IO, GLI HELLA E LA GEOMETRIA

Francesco de Figueiredo

“Rockkettaro”…

Te lo ricordi? Con questo colorato termine ti inquadravano le sorridenti amiche di tua mamma alle elementari, e tu te ne andavi in giro con una maglietta nera del “Tuo” di gruppo, non importa poi tanto quale o (eventualmente) quali fossero, fatto sta che ti chiamavano così. Poi crescendo i gusti cominciano a farsi meno “territorializzanti”, la curiosità prende piede e l’immancabile voracità dell’uomo provvede a fare il resto: ti ritrovi sul groppone l’ossessione-missione di voler ascoltare tutto quello che possa portare una piccola e nuova rivoluzione nel tuo universo musicale, composto da sempre più pianeti onirici e surreali. E durante questo percorso, a chi prima e a chi dopo, arriva l’incontro con la musica elettronica. Gli anni passano e le sue architetture ritmiche, dissonanti e melodiche, cominciano a diventare sempre più complesse; l’evoluzione di personaggi chiave e dei software a disposizione predispongono l’elettronica di universi ritmici difficilmente ipotizzabili dalla musica strumentale. E giorno dopo giorno, anno dopo anno, la “nuova arrivata” comincia a diventare di casa, a mischiarsi con i tuoi vecchi e nuovi ascolti “elettrificati”, ad occupare le tue letture. I chiacchiericci serali e gli “shows” si tingono di laptop, pure il tuo amico che suonava la chitarra s’è messo a fare “robba” elettronica, e pure te...
Parallelamente a questo però l’esigenza di ritrovare figure estremamente complesse nella ritmica strumentale in genere, nel post-rock, nel punk, nell’hardcore e il rock “indipendente” (tanto per intenderci) diventa forte e reale, lo strappo che l’elettronica ha causato con le strutture dei tanti sottogeneri è stato troppo forte; l’elettronica permette di gestire a meglio le formule ritmiche, senza incappare nei limiti (fisici in primo luogo) che l’uomo si porta con se e con ciò che fa, come dire, artigianalmente.
Ed è a questo punto della breve storia che si avvicina il nodo della matassa, l’esigenza si allarga e cominci ad ascoltare gruppi come i Don Caballero, che già dal (lontano) 1991 cercano di ridisegnare, tramite lo stravolgimento degli stereotipi di un genere come il post rock, le linee ritmiche , le accordature degli strumenti e l’interazione fra di essi, segnando l’arrivo di una sbalorditiva capacità destrutturante all’interno di settori già ben definiti. E’ un approccio estremamente matematico e razionale a permettere prodigi di controllo del suono e ricomposizioni in chiave quasi postmoderna dei più disparati settori musicali. La svilente definizione di genere che questo approccio si porta inevitabilmente dietro credo sia estremamente fuorviante: “math-rock”. Il fatto è che a mio parere non si può poi parlare tanto di genere, ma di necessità e modalità compositiva; un approccio con il proprio strumento e la sua funzione, nata dall’esigenza di musicisti probabilmente più tecnici (a volte solamente capaci di leggere e scrivere musica sottoforma di segni) di elaborare una rottura con gli stereotipi musicali, ricreando ambientazioni sonore spastiche e destabilizzanti. Ma nonostante questa forte capacità sovversiva di definire nuove forme ed ascolti, l’attitudine matematica ha trovato spesso ostilità all’interno della critica musicale. Questo probabilmente perché, se osservato con occhi viziati, l’elevato impatto tecnico del “math-rock” può essere associato a quel prog-tutto che spesso mi ha dato l’impressione di essere più virtuosistico che sanguineo; un modo di intendere la musica che del seminale blues prese non l’anima, ma il corpo, trasformando col tempo la musica in esercizio di stile, sterile sotto il punto di vista contenutistico e motivazionale. Senza rancore quindi e parliamoci chiaro, l’eccentrico approccio allo strumento che esiste nelle frange di un certo tipo di rock lo trovo decisamente lontano dalla rivoluzione culturale che il punk attuò sul finire della settima decade del novecento, opponendosi a tutte quelle orrende figure che avevano reso elitaria la parola musicista; svilendo l’espressione musicale più anarchica dell’uomo fatta di necessità, e non di mezzi. Questo probabilmente è il motivo per cui la nascita degli Hella, non ha trovato poi cosi spazio nelle riviste specializzate di casa nostra, piccoli trafiletti, recensioni sommesse, tipo: “ok, esisti e sei bravo, ma oltre l’elevata capacità tecnica non vedo altro…”.
Ma non credo che gruppi come gli Hella facciano parte dei tanti gruppi da “inquisire”. Probabilmente quando si parla degli Hella, duo composto da Zach Hill (alla batteria) e Spencer Seim (chitarra), sarebbe bene tirare in ballo la geometria piuttosto che auree di varia natura, la volontà razionale di coprire territori ritmici in modo anarchico piuttosto che il virtuosismo accademico dei cari defunti. Secondo l’autorevole signor Zanichelli la primordiale scienza spaziale potrebbe essere più o meno definita così: “ramo della matematica che studia i punti nello spazio e le figure da essi generate; (fig.) Struttura, organizzazione razionale, simmetrica…”. Sembra proprio questo il centro di una intenzione che si fa strada nel febbraio del 2001, una necessità prettamente personale di due amici che, già dal 1996, militavano con i Legs on Heart nella folta schiera dei gruppi indipendenti di Sacramento, e che cominciano a sentire l’esigenza di costruire un suono totalmente intimo, su cui studiare e crescere tecnicamente.
“Hella’s music is written for Hella, not the public” Spencer Seim taglia corto in un’intervista di Conan Neutron. Nonostante il forte ritorno di pubblico infatti, la spinta portante e il motivo della strabiliante anomalia del loro suono è proprio quello di voler percorrere una strada fatta di punti nello spazio da coprire con incredibili volate sui tasti della chitarra e sulle pelli di una piccola batteria. Non c’è aspirazione di successo, si tratta esclusivamente di un banco di prova per sperimentare le formidabili doti dei due “soci”. L’inevitabile conseguenza di questo disinteresse è l’emancipazione dai luoghi comuni che (spesso) un musicista trova immaginando dei potenziali ascoltatori; il suono Hella diventa così una serie infinita di loop aritmici incastonati fra loro a velocità folle, tracce in cui vengono percorsi territori apocalittici di riff ed assoli compressi e sincopati.
E ora parliamo di cose intime, il mio rapporto con Zach Hill alla batteria: mi è capitato di scaricare casualmente un estratto di un loro live ( “Biblical Violence”…!!!), e la cosa che ha colpito il mio “cuoricino pulsante” di batterista è stato in primo luogo l’approccio che l’uomo delle pelli aveva; la prima immagine che mi è venuta in mente per ridisegnare sotto altra forma Zack e il suo drum set è stata quello di uno skater alle prese con un half pipe, su cui eseguire straordinari figure e tricks. La sfida di ricreare corpi in movimento nell’aria ha ben poco di “istintivo”, richiede sforzo e razionalità, ma soprattutto un calcolo matematico degli spazi, del tempo e della velocità a disposizione. Insomma mi è venuto in mente il math-rock, con il suo ingegnoso proposito di considerare la musica come uno spazio, e gli strumenti come delle matite per disegnare linee, forme e geometrie musicali dall’intento sovversivo.
Ma tutto questo gran parlare??… prendetela come un’esigenza personale, ascoltando il duo scalmanato mi ronzava intorno una domanda: “come mai il math-rock (e gli Hella) non se lo caga nessuno?”. In fondo la risposta che mi sono dato gira tutta su una valutazione abbastanza generica: giudicare qualitativamente materiale creativo ed artistico non dovrebbe prescindere né dall’intento che ha spinto il fautore a compierlo né dal contesto in cui esso si muove. Considerare quindi la musica degli Hella esclusivamente come esigenza intima di due amici, che sentono il bisogno di creare un complice universo musicale fatto di strutture geometriche, senza dover necessariamente porre confronti con altre sonorità che probabilmente non nascono dalla volontà che questo approccio matematico possiede. Ed ascoltarli diventa cosi uno spettacolo pirotecnico, un pipe su cui due skater volano, un ologramma di forme geometriche spaziali. Probabilmente l’approccio “antropologico” risulterà a molti di voi ovvio, ma nel quotidiano a volte si può mancare di questo, la fruizione veloce e consumistica della musica porta dentro di sé il cercare uno specchio su cui ricreare un’immagine di sé rassicurante, rischiando così di perdere quella forma di necessità intima da cui tutta la musica nasce. Escludendo i tanti artisti “imprenditori” del sistema culturale pop un approccio di questo tipo può essere indubbiamente rigirato a tutti i versanti creativi. Una cosa però deve esserci chiara, non stiamo parlando di un’assenza forzata di giudizio, né di doverci necessariamente sentire in mezzo all’ostile traffico di Roma un disco-missile-tritapalle. Diciamo che questo approccio aiuta me a fantasticare sulle incredibili volate di uno skater e del suo complice geometra, tralasciando i tanti paralleli e guardando esclusivamente il loro intimo garage di casa, e parlando degli Hella… secondo gli Hella.

(01/3)