AA.VV.

Francesco Ventrella

Looking, Encountering, Staging

(Revolver and Piet Zwart Inst., pp. 331, € 22.00, 2005)

Looking, Encountering, Staging è un libro che considera le pratiche artistiche e curatoriali come attività implicate, piuttosto che dipendenti l’una dall’altra. Tra i vari lavori potrei citare You’ll never work in this town again di Phil Collins: una serie di ritratti fotografici di famosi curatori fotografati subito dopo aver ricevuto un paio di sberle dall’artista stesso. Un lavoro “eloquente”, direi! Sono arrivato a questa pubblicazione attraverso un nome di cui ho sentito parlare da tanti giovani artisti che ho conosciuto durante un periodo passato in Olanda: Maaike Bleeker. Ed è capitato che, attratto dalla grafica di un libro che puzza chimicamente di tipografia, abbia iniziato a sfogliare le pagine di Looking, Encountering, Staging e abbia riconosciuto nell’indice un articolo della suddetta teorica e autrice teatrale. Maaike Bleeker ha pubblicato diversi saggi sui “modi di vedere” a teatro, con l’intento di rendere meno ideale quello spettatore che, secondo la prassi postrtrutturalista, contribuisce alla scrittura del testo teatrale stesso. In Olanda dicono che la performance stia avendo nuovi sviluppi, forse perché riesce ad offrire un’alterntiva all’uso dilagante del video, che è ritenuto un mezzo sempre più facilmente costituzionale (perché musealizzabile). Forse per questo motivo i discorsi sulla teatralità affrontati dalla Bleeker hanno riscosso tanto successo nelle academie di Rotterdam e Amsterdam. Qual’è la collocazione del pubblico contemporaneo? Credo che sia su questo piano che si debba giocare il discorso dell’arte indipendente. Un museo, per esigenze di politica culturale, è costretto a prendere in considerazione un pubblico ideale, medio e il più possibile democratizzato. Il contesto indipendente nell’esperienza del teatro-off, invece, ha rappresentato solo uno dei risvolti storici presi in questione dal libro, puntando sulla scelta dello spettatore e sulla sua esclusione. Cosa vuol dire realizzare una performance che possa ‘comprendere’ solo un pubblico ristretto? E’ più interessante considerare inaccettabile l’esclusione di un pubblico più ampio o interessante il coinvolgimento di un pubblico ristretto? Ma cos’è, infondo, il “pubblico più ampio” se non un pubblico (più) diverso? Anche gli altri interventi pubblicati in Looking, Encountering, Staging cercano di investigare i modi in cui le pratiche culturali come mostre, documentari, fotografia, discorsi artistici e scientifici allestiscono e rappresentano (questi sono solo due dei significati del verbo to stage) i loro soggetti, contribuendo a costruire le posizioni del loro pubblico. Se le posizioni nella fruizione della cultura sono considerate come precostituite, uno dei temi da argomentare dovrebbe essere, allora, il modo in cui oggi ordiniamo, archiviamo le nostre conoscenze (come inteso dalla conversazione tra Annie Fletcher e Sarah Pierce): la posta in gioco dovrebbe essere, insomma, nella capacità di saper performare queste posizioni. Il riferimento alla teatralità, quindi, non viene fatto rispetto ad un medium, ma piuttosto rispetto alle strategie che il palco, il piedistallo, la cornice riescono ad inscenare. Lo dimostra anche l’elaborazione grafica del libro, curata da Gérard Konings per lo studio Riche en Pulpe: tutte le pagine bianche, viste di taglio, hanno un testo stampato con un inchiostro bianco, come a dire che per conoscere qualcosa dobbiamo davvero desiderlo. E i desideri mordenti, si sa, rimangono impressi nel ricordo.

(Francesco Ventrella)