La fame che abbiamo

Giordano Simoncini

Dave Eggers

(Mondadori Strade Blu, Euro 15.00)

Qualche anno fa, nella storia del formidabile genio che si credeva, Eggers lasciava Toph al suo destino casalingo e si rifugiava in camera, davanti al computer, per “rifare il mondo”. Ti interessa una buona definizione, immediata, per la parola “americano”? Quello che rifà il mondo come ce l’ ha in testa lui. Quello che è a casa propria a Bombay perché sul televisore ci sono i Simpson, quello che si sente a proprio agio in un bar sugli Appennini perché la radio ricorda che Jenny è davvero from da block, quello che segue una World Series in cui partecipano solo squadre americane. Quello che esporta democrazia, perché no – è un tratto spirituale, altro che contingenza politica! Il mondo è la frontiera americana che è avanzata ad ovest, sempre di più, e che con l’ 89 ha fatto il giro; anche per questo, il mondo va diventando un cesso di posto. Giocoforza, quel mondo che all’ atto di nascita (con Platone) era baldo e forte, e che ora è colorato / intronato / evasivo / insussistente, come uno spot, lo raccontano con notabile e progressiva facoltà di rappresentazione le nuove penne a stelle e strisce. Loro, questo mondo, lo conoscevano già da quando era in un solo continente. Si sono impratichiti; prima sulle spalle dei genitori, poi da soli. Nel caso di Eggers, più che altro “da soli”. Specificato tutto ciò, la raccolta di racconti “La fame che abbiamo” sarebbe la terza uscita italiana per il leader di McSweeney’s e dell’ avanguardia letteraria statunitense. Se rimaniamo al vetusto concetto che la terza prova sia – in un certo e forse esoterico senso – quella determinante, il nostro Eggers ha toppato male. La sua trafila di racconti è esile e poco sostanziosa e lontana e sdrucciolevole. Chi da tempo sostiene che questo grande nome non sia poi così grande, bensì iper-valutato, e se ne fa talvolta vero e proprio cruccio, avrà dunque disponibili nuove evidenze per le proprie arringhe. Eggers sta ad un letterato europeo competente come l’ Ikea sta a mia nonna; mia nonna vuole la credenza solida, scura ed imponente; la sua nipote più cara mira al luccichio, al pastello, alla reinterpretazione degli spazi. Tutta roba che dura poco!,… eppure. Eppure. Eppure questa è definitivamente la lettura per chi legge come girano le lettere odierne. Nonostante quell’ irritante propensione a ponderare a sacertà qualsivoglia esperienza occorsa. E nonostante quell’ aura nera, flebilmente mortifera, artificiosamente statica; e nonostante quell’ incedere a suon di espedienti, troppo, troppo, troppo spavaldo; le novità, talune novità, sono (anche) qui. Qualcuno direbbe che il rinnovamento è una velocissima corsa a slalom tra le stronzate, non a torto, e vorrebbe dire che se vai davvero molto veloce sbatti a destra e a manca. A quel punto, si tratterebbe della stessa velocità del cane di “Dopo che mi buttarono nel fiume…”. Ed il riposo sarebbe quel tacet emotivo che sottende al dopo-sole de “L’ unico significato dell’ acqua simile ad olio”, l’ episodio più efficace, quello che però mutua buona parte della propria efficacia dal ritorno di Hand, l’ incredibile Hand di “Conoscerete la nostra velocità”, che gestisce un’ inutile donna, Pilar, nelle distanze opportune dell’ affetto. Ebbene, in breve: una raccolta tutta fatta di forma, zeppa di riempitivi e misericordiosamente provvista di due racconti medio/buoni (l’ altro è “Arrampicarsi fino alla finestra, fingere di ballare”, e parla di violenza); una lettura grossomodo piacevole, nonostante la pessima traduzione, utile a poco altro che a darsi conto e misura di ciò che accade tra gli scaffali contemporanei. Piaccia o meno, questo.

(Giordano Simoncini)