DARKOLOGY

Andrea Proia

Il sovraccarico di aspettativa che si è creato in questi anni attorno al fenomeno Donnie Darko non poteva che risolversi in un’esplosione di dibattiti e interpretazioni sui significati del film. Il fatto è che pur trovando tanti pareri e tante discussioni nessuno può dire di aver compreso ed amato fino in fondo questo piccolo cult. In effetti, senza dilungarmi per l’appunto con un ulteriore sermone su cosa voglia dire il film, devo ammettere che la natura stessa dell’opera prima di Kelly trattiene anche i più volenterosi sulla soglia della comprensione finale, quella che ti fa avere chiaro in testa il senso del film e ti dona la pace di un rapporto appena consumato. La storia è costruita ad hoc per alimentare la discussione, rimanendo furbamente indefinita in certi suoi aspetti fondamentali, e suggerisce invece di dichiarare. Ottimo per chi lascia che il film si completi dentro la propria testa, magari nei giorni successivi alla visione, e per chi non desidera lasciarsi rapire e rilasciare nell’arco di due ore, ma sicuramente frustrante per un pubblico sempre più abituato a essere coinvolto solo entro certi schemi prestabiliti e ripetuti fino alla nausea dalla recente cinematografia fantastica. E penso specialmente a chi, come Shyamalan, cerca di sfruttare all’infinito l’unica trovata capace di dargli successo, e cioè il capovolgimento finale, senza capire che l’effetto sorpresa può funzionare una volta ma che, se ripetuto in modo sistematico, lo spettatore, così come le scimmie più evolute, impara. Il twist di solito è comodo per lo sceneggiatore quanto per lo spettatore: ci svela tutto, senza se e senza ma, ci fa passare in un solo momento catartico la noia che abbiamo provato nell’ora e mezza iniziale e contenti possiamo dire di aver capito tutto per non doverci pensare più. Donnie Darko non è così, e già questo lo rende importante. Ma manca qualcosa.
Kelly ci pungola con un fascinoso rompicapo e proprio alla fine ci regala non la soluzione, ma il dubbio più grande, l’ultimo tassello dell’enigma, che sembra spiegare ma in realtà non spiega nulla.
Nel fare questo gioca un po’ d’astuzia, si avvale in gran parte proprio delle parti indefinite della storia, che tiene nascoste perché altrimenti incongruenti con le premesse, per creare il senso di mistero. E questo è scandalosamente evidente nella versione “commerciale”distribuita nelle nostre sale.
Lasciando per un momento da parte la “teoria-presunta-tale” del fantomatico pamphlet “The philosophy of time travel” della Sparrow, che, fornendo vaghe nozioni esoteriche riguardanti universi tangenti e viventi manipolati di sicuro alimenta il cult e fornisce elementi in più per capire cosa succede nel film, vorrei riflettere sul fenomeno Donnie Darko e per farlo purtroppo non basta immergersi nella mente dell’Adolescente Universale.
Il fenomeno cult non nasce per lungimiranza di grandi distributori né per poderose strategie di marketing, ma per l’interesse che scaturisce dal basso, dalle comunità di fedeli che attraverso dibattiti senza fine sostengono il film fino a fargli raggiungere l’ineffabile status di cult movie. Perché in Italia il film è uscito ben tre anni dopo la sua prima proiezione? Può arrivare a tanto il semplice ostruzionismo culturale della nostra distribuzione?
Il film fu presentato al Sundance nel 2001 e non ebbe grandi riscontri, esito almeno in parte dovuto al momento estremamente delicato in cui uscì negli Usa (subito dopo l’attentato alle Torri Gemelle), per poi essere accolto con grande interesse in Inghilterra nel 2003. Il resto lo fece il passaparola, ma soprattutto, primo vero caso del genere, la comunità di appassionati sulla rete, che in totale adorazione dell’estetica rivoluzionaria e di scontro generazionale del film, creò un sistema autoalimentato di espansione dell’interesse nei suoi confronti. Non a caso nei cartelloni pubblicitari compare la solenne dicitura: “Tra i 100 film più belli di tutti i tempi” per IMDB, il sito / database di cinema più famoso e potente del mondo, che però, basandosi sulla media dei voti espressi dagli utenti, contempla “Alla ricerca di Nemo” alla posizione n.80 e “Blade Runner” alla posizione n.97.
Fatto sta che per tre anni almeno se ne parlava in tutto il mondo ma in Italia non ce n’era traccia, finché non arrivò la Moviemax, che con una scelta coraggiosa e onorevole ci presenta oggi almeno la versione tagliata. Le differenze fra le due versioni non si limitano a quelle espresse dalle parole del regista, che ammette che: «nella prima versione del film l’aspetto esoterico era dominante, mentre la seconda punta più sull’aspetto fantascientifico della pellicola», ma incidono profondamente sull’atmosfera dark e “da fine di tutto”, pregio maggiore del film. Richard Kelly ci offre un ritratto emo dell’universo multiforme dell’adolescenza fine anni ‘80 e inizio ‘90, dispersa fra mitologie pop, ribellione autodistruttiva e attrazione verso il lato oscuro e un po’ esoterico, facendolo con estrema “cognizione di causa” e consapevolezza, a volte con poesia, senza calcare il tratto né nel delinearne i paradigmi ontologici né nel narrare la banalità di una storia da teen movie. E lo fa con stile, uno stile originale che appartiene solo a grandi promesse del cinema.

(01/2)