge in mezz’ ora la prima volta, un’ ora la seconda, una settimana la terza. E piccoli sussulti assicurati, per esempio qui, a p. 121, a bordo di un treno e con Aki che è già spacciata: “Il tuo compleanno è il diciassette dicembre, giusto?” “E il tuo è il ventiquattro…” “Questo significa che da quando sono al mondo, non c’è stato un attimo in cui tu non ci sia stata” “Sì, in effetti…” “Quello in cui sono nato è il mondo in cui ci sei tu”.

(Giordano Simoncini)